3 ragioni per non cantar vittoria sul divorzio breve

3 ragioni per non cantar vittoria sul divorzio breveTe pareva. L’Irlanda decide di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso ed ecco che si scatenano i commenti sull’arretratezza del nostro ridente paese in materia di diritti civili.

Che rabbia, anche se per dirla tutta, l’Italia un po’ arretrata lo è, specie culturalmente, sul tema diritti civili, e negli anni qualcosa di ciò che abbiamo conquistato lo stiamo gradualmente perdendo, se non altro per inerzia.

E veniamo a noi: proprio oggi, martedì 26 maggio, in Italia diventa operativa la legge sul così detto divorzio breve (qui la norma articolo per articolo)

Perché secondo me è inopportuno cantar vittoria troppo in fretta

Cominciamo da un passo in avanti, che quasi quasi passa sotto silenzio: la legge prevede la possibilità di far decorrere l’interruzione della comunione dei beni quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale e non con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. Bene.

Poi vediamo il mezzo passo avanti: la riforma dei tempi, 6 mesi per la via consensuale al divorzio e 12 mesi per quella giudiziale (cioè se i coniugi non trovano l’accordo), ridotta l’attesa che prima era di tre anni.

Perché mezzo passo in avanti?

Perché qui cominciano i primi problemi, specie per quanto riguarda le separazioni non consensuali, per le quali i 12 mesi sembrano più forma che sostanza. Sembra molto complesso infatti rispettare i tempi definiti dalla legge in caso di conflitti e discussioni tra i coniugi, mentre già esplodono le preoccupazioni dei tribunali.

Essendo la norma retroattiva, le ex coppie che hanno già una sentenza di separazione possono approfittare dell’accorciamento dei termini e prendere il treno che passa. Sarebbero circa 300mila, e cresceranno.

E la mancata cancellazione della sentenza di separazione, come da molti richiesto, non fa che introdurre un ulteriore elemento di rallentamento nell’iter burocratico verso l’agognato divorzio.

Esaminiamo anche cosa non tratta la norma. In primo luogo non alleggerisce i costi dell’iter di separazione/divorzio, che, dopo i tempi, sono il vero motivo per cui le coppie non si liberano dalla sacra unione per rifarsi una vita propria, bene o male.

E’ ben vero che si può evitare l’iter con il legale se il divorzio è consensuale, ma solo se non vi sono figli minori (o di maggior età bisognosi di particolari attenzioni) o beni mobili e immobili in comproprietà, nel qual caso occorre il supporto del valido professionista (e se ne trovano molti, non a caso la carriera civilistica è più appetibile di quella penale).

Costi resi ancora più pesanti con la crisi

Proviamo a capirci: chi non ha problemi di reddito è in grado di reggere anche tempi lunghi, discussioni articolate e costose, eccetera eccetera. Anzi, a dire il vero in alcuni casi la pazienza paga, specie sui grandi volumi….. ma le persone comuni, magari colpite dalla perdita di lavoro, o che hanno subito importanti riduzioni del reddito complessivo con conseguente difficoltà a mandare avanti la famiglia, come possono pensare di separarsi con tutto ciò che comporta?

Tra assegni al coniuge e ai figli, doppia abitazione, duplicazione di spese correlate, i costi economici aumentano e quelli umani ed emotivi (il dolore per la rottura in qualche modo rappresenta un lutto e per taluni persino un fallimento) diventano ancora più insostenibili.

Un diritto è tale se il sistema prevede la possibilità per ciascuno di accedervi. Altrimenti è un lusso per pochi. Non siete d’accordo?

Infine, un suggerimento

Non sarebbe bello se, accompagnato a questo primo provvedimento certamente utile ma non esaustivo, se ne abbinassero altri, capaci di intervenire davvero sui costi dei procedimenti?
E capaci di introdurre sistemi di welfare aggiuntivi che possano sostenere i coniugi almeno nei primi anni di separazione con iniziative tipo case di accoglienza o strumenti di sostegno agli affitti, o di opportunità di lavoro?
Dopo un dolore così grande, difendere la propria dignità, proseguire il proprio percorso di vita, mantenere i necessari e doverosi impegni familiari sopravvivendo con onore, non annaspando, deve diventare più semplice. La società, se ancora ci consideriamo tale, deve indicare una qualche risposta. Che ne pensate?

Allora Irlanda batte Italia 3-1?

Se state pensando a questo in parte avete ragione. Il referendum in Irlanda è passato con più del 62% dei consensi e persino il vescovo della chiesa cattolica ha dovuto apertamente riconoscere la volontà popolare (e ci mancherebbe, dico io) e la necessità di prendere atto e seguire l’orientamento delle giovani generazioni.

Ma la metafora calcistica semplifica troppo.

E’ pur vero che con una semplice frase l’Irlanda ha segnato il primo punto cambiando la storia dei diritti civili: Marriage may be contracted in accordance with law by two persons without distinction as to their sex.  Sembra facile farlo anche da noi, parlare cioè di diritti civili, unioni civili, parità per i generi, ma non è così, e lo testimoniano la mole di emendamenti, proposte di legge verbose e inconcludenti che giacciono nel Parlamento italiano, al solo scopo di affossare qualunque decisione simile o a questi temi correlata.

La famiglia tradizionale in Italia regge, almeno nelle intenzioni se non proprio nei comportamenti fattuali.

Mettiamo i puntini sulle i: in Irlanda questo importantissimo risultato, che auspico faccia il giro del mondo, segue in termini di tempo la possibilità di adozione per le coppie gay e la legge sulle unioni civili, anche se ora, con la norma che apre sui matrimoni, molto probabilmente potrà essere modificata.

Ma la verità è che in Irlanda c’è ancora molta strada da fare.

In materia di aborto (ad oggi manca una seria norma su questo tema, con conseguenze nefaste per le donne) e sul divorzio, introdotto nemmeno dieci anni fa e con ancora tanta strada da fare. Una buona norma come vedete non basta… quanto stiamo a punti? Difficile eh….

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Commenti

  1. Il nostro governo che vuole apparire progressista, in realtà, con il divorzio breve, favorisce l’incremento delle tasse da incassare. La lobby degli avvocati matrimonialisti non tarderà a provvedere in merito. Invece di aiutare la famiglia che si sfascia attraverso l’assistenza sociale, si preferisce accorciare i tempi dell’avvio al disastro economico che crea qualsiasi separazione definitiva. Sono vecchio, non riesco a comprendere la fretta di chiudure delle esperienze di vita prima di tentare una continuazione. Certo esistono delle situazioni insostenibili, ma credo anche che l’assenza di pazienza e sopportazione nei rapporti umani, che si è instaurata anche grazie all’esempio negativo dei vip, stia rovinando la nostra civile convivenza.

    1. Non trovi che la questione economica sia largamente taciuta? Così come la nuova condizione sociale che gli ex coniugi vanno a ricoprire, se di classe medio-bassa, ovvio? Comunque, grazie!

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: