Analfabetismo di ritorno, l’ingrediente segreto della nostra ‘nuova’ società

Analfabetismo di ritornoQuesta riflessione è nata di getto, stravolgendo la programmazione settimanale del blog che per oggi prevedeva una riflessione sulla comunicazione politica televisiva, un argomento che recentemente è tornato ad essere di grande interesse su questo blog.

Se ne parlerà la prossima settimana.

E’ che le riflessioni di questi giorni sul tema dell’incapacità di scrivere correttamente in italiano da parte degli studenti, universitari, scatenate dalla lettera di 600 docenti universitari, hanno risvegliato un interesse che ogni tanto riaffiora tra le pagine delle Volpi.

C’è una domanda in particolare che mi frulla nella testa:  a chi giova l’analfabetismo di ritorno?

Insegnare è come curare con amore un campo. Lo si prepara durante la stagione fredda, si rivolta la terra in modo che altro venga alla luce, si segna con ferma delicatezza il solco in cui verrà posato il seme. Poi si protegge dal vento e dalle intemperie e lo si annaffia e nutre ulteriormente, se il terreno non è abbastanza ricco. Infine, la pazienza e la cura vengono ripagate: quel seme è germogliato ed è diventato un albero rigoglioso e forte, capace di restituire alla terra e frutti e fiori.

Cosa succederebbe se improvvisamente quel piccolo seme venisse schiacciato? 

Bulli, stalker e analfabeti

Terrificante semplificazione me ne rendo conto, ma forse efficace a descrivere ciò che si sta sommando nella narrazione di questi giorni. Qualche giorno fa la Prima Giornata contro il bullismo a scuola, poi la lettera/appello, scritta per denunciare l’incapacità degli studenti universitari di scrivere correttamente in italiano.

Dicono i docenti che gli studenti universitari compiono

“errori di grammatica, sintassi e lessico appena tollerabili in terza elementare”

e chiedono su questo un intervento urgente del Governo.

Non stento a crederlo. Ho frequentato l’Università e non ricordo che un paio di esami o lezioni in cui uno dei compiti fosse quello di preparare un testo scritto. Come se scrivere correttamente fosse un fatto scontato.

Per certi versi all’Università dovrebbe essere così, sempre che i livelli scolastici precedenti lo consentano. E invece…

Credo che non sia qualcosa di cui vantarsi non conoscere la grammatica. Denota una carenza di interesse per il linguaggio che regola i rapporti nella nostra comunità.  Un codice, la lingua italiana, che cambia al cambiare dei tempi. Ma non certo nelle sue regole fondamentali. 

Appropriarsi di un linguaggio corretto garantisce la fluidità dei rapporti sociali.

Ma se manca la base di cui abbiamo parlato fino ad ora, che ne è delle relazioni?

Se non ci appropriamo del linguaggio, come possiamo comunicare?

Come facciamo a difenderci se non conosciamo?

Feci un viaggio in Giappone e pur non avendo problemi con le lingue straniere non capivo una parola di giapponese ed ero piuttosto lontana dal conoscere a fondo la sua cultura (limite che ho poi tentato in tutti i modi di recuperare al rientro, fatta eccezione per la lingua, non fa proprio per me!).

Volete che vi dica come mi sono sentita, senza capire ed essere capita? Un pesce fuor d’acqua.

E’ possibile che questo stuolo di studenti, che un tempo avremmo chiamato “asinelli”, subisca anch’esso lo stesso smarrimento? Dite che esagero?

Mi convinco sempre di più che la questione della cattiva scrittura sollevata dai docenti, non è che uno degli aspetti del problema. Così mi chiedo

Che ne è di tutto il resto?

Che ne è della capacità di espressione, di leggere un brano ad alta voce, di analizzare un contesto, di risolvere un problema di matematica o di indicare la motivazione per cui la terra gira?

Recentemente Rai 2 ha mandato in onda un programma che ha definito “esperimento sociale” e che ha il taglio del reality, “Il collegio”, in cui 18 studenti, dai 14 ai 17 anni, sperimentano lo stile di un collegio anni ’60. Un esperimento interessante che molti genitori dovrebbe vedere insieme ai propri figli, perché mi pare dia uno spaccato molto  veritiero sullo stato della scuola oggi. E dei ragazzi che la frequentano.

La cosa che mi ha fatto sentire peggio, tra tanti strafalcioni?

Un ragazzo di 14 anni che incapace di leggere un brano ad alta voce. Niente di strano se si fosse trattato di un bambino ai primi approcci con la lettura alle scuole elementari, ma un adolescente…

Afferrare il pesce dalla testa

Per affrontare un problema occorre partire dal punto in cui si è generato, non dalla fine. E sentendo le discussioni di questi giorni sono un po’ irritata, perché mi chiedo:

Ci accorgiamo solo ora che il sistema scolastico di ogni ordine e grado non è più all’altezza della civiltà che ci ostiniamo a  credere di essere?

Ci hanno spiegato che la cultura generale è troppo ‘generica’ (il bisticcio è voluto) e dunque abbiamo ricevuto sollecitazioni a specializzarci. E quali sono i risultati? Che ci manca quella necessaria visione di insieme, ciò che potremmo ribattezzare cultura basilare e visione analitica.

E poiché la cultura è il fondamento su cui si costituisce una personalità autonoma, vivace intellettualmente e capace di fare le sue scelte, il deterioramento del sistema di istruzione rappresenta una minaccia per l’intera società, perché produce marionette, non persone. 

A chi giova una pletora di giovani che se ne stanno rinchiusi nelle loro stanzette a chattare con amici, altrettanto isolati?

A chi giova l’ipoteca sul futuro che stiamo contraendo, rendendo sempre di più la scuola un luogo della non-educazione? 

Io non credo che le difficoltà della scuola di oggi originino nelle scelte operate negli anni ’70. Su questo concordo in pieno con quanto afferma Daniele Imperi nel suo post di ieri Allarme analfabetismo in Italia, post che ha ispirato definitivamente questa mia riflessione.

I problemi sono cominciati un po’ dopo, a mio avviso.

Ve le ricordate le tre I che dovevano “cambiare” la scuola?

Informatica, Inglese, Impresa. Era il 2008 e in corso l’ennesima campagna elettorale. In allora la scuola stava già cambiando: quella pubblica aveva perso la sua esclusività di rapporto con lo Stato e condivideva risorse con le scuole private, sebbene in modo molto meno sfacciato di oggi.

La scuola dei miei anni aveva come parole d’ordine la conoscenza, l’apprendimento, la matematica, la storia, la geografia, la grammatica, la filosofia, la storia, le scienze. Provate oggi a domandare chi è il Presidente della Repubblica o che cosa sono i Pm10, per stare su argomenti che sono tutti i giorni su giornali e televisioni. Provate e vedrete.

C’era una strategia dietro le tre I? Io dico di sì e le tracce si vedono. Ma cosa rimane di quella provocazione?

E’ vero che gli italiani, studenti compresi, sono tra gli europei con il livello di conoscenza più basso di lingue straniere. Altro che inglese per tutti. Ma è altrettanto vero che la situazione non è molto cambiata.

Sembra che nemmeno con l’alfabetizzazione informatica sia andata molto meglio. Forse perché ha bisogno di quella matematica che si sta tentando di scansare, al punto che nessuno sa più fare una semplice divisione senza calcolatrice o telefonino (che molto opportunamente si sta sostituendo a molte funzioni che una volta svolgevamo da soli pensate alla memorizzazione dei numeri telefonici!).

Della sfida dell’informatica nelle scuole non ne so molto. Sono stata a Cuba molti anni fa e ho avuto l’occasione di visitare le classi di alunni delle medie, su ogni banco c’era un calcolatore elettronico fornito dalla scuola. Ne fui talmente affascinata che lo descrissi nel mio diario di viaggio.

Oggi i nostri ragazzi devono comperarsi persino la carta igienica, altro che computer!

Sorte migliore sembra averla avuta la terza I, quella di Impresa.  I passi in avanti sono stati giganteschi. Al punto che i ragazzi oggi hanno l’opportunità di fare ‘”alternanza scuola/lavoro”. Per dirla in parole povere, possono passare periodi anche corposi in sostituzione della didattica tradizionale nelle imprese con cui la scuola stipula convenzioni, per imparare un mestiere. Naturalmente, gratis.

Come se il lavoro non valesse nulla. 

Nemmeno quello degli insegnanti. 

Ecco perché l’analisi contenuta nella lettera dei 600 docenti è insufficiente. I problemi che si evidenziano all’Università nascono molto prima, dalla scuola materna in poi.

E’ lì che si forma l’attitudine dei bambini all’apprendimento. Leggere libri insieme, scrivere per gioco o per amore, sono abitudini che i nostri ragazzi hanno perso e anche noi, in favore di altri intrattenimenti che guarda caso sono esattamente ciò che vogliono che consumiamo.

Analfabetismo di ritorno, ingrediente segreto della governabilità, della manipolazione delle menti e del mercato.

Sottomissione? 

Tutto ciò deve gridare più forte, deve essere ascoltato.

Un linguaggio corretto continua ad essere il modo migliore non solo per presentarsi ma per sentirsi parte attiva della società cui apparteniamo.

Riprendiamoci la scuola per capire che non ci siamo sbagliati quando dicevamo che la buona scuola così buona non era. Questo è ciò che dobbiamo fare.

Trovare un punto di incontro tra le generazioni

La generazione dei miei genitori ha condotto molte lotte per una scuola pubblica dignitosa e per tutti, democratica e selettiva, mai esclusiva e respingente. Non meritocratica ma giusta, il più possibile equa.

Una scuola in cui ci potevano andare tutti (anche una figlia di operai come me) perché i libri, anche se usati, erano forniti dallo Stato, quello con la S maiuscola.

Il doposcuola aiutava i genitori a svolgere il loro lavoro e a mantenere i ragazzi in un ambiente protetto ed educativo, una valida alternativa alla strada, ai videogiochi, al telefonino, strumento oggi onnipresente.

I miei genitori in particolare si sono dannati di lavoro e di straordinario per farci studiare  e noi non abbiamo mai saltato un giorno di scuola senza giustificazione. Avevamo rispetto di quegli sforzi ma anche amore, prima di tutto per noi stesse.

Abbiamo usufruito di questi diritti quasi senza accorgercene ed ora la generazione che abbiamo davanti a noi sembra aver messo tutto questo da parte.

Bisognerebbe che si facessero sentire.

Spegnete i telefonini un momento e dialogate con i vostri figli. Voi, ragazzi, fate lo stesso. Discutete dei problemi che ci sono nel mondo della scuola, parlate.

La parola è l’antidoto più forte che abbiamo contro l’isolamento.

Imparare a leggere e a scrivere serve proprio a questo: a non impedirci mai di far sentire le nostre ragioni e le nostre idee.

E se non sentono, dobbiamo urlare più forte.

Commenti

  1. Da insegnante stendo un velo pietoso. Si fa molta fatica. E spesso il nostro lavoro è sempre criticato dai genitori che invece di supportare l’operato degli insegnanti remano conto.

    1. Sì, questa faccenda dei genitori che intralciano e interferiscono con il programma e spesso anche con la metodologia e didattica degli insegnanti ha dell’incredibile. Deve essere una moda degli ultimi tempi, perché quando frequentavo io la scuola non si sarebbero mai permessi… Non deve essere facile conquistarsi l’autorevolezza in questo contesto… Non so in quale livello scolastico insegni, ma mi pare peggio per i bambini più piccoli che per i più grandicelli… sbaglio?

  2. Il potere è sempre stato esercitato tramite l’ignoranza.La nostra società utilizza, semplicemente, dei mezzi nuovi per detenere un potere vecchio. Non avrebbero potuto mettere dei “paletti” ad una fonte incommensurabile come Internet e così hanno limitato la curiosità, la capacità di comprendere, di discernere. Risultato: una generazione che non guarda al di là del proprio naso, pur avendo mille possibilità. Buon pomeriggio.

    1. Vero. Sulla faccenda di Internet sarebbe interessante approfondire. Qualcuno sostiene che alcune notizie siano “filtrate” su Facebook. Intendo ch’è non vengano visualizzate.. D’altra parte l’ignoranza oltre assenza di cultura è anche distanza da talune informazioni…. Grazie per questo spunto di riflessione e a te buona serata

  3. “Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone”. Questa frase è di don Lorenzo Milani, che negli anni 50 fu “esiliato” in un piccolo borgo fra i monti di Firenze, dove si reinventò una scuola per i pochi giovani del posto, terribilmente svantaggiati rispetto ai bambini di città.
    E’ una frase che dice tutto sull’analfabetismo culturale. Al giorno d’oggi ci vogliono sufficientemente istruiti per essere consumatori, ma è meglio se siamo consumatori stupidi. Lavoratori sottopagati, meglio se gratis. E votanti ancora più stupidi.
    Non riesco ancora a capire qual è il punto generazionale in cui tutto è saltato. I miei genitori, come i tuoi, si sono spaccati la schiena per farci studiare il più in là possibile: loro con la sola quinta elementare avevano capito da subito come girava il mondo e che lo studio era l’unica occasione di avere una vita migliore. Io e mia sorella siamo le prime laureate di tutta la famiglia, eppure tra i cugini ci siamo laureati in 3 su 10. Non perché agli altri mancassero le opportunità economiche, piuttosto già i loro genitori non hanno compreso il valore dello studio e hanno trasmesso questo non valore ai figli. Ora tra gli amici vedo che si spaccano la schiena non tanto per mandare i figli a scuola, quanto per mandarli ad una scuola privata, perché le pubbliche sono in decadimento completo. E mi chiedo: è una strategia voluta? La scuola pubblica azzoppata di tutto il suo tesoro (ed è sorta nel dopoguerra, quando di soldi pubblici ce n’erano molti meno!) a favore di una scuola-impresa? E fatalmente stiamo avendo lo stesso scambio anche nella sanità, dove sempre più spesso sei costretto a curarti a pagamento di fronte alla disorganizzazione delle liste infinite pubbliche? E molto ci sarebbe da dire anche sull’intramoenia dei medici (= utilizzo della struttura pubblica con affitto irrisorio a fronte del rilascio di una prestazione privata del medico stesso al paziente).
    Si, qui c’è da urlare parecchio…ma temo che urleranno solo allo stadio.

    1. Barbara, ciò che sta accadendo qui è quanto di più straordinario potessi aspettarmi da un blog. Lo dico in premessa perché è il sentimento che mi ha suscitato leggere queste righe di commenti, in particolare gli ultimi. Grazie davvero.
      Veniamo da esperienze simili io e te e dunque mi ritrovo molto in ciò che dici. La conoscenza del linguaggio è importante ma c’è un “sapere operaio” che oggi si chiamerebbe “sapere del lavoro” che trascende la conoscenza linguistica o formale, lessicale o che altro, perché è concreta materia di vita. Ne sono sempre stata affascinata, forse si tratta di un bagaglio familiare che poi ho capitalizzato in terreni, quelli scolastici, in cui si è misurato. Le tue domande sono le stesse che mi sono posta in un articolo che avevo scritto e che mi viene in mente solo ora “La mia generazione deve smettere di tacere” in cui mi ero interrogata, esattamente come te, su “qual sia stato il punto generazionale in cui tutto è saltato” come affermi. Prova a dargli un’occhiata quando hai tempo, mi farebbe piacere sapere che ne pensi.
      Mi pare in sintesi che dipenda da noi, dalla mia generazione di sicuro. E quando a volte irridiamo questi giovani che si rispecchiano nella nostra fatica quotidiana a guardare in faccia il mondo che abbiamo generato, e li guardiamo con distacco e sospetto, facciamo un torto a noi stessi. Sono più colti ma più fragili e spaesati. Non gli abbiamo trasmesso l’amore per la conquista e ciò che non costa nulla non vale nulla.
      Io ho una fiducia incrollabile nella scuola pubblica, anche se è tutta azzoppata. E sono anche io dell’idea che scuola, sanità e lavoro siano (e non importa l’ordine) le basi che devono costituire una Società civile. Credo sappiamo bene chi ce li ha tolti. Torniamo a sperare, a sognare a immaginare. Noi che amiamo raccontare storie siamo più in dovere di farlo degli altri 🙂 Da qualche parte scrissi che scrivere è creare la realtà che vorremmo. Ma scrivere non basta. Hai ragione tu, c’è da urlare e aggiungo, come suggeriscono Marina e Gabriela, da fare, ciò che hanno sostenuto loro, io condivido e lo assumo interamente. Se si urla solo allo stadio non servirà a nulla. Un abbraccio grande

      1. Devo essermi spiegata male, perchè dal tuo commento la sensazione è che io passi per un mugugnatore demotivato. Tutt’altro. Le urla allo stadio non sono le mie, dato che non seguo più il calcio da Calciopoli e una delle poche idee buone di Mario Monti era proprio di sospendere il calcio per un anno, a favore di altri sport più etici.
        Non sono convinta che sia la nostra generazione (che poi nel cerchio di amici miei o non ci sono figli, o sono ancora in fasce; quelli che hanno figli a scuola hanno già 10 anni più di me, i capitoli della vita sono diventati più lunghi). Temo purtroppo che siano una o due prima. Perchè quando dico che occorre cambiare le cose, sono sempre i più vecchi a rispondermi che “oramai va così”, non i più giovani. Anzi, in un luogo di lavoro, sono sempre quelli più vecchi ad essere ostili al cambiamento. Perchè il cambiamento richiede sforzo e responsabilità.
        “Io vorrei essere un rassegnato, ma non posso.
        Quand’anche riuscissi a diventare un arciricchissimo e vedessi con sicurezza l’avvenire mio e della mia famiglia, io continuerei ad essere sempre un ribelle.” Gaetano Salvemini, 1898 (ma è più bella completa, la trovi sul mio G+)

        1. Cara Barbara, il tuo messaggio era chiarissimo ed io lo avevo inteso, ma evidentemente ti ho dato la sensazione opposta scrivendo il commento e me ne dispiaccio molto. Com’è difficile calibrare le parole quando non si hanno le persone di fronte! !
          E’ vero, anche io sento spesso persone più adulte di me dire che le cose non cambiano mai, è una sorta di mantra che mi sento ripetere da quando avevo 16 anni, periodo in cui si è formata la mia coscienza politica e militante. Sai io ho 48 anni e quando parlo della generazione che deve smettere di tacere penso proprio a quella dei cinquantenni, che a mio avviso sono stati alla finestra troppo tempo. Quanto al resto, è positivo e naturale che i giovani cerchino il cambiamento, ma riportando questa discussione al tema che l’ha generata, può darsi che questa domanda non filtri o non venga “letta”, altrimenti la scuola non sarebbe questo disastro e noi vedremmo qualche piazza piena, ogni tanto. Ma forse anche questo è un retaggio di un modo di lottare che non c’è più. E questo per me non è un bene..
          Bella la frase di Salvemini, la ribellione è uno dei possibili termometri dell’autonomia e dell’identità. Se poi c’è anche un progetto , allora siamo a cavallo!

  4. Articolo molto interessante. Sono un’insegnante di scuola primaria, conosco l’argomento e sono d’accordo con tutto: l’ignoranza è voluta, promulgata, decisa da leggi ben precise. Non voglio farne un discorso politico (io, in politica, non mi fido più di nessuno), dico solo che con la ‘buona scuola’, la riforma che si prefiggeva di alzare il livello di questo ente importantissimo, sono stati assunti (a tempo indeterminato!) molto diplomati di 15/20 anni fa senza che questi abbiano mai maturato prima opportuna esperienza, almeno un mese di servizio. Dico che di incapaci nelle scuola (e di ignoranti) ce ne sono molti, che nessuno li licenzia perché il lavoro statale, sindacati annessi, rende il tutto molto complicato e perché i dirigenti ‘non vogliono condannare nessuno alla fame’. Dico che l’istruzione è un diritto/dovere di tutti (docenti e discenti), che l’informatica a scuola è imposta praticamente (registri e pagelle elettroniche) a docenti che non dispongono di connessione e/o hardware funzionante. Dico che pure tra i docenti universitari esiste qualche somarello (letto qualche testo ‘consigliato’ e scritto dal docente stesso… da paura!) e aggiungo che le famiglie non ci ascoltano. È più facile che vengano a criticarti perché hai sgridato il figlio per un mancato compito eseguito, piuttosto che veder fare la fila per combattere contro l’ignoranza e lo stato di abbandono del mondo scuola. Lavoro con passione, e questo mi motiva. Il resto è un generale disastro.

    1. Ciao Gabriela, grazie! Sentendo le storie che si raccontano e le esperienze personali di chi nella scuola ci vive e ci lavora, c’è qualcosa che stona: un obiettivo così importante, quale la crescita umana e culturale delle persone, bambini, adolescenti o adulti che siano, viene perseguito senza un’adeguata cooperazione. Tra chi? Per esempio tra chi decide le norme, chi insegna, chi frequenta le scuole e i genitori.
      Se non ci sono obiettivi comuni e comune ascolto dei problemi, non si va molto lontano.
      Il problema degli insegnanti inadeguati non dico che non sia reale ma mi pare meno urgente e diffuso rispetto alle condizioni e agli strumenti disponibili che hanno per condurre in porto la nave-scuola.
      Non parliamo dei genitori che si arrabbiano perché i loro figli, magari anche super giustamente, vengono redarguiti: no comment. Un’amica del blog commentando altrove una volta ha detto “Meglio una pedata data in tempo che una carezza al momento sbagliato”. Con tutto il rispetto, mi sento in questo caso di assentire totalmente

      1. C’è un’urgenza di problematiche generale; scusami se insisto su questa cosa ma la reputo importante: in qualunque professione ci arrivi avendo studiato, approfondito e sperimentato. La scuola ormai pare una sorta di contenitore sociale, ci arriva chiunque e ci arriva grazie al fatto di aver rispolverato un diplomino preso decine di anni fa. I laureati, invece, e laureati per insegnare, sono tutti fuori dalle assunzioni. C’è qualcosa di studiato e terribile in tutto questo. Non ci si inventa medici, psicologi, imprenditori o farmacisti da un giorno all’altro. Non vedo perché questo debba invece avvenire con l’insegnamento. È un cane che si morde la coda, l’inadeguatezza generale – per me decisa a tavolino – smembra, disfa ed intacca la funzione fondamentale della scuola. Chi lavora con serietà e passione lotta ogni giorno con le cose elencate da te e quelle aggiunte da me. Sul resto la penso come te. Buona domenica

        1. Gabriela fai bene a insistere perché la professionalità di chiunque pratichi un mestiere è fondamentale, tanto più un insegnante. Rattrista il cuore sentire le storie di chi vive “da dentro” il problema, ma credo che serva proprio questo. Per troppo tempo non abbiamo ascoltato da chi aveva da dire per esperienza diretta e sono venute fuori riforme, come dice Marina, farlocche, da Polvere di Stelle e Mulino Bianco. Com’è possibile che permettiamo che la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro futuro, le giovani generazioni, siano in mano a un sistema così claudicante? Da dove possiamo ripartire?

        2. Dalle basi, dal pretendere serietà e professionalità; dai docenti, dalle famiglie e, prima ancora, da chi prende decisioni sul mondo della scuola. Ma non so se ci riusciamo, troppi interessi in ballo. Buon pomeriggio.

        3. Serietà e professionalità in particolare le estenderei ad ogni campo.. Buona serata Gabriela e grazie per questo confronto

        4. Possiamo e dobbiamo solo riscrivere le regole. Ma a farlo devono essere professionisti, non farabutti parolai buoni solo a occupare il tempo nei talk show. Servono persone serie, cukplturalmente adeguate, che abbiano l’obbiettivo di ri-culturizzare un paese in via di degrado.
          Sono arrabbiatissimaaaaaa!!! Grrrrr!!!
          🙁

        5. Domani si parla di talk show… Per i professionisti dobbiamo attrezzarci.. 🙂 anche a te una buona serata e grazie per i tuoi continui e preziosi contributi

  5. Di questa faccenda devo dire che finalmente qualcuno se ne accorto, come al solito tardi. Ho già discusso la notizia in questi giorni in altra sede.
    Già una decina di anni fa era emersa questa situazione. Non ricordo con precisione (seguo la cultura, non l’ignoranza) ma ad un esame per giudici/pubblici ministeri (persone che “lavorano” con le parole) la frase: “Vexata questio” veniva trasformata in “Veperata questio” traslando “x” con “per”.
    Personalmente poi avevo già avuto segnali di retrocultura da un’insegnante elementare, con la quale comunicavo via e-mail, che utilizzava un linguaggio scritto da SMS.
    Sto parlando di fatti accaduti più di dieci anni fa, non l’altro ieri.

    La scuola nasce per creare dei lavoratori dipendenti, persone ben posizionate nell’era industriale, non persone libere capaci di sviluppare sé stesse. Quindi, sotto questo punto di vista, sta facendo il suo dovere.
    Il problema è che ormai è anacronistica e si cerca di dare una veste nuova più in senso propagandistico, con grandi proclami d’effetto, che in maniera veramente efficace.

    Il problema che mi pongo però è: Cosa dire alle nuove generazioni? Vai a scuola e prendi un pezzo di carta oppure non perdere tempo e se ti piace un’argomento cerca informazioni “vere”?

    1. Il problema sta nel fatto che la scuola ha comunque il compito di creare le basi per rendere possibile, alle persone, di effettuare quella scelta di cui parli: studiare dietro supporto, o farlo in autonomia. Se questa “base” è ormai anacronistica…Siamo in un buco nero!
      E’ vero, ci sono molte istituzioni alternative, ma la nostra società impone ai ragazzi di frequentare quel tipo di istituzione per una certa quantità di ore al giorno. Perdonami se insisto: è orribile non saper utilizzare lo strumento linguistico, ma l’allarme più grave sta nella incapacità che hanno oggi i nostri docenti a stimolare le potenzialità individuali. E come potrebbero? I docenti appartengono ad una categoria svilita e denigrata che, a partire da ciò, continua a svilire se stessa per sciatteria, per disamore e per mancanza di professionalità – lasciami dire. Se non siamo noi a dar valore alle cose che facciamo, come possiamo pretendere che lo facciano gli altri? Gli insegnanti sono primariamente educatori: questo termine sembra non aver più senso per molti. Troppo spesso gli insegnanti si riducono a fare i giudicatori, quelli che mettono il voto, quelli che dicono che i ragazzi oggi sono tutti ignoranti. Ok – e loro cosa stanno facendo per affrontare questa tendenza? Come si muovono? Ok, i regolamenti, le leggi, le condizioni economiche… Io ho sempre pensato che il mestiere dell’insegnante è un mestiere terribilmente importante, serio e delicato. Ho sempre pensato che lo si può svolgere bene solo con la passione e la serietà dovuta. Non può ridursi a quello spettacolo cui troppo spesso assistiamo. I docenti devono aggiornarsi, studiare, imparare il linguaggio della generazione che seguono – loro più di chiunque altro. Per parlare con l’altro, per toccarlo dentro, devi poter partire da una dimensione comune. E questa non può certo essere determinata nel semplice gioco de “io insegno e tu impari”. Le metodologie formative hanno superato da tempo questo concetto di formazione unidirezionale: ormai si parla di “apprendimento cooperativo”, di “flat learning”..Discipline legate al coaching e al tutoring hanno lanciato importanti input che non possono essere ignorati. La società cambia e richiede adeguamenti. Chi deve condurre il gioco e spingere oltre, deve essere quello che fa lo sforzo maggiore.

      1. Marina condivido pienamente, è la scuola a fornire quella “base” per fare le scelte, per questo non bisogna abbandonarla. Trovo molto stimolante il tuo suggerimento in merito alle discipline del coaching e del tutoring. L’insegnante è un educatore in primo luogo e va stimolato a crescere anche’esso nella sua professione. Mi chiedo: i bonus, i recenti trattamenti che hanno ricevuto li insegnanti vanno in questa direzione? Non mi pare. Destinare un insegnante di Palermo a Trento è una cattiveria, non uno stimolo.
        Sono convinta che esistano insegnanti molto bravi e alcuni ai quali non affiderei nemmeno le mie piante perché le annaffino in un week end d’estate! Ma si può lasciare al caso o se preferisci alla fortuna la formazione e la preparazione? Dovrebbe esserci una sorta di supervisore che però mi pare quantifichi la prestazione e non la giudichi per la qualità. Che a mio avviso riguarda anche la qualità delle nozioni e dell’insegnamento ma anche della relazione. La scuola è soprattutto scuola per la vita. Ragazzi che non sanno parlare e comunicare sono ragazzi che si troveranno in difficoltà. Che ne pensi?

        1. Dico che Gabriella ha ragione: vengono chiamate ad insegnare persone prive di esperienza, e non vengono forniti gli strumenti necessari per operare. Il bonus di Renzi è un’altra presa in giro. Soldi dei contribuenti sprecati in iniziative puramente demagogiche. 500.00 E per uno da utilizzare in discutibili attività formative (a cosa bastano 500 E? La formazione deve essere continua e professionalizzante)… sarebbe stato piu consono prendere accordi con enti formativi e istituire corsi ad hoc. Ma non e difficile pensarlo, questo..Semplicemente non era di interesse l’obbiettivo pubblicamente declamato. Quello che serve primariamente è la capacita di comunicare, relzionarsi ad una generazione che cresce in un mondo diverso da qllo in cui sono cresciuti coloro che devono educarli, è necessario creare un ponte che renda possibile l’incontro. È necessaria una alfabetizzazione infomatica, perchè oggi tutto è digitalizzato: saper usare strumenti informatici e sapere come funzionano rivoluziona la mente, consente di gestire in modo nuovo le attività comuni… .Gli strumenti cambiano i modi, anche il modo di pensare. E da questo non se ne esce: bisogna apprendere, e farlo alla svelta, perchè ora tutti i processi sono velocissimi. Cambia il linguaggio, cambiano i tempi, cambiano le conclusioni. Chi non si adegua resta fuori. E non basta un titolo da docente per garantirne le capacità.
          La “buona scuola” di Renzi, tradisce dal nome stesso con cui e stata definita il suo carattere meramente commerciale, illusorio e farlocco. Non ti ricorda qualche pot del Mulino Bianco? Fantozzi la definirebbe ” una c… . Pazzesca!”.
          Polvere di stelle nel dire che era il modo migliore per garantire qualità e continuità. Ci hanno creduto solo i non addetti ai lavori. Conosco pesone che lavorano nelle scuole: la sola continuità garantita è quella del processo economico che, ormai, regna ovunque. Vero quello che dice Gabriella: se chiedi ad una ragazza di indossare un vestito meno provocante in aula, le crei “scompensi psicologici”, quindi i genitori si lamentano dal preside minacciando di portare la ragazza (il pagamento della retta attuale e futura) in altro istituto, e quello, il preside, richiama il docente dicendo a chiare lettere che gli studenti pagano, e vanno trattenuti, non spinti ad andare via. Idem per i giudizi sulle attività svolte dagli studenti. Questo fatto è avvenuto in un prestigioso liceo romano; figurati che aria tira altrove. I docenti sono chiamati ad adeguarsi, a camomillare quelli che oggi sono divenuti “i clienti”,a rischio di ripercussioni pesanti.
          Qlsa di analogo sta avvenendo nelle università. Ed è ovvio, perchè le persone vengono abituate a questo meccanismo, e lo reiterano in tutto. Mi domando come faranno a lavorare questi giovani, domani, in un contesto in cui i diritti sociali sono messi sempre più da parte, e il rispetto della persona che lavora sta perdendo gradualmente garanzie faticosamente guadagnate nel tempo, e con fatica.
          Ne uscirà una società di inetti burattini… Responsabili tutti, in primis i genitori, troppo impegnati a coccolare e assecondare i loro ragazzi, che non si ribellano, non si inkazzano. Con i figli, e con queste dannate istituzioni.
          Tutto gira intorno ad un mercato ormai schizofrenico, dove il danaro deve produrre altro danaro, e chissenefrega degli individui, chissenefrega della società. Stiamo perdendo l’uomo. Spero davvero si avveri l’ipotesi di Baumann, quella secondo cui una ampia dispersione spersonalizzante porterà necessariamente alla ricerca del particolare e dell’individuale..E si ripartirà. Ad oggi, però vedo solo l’attuazione della spersonalizzazione assoluta che tanto lamentava Martin Heidegger: il “si fa perche così fan tutti, il si dice”.. una deresponsabilizzazione che agglomera tutto e tutti dentro un unico orizzonte di senso che nessuno contribuisce a creare, ma che tutti continuano a nutrire. Quando leggevo gli scritti di Heidegger pensavo fosse un pazzo a dichiarare che la tecnica avrebbe giocato l’uomo… dicevo che era impossibile: oggi quasi concordo, con una correzione importante pero: L’UOMO STA GIOCANDO SE STESSO perchè non sa utilizzare ciò che sa fare e fa. L’uomo non ha il controllo perchè svogliato e distratto. E se continua così, sarà talmente fuori allenamento, da convincersi di non esserne piu in grado. E allora, si sottometterà molto molto docilmente… .

        2. Il mantra dello sviluppo tecnologico nasce con l’illuminismo, con la rivoluzione industriale, guai a metterlo in discussione. Quando qualcuno individua processi che altri non immaginano ancora, allora siamo in presenza di menti elevate che si comprendono con il tempo. Quando lessi 1984 di Orwell non avevo la più pallida idea di ciò che stesse descrivendo, ne ero affascinata ma non lo comprendevo. Ma ero una ragazzina. Oggi posso solo confermare che la realtà delle cose supera di gran lunga l’immaginazione e, come dici tu, la stessa incapacità di restare aggiornati con la tecnologia informatica ci rende suoi schiavi. Uno strumento, per quanto complesso, ha bisogno di essere direzionato. Una cosa buona diventa qualcosa di pericoloso se usata male (ma questa l’ho già sentita ;). La scuola è un buon strumento utilizzato male, molto male. Resta valida la domanda, come ne usciamo?
          Ah:
          L’uomo sta giocando se stesso. Quoto! Come discepola di Baumann non sei niente male! 😉 Buona domenica a entrambe

    2. Tranquillo David, qui non siamo pignoli e sappiamo come funziona la scrittura sul web ;). Poichè condivido il tuo pensiero, mi limito qui a rispondere alla tua domanda, affatto provocatoria. Io alle nuove generazioni dico di tirare fuori le unghie e la coscienza della propria condizione e lottare per i propri diritti di studenti a una preparazione degna di questo nome.
      Mi viene in mente un episodio della mia giovinezza. Al mio Liceo ero piuttosto attiva politicamente e insieme ad altri organizzavo manifestazioni , scioperi, ecc. Erano gli anni ’85 -’86 e mi sono divertita parecchio. Ciò che però fece maggiormente scalpore, tanto da essere richiamato sul giornale cittadino, fu lo sciopero bianco che indicemmo all’ultimo anno contro l’impreparazione del nostro Insegnante di matematica. Noi scioperammo per chiedere al Preside e al Provveditore di intervenire e mandarci un insegnate che potesse seguire una quinta liceo. Scioperammo per poter studiare di più e meglio!
      Ora con il senno di poi avrei potuto considerare di più la sensibilità di quel’insegnante, effettivamente inadeguato ma forse anche intimorito da belve come noi 🙂
      La scuola è ancora uno strumento indispensabile, prima di abbandonare il terreno ci penserei due volte…Poi, come dici giustamente tu, bisogna sempre cercarsi le informazioni giuste, i libri giusti, le persone giuste. Ma il criterio per selezionarle, quello te lo insegna la scuola.. 🙂 Grazie

  6. Una volta ho sentito questa frase: chi parla male, pensa male.
    Il linguaggio espone e propone il pensiero; il pensiero sta alla base dell’azione. Dunque, se pensi male, agisci male.
    Se poi accetti di adottare un linguaggio scarno, ripetitivo e banale rinunciando alla ricchezza espressiva della tua lingua natia, c’e il rischio che la tua pigrizia mentale si espanda in tutto il tuo agire.
    Gli antichi egizi – popolo dalla cultura davvero raffinata -credevano nella virtù del linguaggio, tanto da attribuire ad esso valore di sacralità: non a caso i nomi di persona erano scritti all’interno del cartiglio, una sorta di aurea di protezione, una zona di rispetto. Ne abbiamo già parlato, sai quanto mi indispettisce questo imbecerimento culturale, che procede lentamente, incessante e drammatico. Ma come dici tu, oggi – già da ieri – non c’è molto rispetto per il lavoro degli isegnanti, perchè non c’è rispetto verso la società e, quindi, verso sè stessi. Credo che ci siamo un pò persi, sballottati qui e là da tanti stimoli.
    Gli smartphone sono uno strumento fantastico, ma come ogni strumento, sono passibili di una cattiva gestione. Il problema non è lo strumento, ma il modo in cui viene usato. Il vero problema sta nello svuotamento del termine cultura, quella “Kultur”, con la quale la lingua tedesca indica la civiltà.

    1. Non ricordavo questa metodica degli egizi, che mi pare affascinante. Il linguaggio ha in effetti molte forme d’espressione e non tutte scritte. Culture antichissime si tramandano oralmente la storia, gli usi i costumi e le regole della comunità. Altre, come i Dogon del Mali per fare un esempio, comunicano con l’architettura e la disposizione delle capanne e degli oggetti nello spazio. E per dare risalto all’importanza della comunicazione hanno “parlatori” in cui si può stare solo seduti, in quanto il soffitto della capanna è molto basso. Un modo per evitare gesti inconsulti, mantenere i toni sommessi e poter comunicare efficacemente. Non scrivono ma i processi di crescita nella comunità sono rituali e strettamente legati a passaggi di status subordinati al superamento di prove molto complicate. Una sorta di esame, per dirla in termini a noi più congeniali. Il tema è: gli esami, ovvero la verifica dell’apprendimento, quanto sono ancora efficaci?
      Pensa che ho letto che vogliono modificare (ancora) l’esame di maturità.— Mi sembra che siamo un po’ allo sbando

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