Quanto c’è bisogno di parole al femminile!

Quando due donne si alleano per raggiungere un obiettivo, state certi che quell’obiettivo sarà raggiunto

É una specie di mantra che potete utilizzare ogni volta che qualcuno rimette in circolo il solito, vecchio, refrain: le donne insieme non vanno da nessuna parte, litigano e basta. O roba del genere.

Succede spesso. Quando nasce un sodalizio al femminile, qualcuno prova a sabotarlo. A volte sono gli altri, ma a volte, siamo noi.

E così, mentre ascoltiamo questi alert e ci convinciamo che siano veritieri, persino assecondandoli, intorno a noi qualcuno guarda compiaciuto per essere riuscito, ancora una volta, a separare ciò che invece dovremmo tenere inseme, perché insieme potrebbe diventare qualcosa di davvero potente.

Non so se è per contrastare questo refrain (io sono, come si direbbe in piemontese, una bastian contraria) o perché lavorare con le donne, soprattutto con certe donne, mi piace parecchio, sta di fatto che la cooperazione sono andata a cercarmela e per di più intorno a un tema che da sempre mi interessa molto, come ben sapete: la comunicazione.

Che poi ci avevate fatto caso, vero? La comunicazione è un sostantivo femminile singolare che nel caso che intendo presentarvi funziona al plurale. Speriamo benissimo  😀

La nostra scommessa, due donne insieme a parlare di comunicazione

Quanto c'è bisogno di parole al femminile!

Le scommesse mi piacciono perché mi piacciono le sfide.  E sembra che anche Elena Aloise non sia molto differente 🙂

Lei è un’esperta di formazione, cura un blog che si chiama Comunicazione efficace,  e ci conosciamo da una vita. Ma non avevamo mai messo insieme le nostre competenze.

Poi un giorno ci incontriamo di nuovo dopo molto tempo ed io le racconto di questa passione per la comunicazione, del blog, e…..  il resto lo conoscete già.

Da allora è passato un anno e mezzo e tra le pieghe delle nostre vite lavorative piuttosto intense abbiamo cercato e trovato uno spazio per sperimentare una strada insieme: parlare della comunicazione al femminile, intesa come comunicazione di contenuti ed emozioni.

In un mondo piatto fatto di regole uguali per tutte e di nozioni da apprendere e da applicare, come se comunicare fosse al pari di risolvere un problema matematico, noi ci siamo convinte che soltanto noi stessi possiamo colorare la nostra comunicazione in modo efficace.

Ma perché c’è tanto bisogno di parole al femminile?

Naturalmente ci sono molteplici studi che distinguono la capacità comunicativa di un uomo e di una donna, diversa per scelta delle parole, dei gesti, dell’energia che ci mettiamo. Ma senza oggettivare troppo, anche noi stesse o noi stessi, nella nostra vita quotidiana, saremmo in grado di comprenderne le differenti sfumature, semplicemente badando alla nostra esperienza.

Il pathos, le espressioni del viso, la struttura del linguaggio. Quest’ultima, come sosteneva Foucault, davvero potere, oggetto e soggetto del potere.

Un potere che ancora si trova strettamente legato in mani maschili, nonostante tutto quello che abbiamo fatto e che ancora stiamo facendo per favorire un processo all’incontrario. Dobbiamo pur superare l’asticella del 30% di donne nelle istituzioni, Parlamento compreso, o no?

Dunque si diceva del linguaggio: se siamo d’accordo sul fatto che sia il linguaggio a costruire la realtà rappresentandola, è evidente che la proprietà di linguaggio, intesa come la capacità di dominare la lingua e di creare parole che definiscano e raccontino mondi o parti di essi, magari sconosciuti, è fondamentale.

Ora, come possiamo esercitarla? Usando il mezzo più comune di linguaggio a nostra disposizione, la parola!

E qui viene il difficile. Perché assumere l’intenzione di definire e individuare la realtà che si vuole rappresentare ha bisogno di coraggio e di un minimo di preparazione.

Pensate a voi stessi quando dovete sostenere un’importante prova. Forse non ripassate nella mente le frasi più corrette e dal vostro punto di vista? O più efficaci, per raggiungere l’obiettivo che vi siete prefissati?

Ebbene, in questo caso state facendo pratica di comunicazione!

Ma se questo processo per qualche ragione si ferma, si blocca o viene represso, perché temiamo di non essere compresi o ascoltati o considerati, allora che ne sarà della comunicazione?

Pensate che qualcun altro sosterrà le nostre tesi o argomentazioni? Nossignore, specie se si tratta di argomentazioni a voi molto vicine e agli altri molto lontane.

Vi porto un esempio di urgenza di linguaggio e parole al femminile

L’altro giorno mi è capitato di affrontare una discussione intorno al tema della disparità salariale tra uomini e donne. Un ricercatore che stava illustrando lo stato del’arte della disparità tra i generi attraverso cifre e argomentazioni, a un certo punto, per descrivere la distanza di ben il 30% della futura pensione di una donna rispetto a quella dell’uomo, a parità di altre condizioni che non fossero il genere, utilizza un avverbio che mi ha molto infastidita. La frase suonava più o meno così:

E poi, ovviamente, le donne guadagnano meno, molto meno.

E passava all’argomento successivo, in cui illustrava alcuni aggiustamenti possibili, che non consideravano le discriminazioni di genere.

Mi sono soffermata molto su questo avverbio. perché non nascondo che mi abbia molto infastidito. Cosa vuol dire ovviamente?

Nessuno è tornato sull’argomento, dunque dovevo farlo io. E naturalmente mi ci sono buttata subito, chiedendo di individuare forme di anti discriminazione, pratiche soluzioni, perché la differenza tra i generi c’è nella società e noi la conosciamo bene, ma bisogna pur smettere di denunciarla e correggerla. Punto e basta.

Cosa vi dice questo stile di comunicazione?

Non vi viene in mente una buona dose di concretezza? E poi, secondo voi, un uomo avrebbe fatto la stessa osservazione con la stessa enfasi?

Impossibile, perché non misura quella stessa condizione sulla sua pelle ogni giorno, direttamente o indirettamente, come capita a me e a chissà quanti di voi.

Ecco cosa intendo per necessità di comunicare il femminile. Se non lo fate voi, non lo farà nessuno. Ci aspetta un compito non da poco, non è così?

Allora, esiste o no questa comunicazione al femminile?

Non esiste una comunicazione femminile, ma esiste una comunicazione del femminile, la trasmissione cioè di ciò che è insito in ciascun essere vivente e che riguarda quella parte che spesso teniamo nascosta perché è fatta di emozioni, di approssimazioni, di dubbi e di timori. Ma anche di spontaneità, di energia e di accoglienza.

Con una capacità fondamentale, l’ascolto.

Nulla è più importante per un buon comunicatore della capacità di ascolto. Insieme alla comprensione, costituiscono la specificità del femminile.

Così martedì 16 maggio mettiamo in gioco noi stesse. Ospiti dell’Associazione Laboratorio delle Donne, noi si parte. Girl power si diceva un tempo,

Se siete nei paraggi, venite a farvi ascoltare e a dire la vostra. Intanto noi ci prepariamo al meglio per offrire un punto di discussione nuovo e differente. Differente come i generi e come le esperienze che rappresentiamo.

E voi, quali pensate che siano le caratteristiche della comunicazione femminile? Soprattutto, pensate che  esista davvero una comunicazione del femminile?

22 thoughts on “Quanto c’è bisogno di parole al femminile!

  1. Fra le diverse cose che ho fatto ci stanno pure i corsi di informatica (circa 4000 ore di aula). Bene, tra le centinaia di persone che ho incontrato spiccano luminose due figure di donna che ho avuto la fortuna di incontrare. In particolare la signora Luisa P. che in soli tre giorni è stata capace di arrivare al secondo livello di Excel facendo in tre ore un foglio elettronico, con tanto di filtri, Tabella Pivot e Data Base Connesso. Mi sono innamorato all’istante!
    E’ stata una settimana di gradevole incontro con una intelligenza che si presentava come persona, senza alcuna connotazione di genere.
    Quando incontro un essere umano mi chiedo: cosa possiamo fare di utile per noi, insieme?
    Quanto all’influenza astrale marziana (che uso come metafora), in realtà ce ne sono due: una logica (marziana) ed una analogica (venusiana), dove la prima si espone ma la seconda, nell’ombra, prevale. Ma quanto più questa viene frustrata, tanto più la prima si espone violenta.
    Sono gli estremi patogenetici di una diade (relazione a due) che ossessivamente ripete il rituale del carnefice e della vittima, risorgendo, come l’Araba Fenice, eternamente dalle proprie ceneri.
    Questa danza della morte riempie i consultori psichiatrici facendo ingrassare gli addetti al settore che, come il mago di OZ, gestiscono questo lucroso Luna Park delle Illusioni.

    C’è infine da sottolineare che il modello politico che ci gestisce prevede l’espressione nominale del proprio voto, dove la maggioranza prevale (anche con discutibili premi). Per conseguire il primato sociale è necessario svestirsi dei logori abiti che sono stati indossati in passato proponendo innanzitutto un’alternativa basata sulla quantità (il numero dei voti) che percentualmente le donne possiedono in esubero.
    Vale a dire che il potere nasce dal basso e pertanto vince chi ha più suffragi.
    Con le malaugurate eccezioni di chi senza merito assurge comunque al terzo potere dello stato con percentuali degne dell’ultimo in classifica.

    Va inoltre rispettata la propria dignità come persona che troppe volte ahimè (verificato costantemente come professionista) viene barattata per conseguire un potere effimero che svanisce risucchiato nella volubilità della relazione impropria.
    E’ ben vero che il Boss desidera mantenere fresco il suo Harem, ma è altrettanto vero che di “Odalische” se ne trovano a iosa. Purtroppo.
    Ecco perchè nel mio precedente commento invito Volponi e Volpone a rompere il ghiaccio per incontrarsi come specie, piuttosto che come genere, al fine di fare strage di galline, oche, pollastri e galletti, tutti invero pulcini OGM malcresciuti.

  2. Un saluto a entrambe le Elene, e in bocca al lupo per l’evento del 16!

    La comunicazione al femminile e del femminile, onestamente, mi inquieta un pò: la comunicazione per me è primariamente fare insieme…Maschi o femmine che siamo. Parlare al femminile nel senso in cui puntiamo l’indice soprattutto sulla sensibilità e la capacità di ascolto dà sostanza ad una visione che ne esclude la capacità al genere maschile, e su questo non posso concordare. Parlo per esperienza diretta: molte donne superficiali e troppo autoreferenziali per preoccuparsi dell’Altro, e molti uomini attenti, protesi ad osservare chi hanno davanti con tutti i loro sensi. Ai tempi dei miei studi universitari, la facoltà di filosofia pullulava di studiosi pro-pensiero al femminile…Ho seguito molte conferenze, ho divorato pubblicazioni, e discusso con molte persone. Ciò che alla fine rimaneva era sempre lo stesso schieramento: le donne devono recuperare un linguaggio di genere perché sennò saranno sempre messe in subordine! Non ero d’accordo allora e non lo sono nemmeno adesso. Luce Irigaray scriveva che “la macchina da scrivere”, rispetto a “il computer” è un oggetto sorpassato e di poco valore ( vallo a dire oggi ai collezionisti amatoriali!! 😉 ): la sua forma evoluta ha l ‘articolo maschile a precederla (IL computer)! :O
    Ho buttato via quel libro pieno di ripetizioni dello stesso termine con la vocale finale al maschile e al femminile, separate da un trattino perché nessuno venisse discriminato! un parlarsi addosso che reitera il conflitto tra due parti contrapposte che dimostrano la totale incapacità comunicativa, appunto, ossia quella dell’ascolto e del rispetto verso l’altro, e primariamente verso se stessi.
    Così oggi ci si preoccupa tanto di definire come sindaca o sindachessa il corrispettivo del sindaco, senza curarsi davvero delle competenze e degli oneri che le spettano. Davanti a questioni fondamentali che meritano davvero attenzione – come solo può esserlo in fondativo riconoscimento dell’altro e il rispetto per le competenze acquisite o per gli sforzi di chi vuol farlo – finiamo col disperdere le nostre energie in disquisizioni poco produttive. La nostra attenzione si lascia distrarre e decentrare attraverso canali secondari che si perdono nei rivoli della pubblica piazza…
    Ne parlavo di recente con una persona che insisteva sull’importanza di definire gli omicidi delle donne col termine “femminicidio”: si tratta di omicidio, e l’omicidio è una cosa gravissima. Non è grave che sia morto un individuo di sesso femminile piuttosto che maschile, ma che sia stata tolta una vita per un motivo che è tutto da analizzare. Che è da ricondurre ad una cultura che fa acqua da tutte e parti, e che affiora dall’interno di una società – la nostra – che si dichiara con arroganza civilizzata e avanzata. Questo è ciò su cui dovremmo concentrarci: che tipo di cultura stiamo vivendo, perché, e dove ci porterà. Ma soprattutto, anziché discutere le sfumature dei colori che ostenta, nostro primo serio dovere è quello di valutare e proporre un modo di cambiarla e fare un piano per diffonderne la buona variazione possibile. E invece no, siamo ancora qui a discutere di quote rosa… Se davvero facessimo il passo serio di affrontare radicalmente il problema del femminile, scopriremmo che non avremmo nemmeno necessità di pensarlo, perché la nostra riflessione dovrebbe concentrarsi prassicamente solo sulla PERSONA.

    Detto ciò, confesso che mi piacerebbe davvero partecipare al vostro simposio, quindi si, sarebbe bello se vi attivaste per rendere possibile una condivisione in streaming!!
    Io, se volete, un pò smanettona sono….
    😉

    • Buon giorno Marina e innanzitutto bentornata da queste parti, ci sei mancata! Sul tema del femminile sono d’accordo con te in merito alla fenninilizzazione del linguaggio e della società. Ma pensaci su un istante : se fossimo già una società pienamente evoluta dovremmo cogliere tutte le sfaccettature dell’esistenza, il maschile, il femminile e chissà che altro. Non è così. Lo sforzo è dunque di tirar fuori, valorizzare, rafforzare il femminile ovunque si trovi. Proviamo a farlo seguendo una pista che ci è congeniale, ovvero la comunicazione. Vorrei che ciascuna avesse la forza e l’energia per raccontare il suo mondo per trasformare il nostro. E poi non mi arrendo a un mondo dove si vive sotto l’influsso di Marte
      . Sarebbe veramente una ricchezza averti domani, ma so che è impossibile. Mi periterò con video amatoriali sperando di cavarci qualcosa e vi racconterò…

  3. E’ sempre possibile attivare la videoconferenza via Skype. E’ sufficiente una webcam, su un cavalletto,con un buon microfono, o ancora meglio un mixer dove connettere più sorgenti audio di input.
    Serve pure un PC con Windows o Linux.
    Si può fare pure con lo smartphone ma non lo consiglio.
    https://support.skype.com/it/faq/FA10613/come-faccio-a-effettuare-una-chiamata-in-skype

    Oppure si può usare Youtube in Diretta Streaming.
    https://support.google.com/youtube/answer/2853700?co=GENIE.Platform%3DAndroid&hl=it.

    Comunque, se non sapete bene come fare, cercate un’amica “smanettona” che la invitate come “tecnico”, e il gioco è fatto.

    • Caro Daniele, mi sa che ci mancano gli strumenti (oltre che una certa dose di smanettamento)! Mi sa che l’ideale dell’amica o figlia per i l momento è da prendere al volo, non è vero Elena?
      Comunque davvero grazie per le dritte. Le Volpi sonora diventato un covo di smanettoni . Buona serata

  4. Non sbagli, cara Elena, dici proprio giusto. Da molti anni ascolto questa voce che si esprime, come scrivo nel mio commento al punto z). Il punto Z come Punto Zero ( http://tezcatlipoca-bandw.blogspot.in/2016/04/il-punto-zero.html )
    🙂
    …Da dove inizia e termina qualunque tipologia di comunicazione!

    Quando presto consulenza il mio ascolto è una ricezione al femminile per entrare in una comprensione intima dell’anima mia con quella del mio interlocutore. Questo dialogo si esprime attraverso le parole modulate emotivamente nella voce e, soprattutto, si amplia condensandosi in immagini che definiscono un punto di vista comune di condivisione. Dialogo silenzioso, questo, che l’espressività corporea conferma o disconferma.
    Nella inconfutabile verità di una dimensione tutta da scoprire dove maschile e femminile confluiscono nell’essere persona.
    Le immagini dei sogni, delle nostre fantasie (in apparenza assurde) ci indicano la via per raggiungere e rendere concreta questa armonia che ci appartiene e che ci fonda, nella prassi quotidiana, come esseri umani.

    • “Nella inconfutabile verità di una dimensione tutta da scoprire dove maschile e femminile confluiscono nell’essere persona.”. Bellissima frase. Corro a leggere il punto Zero 😉

  5. Ciao Daniele,
    io credo che per comunicare bene sia importante avere una giusta armonia.
    Armonia tra ciò che si è e ciò che si esprime con tutti gli strumenti a disposizione.
    Io lavoro molto sulla voce, perché attraverso le vibrazioni della nostra voce siamo in grado di provare e far provare emozioni.
    Come ha detto Elena molto bene nel suo articolo, non c’è una comunicazione al femminile ma c’è bisogno di comunicare il femminile.
    Le donne hanno bisogno di ritrovare se stesse e acquisire la capacità di esprimersi liberamente.
    Grazie per il tuo punto di vista.

  6. Cara Eletta, condivido il tuo pensiero. Dobbiamo recuperare la sorellanza e la capacità di esprimere le nostre emozioni.
    Come ha detto Elena, siamo educate a reprimere o a copiare modelli di comunicazione maschili.
    Superare le nostre paure e ritrovare noi stesse è il primo passo per imparare a comunicare bene.
    Un grosso abbraccio

    • Cara Elena, grazie per partecipare anche tu alla discussione! Hai toccato un argomento molto grande, la paura. Dobbiamo affrontarla nella nostra discussione. La paura è dentro di noi. Ci blocca ma allo stesso tempo sappiamo che possiamo superarla….

  7. Buongiorno Elena,
    ci sono due + 1 modi di comunicare:
    a) le parole con i suoi diversi linguaggi (20% del messaggio);
    b) la C.N.V. (Comunicazione Non Verbale) (80% del messaggio).
    z) i sogni che possono essere auto-referenti e interpersonali (si può comunicare attraverso i sogni. Tu lo sai).
    Ci sono persone con corpo di maschio ma psicologicamente 90% femmine e viceversa. “Arcobaleno”, rispettabilissima tendenza piuttosto che una struttura personologica, vera e propria, a sè stante. Tenendo ben presente che qui parliamo del modo di comunicare.
    Il nostro corpo comunica con tutti e 5 i sensi secondo coordinate spaziali ben definite. La più prossimale è il gusto (di un bacio) e poi il tatto, seguita a breve dall’odorato. Tre sensi terreni che hanno bisogno di quest’aria di vita per funzionare. E poi l’udito e la vista che spazia nell’universo stellato. Ma anche il senso dell’equilibrio quando l’altrui bellezza ci colpisce “facendoci girare la testa”, storditi e innamorati.
    Comunicazione al femminile di un seno che profuma di pane appena sfornato (esperibile sensorialmente) che nessuna maschera multicolore potrà mai emulare attraverso finzioni siliconiche. Profumo di vita.
    Dire “Sì” con uno sguardo: un sorriso.
    Un cenno del capo.
    Un minuscolo cuore al centro delle labbra.
    Un lieve sospiro.
    Maschio?
    Femmina?
    o la luce di una relazione che unisce?
    Il buio asessuato dell’odio.
    La comunicazione z).
    Incontrarsi, vicini, da luoghi remoti.
    Facciamo buon gioco.
    Daniele

    • Caro Daniele, come sono felice di darti il benvenuto sul blog! Grazie per il tuo contributo come sempre profondo e capace di lasciarti un attimo sospesa prima di comprendere, forse, e rispondere. Il gesti, gli sguardi e i sogni. Si, la comunicazione è verso gli altri ma anche verso noi stessi. Ti mando un caro saluto, e anche al mio amico Mr Nobody

  8. Uhm. Quell’ovviamente sarebbe suonato fastidioso anche a me.
    Purtroppo però quel refrain che le donne tra di loro litigano è vero, e lo dico da donna. Nel mondo del lavoro i peggiori sgambetti, vendette, soprusi li ho visti fare da donne verso altre donne e ancora non riesco a capirne il motivo. Sono ancora poche quelle che hanno compreso che insieme si va più lontano. Da questo punto di vista, gli uomini fanno più “squadra” facilmente (vedi andare a giocare a calcetto?!) Le donne non vogliono essere giudicate da un uomo per il fattore estetico, ma è la prima cosa su cui valutano la collega.

    • Ciao Barbara, quando lavoravo in ufficio praticamente avevo a che fare con sole donne. All’inizio è stato difficile, ho dovuto difendermi dalle dicerie, dai pregiudizi e anche da qualche dispetto. Le cose sono cambiate quando io ho reagito nel modo opposto al loro. Da lì in poi, non ti dico che è stato tutto rose e fiori, ma si è interrotto il tutto. Purtroppo molte donne provano un’invidia terribile per le altre che le porta a sentirsi sempre in competizione. Come se il successo di qualcuna togliesse qualcosa a ciascuna di loro. Un’assurdità. Quando comprendiamo che invece insieme siamo più forti, allora cambia la prospettiva. E cominciamo a conquistare spazi che, mentre noi litigavamo, altri si spartivano….
      Il giudizio sul fattore estetico è spesso la cosa più semplice per difendersi…
      Si può disarmare un conflitto, potenziale o in atto, con le parole. Le parole sono molto potenti. Ma tu sei un’autrice, lo sai bene :). Grazie per il tuo contributo

  9. Girl power mi piace tantissimo. Io credo molto nella comunicazione anche se non sono propensa a dividerla tra femminile e maschile. Nel senso che tra persone affini (di qualunque sesso) è più facile, mentre tra persone distanti negli ideali di partenza pone il confronto e stimola l’evoluzione del discorso.
    La comunicazione è molto importante: dovrebbe sempre arricchire, aiutare, sostenere, ed è la forma verbale più vicina all’amicizia che riesco a pensare. Chi crede al potere delle parole, non può fare a meno di aggiungere empatia alla comunicazione, leggendo segnali nelle parole, nel tono e cercando di diventare strumento utile a risolvere le fragilità, i dubbi di ognuno.
    Peccato essere così distanti, sarebbe stato di certo interessante come incontro da ascoltare direttamente. Buon lavoro!

    • Ciao Nadia, anche a me piace un sacco! E poi girlpower mi fa sentire una ragazzina :). Sono convinta anche io che la comunicazione sia più semplice se c’è affinità, ma imparare a comunicare bene significa proprio riuscire a raggiungere personalità molto distanti dalla propria attraverso i contenuti e le modalità scelte. Per me la sfida più grande, arrivare a chi non mi aspettava.
      Sarei felice di vederti ma capisco la distanza. Chissà, magari la registriamo :). Abbracci e grazie per il tuo contributo

      • Quello che dici aggiunge valore, arrivare a chi è distante e non aspettava è non solo una grande vittoria, ma l’apertura verso la giusta contaminazione.
        Se riusciste a registrare sarebbe davvero molto bello!

        • La contaminazione è il mio più segreto desiderio…. Anche Il blog ne è strumento. Vi adoro!
          Ps : ci proviamo a registrare, così possiamo proseguire la discussione, la piega che sta prendendo mi piace parecchio

  10. Molto interessante il tuo articolo e messaggio. Sono d’accordo relativamente al fatto che noi donne a volte siamo le prime nemiche di noi stesse: invidia, gelosia invece che sorellanza. Questo termine: sorellanza mi piace molto. Tu mi sei sorella e con te condivido e comunico.
    Ne parlavo anche domenica con un uomo: non capiva perché noi ci confidiamo – tra amiche – i più intimi segreti.
    Avrei voluto rispondergli: per sopravvivere. Per capire. Per venirci in aiuto. Perché non abbiamo paura nell’intimità e delle emozioni.
    Ma non avrebbe capito.

    Quindi grazie dell’invito e di quello che hai organizzato con una tua sorella e amica.

    Eletta

    • Ciao Eletta, anche a me piace molto il termine sorellanza. Le sorelle sono differenti ma unite da un legame indissolubile. Se tutte noi sentissimo questo legame con le altre forse potremmo sostenerci meglio.
      Sulla paura dell’intimità e delle emozioni invece ho qualche riserva. Penso piuttosto che siamo invece tropo spesso congelate nelle nostre emozioni. D’altra parte ci insegnano a provarle in modo controllato e questo non giova alla spontaneità o alla crescita. Quante donne vedo che delle proprie emozioni provano vergogna. Quando arrossiscono, quando lacrimano di gioia o di dolore. Vale anche per gli uomini, è una questione di sensibilità. A me pare che la sfida più grande sia proprio quella di non avere paura delle emozioni, esprimerle liberamente.
      E’ l’obiettivo che io ed Elena ci siamo date.Chissà se ci riusciamo 🙂
      Ti abbraccio, sorella

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