Che c’azzecca l’archeologia in Piemonte?

Che c'azzecca l'archeologia in PiemonteNon ci avevate mai pensato vero? Quando si parla di archeologia in Piemonte viene in mente il (mitico) Museo Egizio di Torino e bom, finita lì.

E invece no.

In Piemonte c’è un mondo sotterraneo che sta affiorando un pezzo alla volta e che rivela le nostre antiche tradizioni e la nostra storia. Un patrimonio sotto l’egida delle Soprintendenze, che in questo momento sono nell’occhio del ciclone per la “razionalizzazione” che propone il Mibact (Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo).

C’è un modo migliore per farcele raccontare se non intervistare una di queste “tramiti” con il nostro passato? Un’archeologa, sì, che conosce bene le lingue antiche come conosce l’italiano. Praticamente una marziana. Si chiama Deborah Rocchietti, ed è riuscita a realizzare il suo sogno, fare dell’archeologia il suo mestiere. Un’altra donna qui con le Volpi che camminano sul ghiaccio.

Volpi: Ciao Deborah, benvenuta su questo blog. Tu sei funzionaria della Soprintendenza del Piemonte e Direttrice dell’area archeologica di Bene Vagienna. Cosa significa fare questo mestiere? 

DR: Io mi occupo di tutela dei reperti archeologici del Piemonte nell’area del cuneese orientale, vaglio i progetti di scavo in aree a potenziale rischio archeologico, rientranti tra opere pubbliche o private, esprimo pareri, seguo i cantieri, insomma vigilo che le strutture e le stratigrafie non siano irrimediabilmente danneggiate, perdendo dati inestimabili che possono ampliare la nostra conoscenza della storia del luogo nelle epoche passate. In una parola, tutelo le nostre radici culturali.

Volpi: A Bene Vagienna recentemente avete inaugurato l’ultimo ritrovamento, di cosa si tratta? Gli scavi sono aperti al pubblico?

DR: Nell’antica Augusta Bagiennorum, oggi appunto Benevagienna, abbiamo rinvenuto e dato alla luce un teatro e le strutture ad esso retrostanti di valore incalcolabile, insieme al basamento di un tempio e di parte di un anfiteatro. Una zona dal punto di vista archeologico importantissima in Piemonte.

Recentemente abbiamo inaugurato all’interno della cascina Ellena, che sorge proprio sulle strutture dell’anfiteatro, un orto sul modello di quello delle ville romane, con ortaggi, cereali e piante aromatiche che già erano utilizzate nella cucina romana.

Certo che è possibile visitarlo. L’ingresso è gratuito ed è aperto tutti i giorni. (per saperne di più sullo scavo, visita il sito del Ministero per i Beni Culturali)

Volpi: Deborah, è molto probabile che i lettori di questo blog non abbiano mai visto uno scavo, io sono tra questi. Quante persone ci lavorano e in quali condizioni?

DR: In questo momento purtroppo non ci sono cantieri di scavo nella città di Augusta Bagiennorum, siamo pressoché fermi. In Piemonte ormai gli unici scavi possibili sono quelli di “emergenza” fatti in occasione di altri lavori pubblici o privati. Tutto insomma inizia con un’assistenza, fatta da un archeologo che controlla mentre operai ed escavatoristi eseguono scavi per altri lavori. Se poi nel corso delle indagini emergono dati significativi, ovvero strutture, materiali di interesse archeologico, allora si comincia con lo scavo vero e proprio. In quel caso sul cantiere lavorano più archeologi, con specializzazioni differenti (dai classicisti ai medievisti ai preistorici) e architetti e tecnici che si occupano del rilievo e della documentazione dello scavo. Non bisogna dimenticare che lo scavo è sempre distruttivo e irreversibile perciò bisogna cercare di raccogliere tutte le informazioni possibili. Durante lo scavo si eseguono anche campioni nel terreno che permettono di ricostruire il paesaggio antico.

Volpi: Scavare.. cosa significa? Cosa si prova quando si trova qualcosa dove non te lo aspettavi?

DR: Gli archeologi com’è noto passano molto tempo a scavare, diciamo che è la nostra passione. Ma trovarsi a scavare quando fa talmente freddo che il terreno diventa duro come la pietra e ti trovi ad usare la cazzuola per spaccare il ghiaccio, non è facile. Per non parlare delle lunghe assistenze a fianco di un escavatore mentre si sta realizzando la quinta corsia dell’autostrada Milano-Bergamo! Ma quello che mi ha sempre affascinato di più di questo lavoro era ed è la gioia di trovare, dove mai nessuno se lo sarebbe aspettato, una testimonianza del nostro passato. É quello che è successo durante l’assistenza dell’ampliamento autostradale di cui sopra. Ormai sono passati parecchi anni ma ricordo ancora con piacere quando in una fascia ristrettissima, compresa fra impianti produttivi da una parte e l’autostrada dall’altra, in una giornata afosa di luglio, rinvenimmo una decina di sepolture ad incinerazione di età romana. Per molti si trattava di semplici chiazze nere, ma iniziando a ripulire l’area sono emersi i vasi destinati a contenere le ceneri e gli oggetti deposti a corredo delle sepolture. Insomma una testimonianza importante dei rituali funerari, ma anche degli oggetti in uso e delle abitudini di vita di chi abitò in questa zona nei primi secoli d.C. 

Lo so che è incredibile, operiamo anche sui cantieri. Il nostro è un lavoro spesso misconosciuto. Il suolo e il sottosuolo italiano è tra i più interessanti al mondo per quanto riguarda il patrimonio archeologico e storico, bisogna tutelarlo da scavi e da utilizzo improprio. Quando emergono mura o resti, è importante classificarli proteggerli e valorizzarli. Chi meglio di un archeologo che ha assistito e condotto gli scavi può farlo?

Volpi: Sembra proprio affascinante. Scusa, come diavolo ti è venuto in mente di diventare archeologa?

DR: Non ci crederete, ma sin da quando ero una bambina avevo questo desiderio di diventare archeologa. Forse mi ha contagiato mio padre con il suo interesse per la storia antica e l’Egitto. Tutti gli studi che ho intrapreso avevano questo obiettivo: liceo classico, lettere, tutto quanto. Persino le letture della domenica! Non è stato semplice, è una professione difficile e per pochi. Ma dopo molte peripezie e molti lavori precari, ce l’ho fatta.

Volpi: Hai parlato di studi. Quali sono necessari e quanto tempo ci vuole?
DR: Io mi sono laureata in Lettere Classiche con una laurea su Metaponto, un insediamento greco in Basilicata. Poi ho fatto tre anni di specializzazione post lauream in archeologia e ho superato un concorso con prove scritte e orali. Vuoi sapere quanto tempo fa è successo?
Il concorso si è concluso nel 2009. Sono stata assunta nel 2013! Ma prima di essere strutturata, cioè assunta dal Ministero, ho seguito cantieri in Italia e all’estero garantendo l’assistenza per piccole e grandi opere. Un esempio? Dai cantieri per l’alta velocità Torino-Milano alla 5 corsia Milano-Bergamo. Dal parcheggio di Piazza Vittorio a Torino, agli scavi urbani ad Alessandria e Vercelli.

Volpi: Hai lavorato anche all’estero?
DR: Ho seguito progetti internazionali con il Ministero e il Centro scavi di Torino a Cartagine e Leptis Magna. Come libera professionista. Cioè sottopagata o non pagata. 

Volpi: Già, toglici una curiosità se puoi: quanto guadagna un’archeologa?

DR: Un funzionario del Ministero assunto da meno di 5 anni ha uno stipendio base di 1200-1400 euro netti, e da dieci anni nessuno ha avuto aumenti per effetto del blocco degli stipendi del pubblico impiego. Gli archeologici che non hanno la fortuna di essere all’interno del Ministero non hanno alcuna certezza economica, pochi sono quelli assunti da ditte che si occupano di scavi archeologici, mentre molti lavorano da liberi professionisti, con partita iva e poche garanzie di salario…tenete conto che un archeologo sa quando inizia a lavorare ma difficilmente può sapere fino a quando il suo lavoro durerà….giorni e notti comprese.

Volpi: Ma adesso il Mibact vuole cambiare tutto. Cosa pensi di questa proposta di riordino delle sovrintendenze?

DR: Il personale delle soprintendenze è sotto organico. Credo che la ragione del riordino parta da qui, ma sarà difficile potenziare la nostra opera di tutela solo accorpando se non si mettono in campo risorse umane e professionali. A meno che non si decida che via via il Ministero, cioè lo Stato, sia sempre meno interessato a salvaguardare il patrimonio e sempre più a trasformare il trasformabile in business. Gli accorpamenti organizzativi non sono un problema, il problema è come si mantengono le competenze. Come si può pensare che qualcuno che non si è occupato di studiare e conoscere la storia di quei reperti e di quelle strutture possa valorizzarli? E al contrario, che senso ha scavare se poi non puoi valorizzare? E’ giusto tenere insieme queste due funzioni, separarle non mi pare molto sensato.

Volpi: Sei preoccupata per eventuali spostamenti di sede?

DR: Certamente, sono mamma di due bellissime bambine, ho un marito che lavora a Torino, spostarsi in una sede molto distante da casa sarebbe complicato. Ma non la cosa peggiore che potrebbe capitare con la riorganizzazione.
Ci servono fondi per le manutenzioni ordinarie, per garantire qualcosa di più dei semplici tagli dell’erba (che pure a volte in molti scavi non riusciamo a garantire per carenza di investimenti). in Piemonte ci sono 3 aree archeologiche demaniali, molti musei civici che raccolgono materiale di interesse archeologico e nel nostro magazzino ci sono più di 40.000 cassette di materiali da catalogare. Spesso sono in condizioni frammentarie e che al pubblico potrebbero apparire insignificanti, ma sono importanti perchè ci aiutano a capire come si viveva, a quali divinità credevano i nostri avi, quali erano i rituali funerari, insomma frammenti di storia. Le nostre aree archeologiche sono aperte al pubblico ma non tutte possono contare sull’apporto dei biglietti di ingresso per far fronte alle necessità di manutenzione e valorizzazione.
Quanto lavoro potrebbe essere creato! Basterebbe valorizzare il nostro patrimonio e metterlo a disposizione di tutti, anche con un piccolo costo del biglietto. Questo può farlo il pubblico, secondo me. Se l’intervento del Mibact non affronta questi problemi, allora rischia di essere un’altra cosa.

Bisognerebbe che il Ministero ascoltasse di più la nostra voce!

Volpi: Sembra sensato.

Noi abbiamo finito qui.

Un grazie gigante a Deborah per la sua disponibilità e a tutti coloro che lavorano ogni giorno per rendere fruibile un patrimonio che deve restare pubblico. Almeno, così la penso io. Voi come la vedete?

Vi è piaciuta l’intervista? Se avete domande, usate pure il blog, Deborah è connessa con noi!

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