#Davos: quale futuro per il lavoro

Davos quale futuro per il lavoroIn questi giorni a #Davos, in Svizzera, selezionati economisti, politici, esperti finanziari e naturalmente giornalisti discutono del futuro del mondo al World Economic Forum. Il nuovo appuntamento annuale è incentrato su un argomento affascinante: lo studio degli effetti economici derivanti dalla diffusione di tecnologie avanzate come robotica, nanotecnologie, stampa 3D e biotech.

Si parla naturalmente anche di impatto ambientale, eccesso di plastica (il mare ne è pieno) e finanza internazionale: come correggere gli effetti indesiderati di uno sviluppo che fa in modo che le 63 persone più ricche al mondo detengano tanta ricchezza quanto circa 1,5 milioni di poveri. Il sistema deve proseguire la sua marcia veloce, si tratta di contenere o rimuovere gli effetti collaterali. In questo articolo mi concentrerò su cosa capiterà al lavoro delle persone.

Parto dalla ricerca che la potente fondazione no profit ha realizzato sul tema lavoro in quella che definisce la “Quarta rivoluzione industriale” ovvero l’era della ipertecnologia. Il WEF ha preso in esame 13 milioni di dipendenti in nove diversi settori industriali nelle prime 15 economie nazionali del pianeta (Qualche esempio? Cina, India, Brasile, USA, Germania e sì, c’è anche l’Italia tra queste). E che ne è venuto fuori? Che il lavoro umano non ha futuro.

I leader politici che sono stati invitati a Davos sprecano tweet e foto sui social che li ritraggono in mezzo a quelle meravigliose montagne al solo scopo di dire: io c’ero, e per non apparire ingrati si guardano bene dal mettere minimamente in discussione quel che viene fuori, perché questa sorta di passerella, dove si notano più gli assenti che i presenti, è fatta di gente che conta. Di quelli che comprendono bene gli assets della futura economia globale.

Parlano anche di lavoro. Snocciolano cifre da far tremare i polsi mentre in patria si parla di ripresa economica e si apprezzano sempre di più gli effetti di questa rivoluzione tecnologica.

Neo luddista? Niente affatto. Ma guardatevi intorno, proprio in questo momento. Sono certa che avrete di fianco almeno uno smartphone, il pc su cui state leggendo questo articolo, un tablet, un telecomando, una radiosveglia digitale che fa anche da barometro, l’ultimo modello di tv digitale, una radio DAB, un’agenda elettronica. State cercando una matita? Ma che, siete impazziti? C’è la penna elettronica che scrive sul tablet, potete risparmiare anche la carta. Se volete non dovete nemmeno alzarvi dal vostro posto per comunicare: potete farlo con internet, la piattaforma di comunicazione più importante al mondo. Sono come voi, come tutti, addicted to.

W mi sorge spontanea una domanda:

“Non è che un giorno tutte queste tecnologie che tengo a portata di mano

mi serviranno per scrivere l’epitaffio del lavoro umano?”

Speriamo di no, ma nel frattempo, documentiamoci. Ci spiegano, gli eletti di Davos, che nel quinquennio 2015-2020 si prevede un saldo occupazionale negativo per oltre 5,1 milioni di posti di lavoro, dovuto a una perdita complessiva di 7,1 milioni di posti (due terzi dei quali concentrati in mansioni impiegatizie di routine) a fronte di 2 milioni di nuovi posti di lavoro (principalmente in campi legati a informatica, matematica, architettura e ingegneria). Anche le occupazioni industriali e produttive vedranno un ridimensionamento, a fronte però di un migliore potenziale di riqualificazione e di riconversione, grazie alla tecnologia.

#Davos lavoro tra il 2015 e il 2020

Avete visto questo grafico? E’ contenuto nel rapporto presentato proprio in questi giorni al WEF, The future of job. In attesa che la Quarta rivoluzione industriale si compia, il sistema perderà colpi. I settori interessati includono i lavori amministrativi o da ufficio, ambito in cui le macchine “smart” si incaricheranno di un numero sempre maggiore di lavori di routine, e poi l’energia, la finanza, la produzione e la cura della salute.

L’impatto decisamente più negativo sarà sul lavoro femminile. Alla faccia del gender gap. Nel rapporto troviamo anche il grafico qui di seguito, che risponde alla domanda: “quali sono le barriere più forti per il raggiungimento della parità nel mondo del lavoro e per il coinvolgimento delle donne nello stesso?”

Beh, date un’occhiata alle risposte:

Barriere gender gap

Le scelte multiple hanno definito che:

  •  per il 44% si tratta di una inconscia parzialità nel management aziendale
  • altro 44% – c’è uno squilibrio nei tempi di vita e tempi di lavoro che non agevola le donne
  • 36% mancherebbero competenze nella forza lavoro femminile
  • 31% carenza di aspirazione sociale delle donne
  • 23% pressioni sociali
  • 15% carenza di talento e sviluppo della leadership per le donne

Allora, che ne pensate di questi dati, care Volpi?

 

Tra parentesi: sapete che scrivere questo articolo ha significato ore di lavoro e di traduzione di contenuti dall’inglese?

Ti andrebbe di riconoscermi questo lavoro condividendo questo articolo con i tuoi amici e segnalandolo sulle tue pagine social? In questo modo aiuterai altri a conoscere i dati che sono stati presentati…. Grazie!

 

Se la crescita non sarà per il lavoro umano, allora per chi sarà? O meglio, chi e cosa riguarderà?

Oh, lasciate perdere la foto dell’articolo, è un caso che io abbia scelto un paio di scarpe vecchie. Ma credete davvero che basti la formazione e la riqualificazione professionale, tema in cui credo ma che non considero una panacea, a rimettere in pista le persone? E per quanto riguarda il vertice, ce ne sarà mai uno che metterà al centro le persone?

Quando ero bambina i miei genitori erano certi che sarei cresciuta meglio e più agiata di loro, per cultura, solidità economica e benessere in generale. Ma oggi, potrebbero ancora pensarla in questo modo?

Credo proprio di no.  Allora è ora di provare a costruire un futuro a misura d’uomo, non di macchine.

Qualcuno deve pur dirlo che a Davos è pieno di ghiaccio sottile, non credete care Volpi?

 

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: