La fortuna di cui non ci rendiamo conto

La fortuna di cui non ci rendiamo conto

E’ un mattino freddo e uggioso, per fortuna mi sono svegliata al caldo di una coperta profumata, in questa stagione autunnale che già guarda all’inverno.

Mi aspetta un caffè caldo e una nuova giornata, tutta da vivere. Così mi avvio distratta verso la mia stanza da bagno in cui l’acqua che scorre è della temperatura che desidero, pulita e trasparente.

Non importa se fuori ci sarà il sole o la pioggia, io ho dormito al sicuro della mia casa, al riparo dalle intemperie, dalle guerre, dalla violenza, dalle malattie.

O almeno così è accaduto fino ad ora, perché non dovrebbe essere così per sempre?

Il sole è sorto ancora una volta e posso lasciare andare tutto ciò di terribile che ha attraversato i miei sogni. Che la mia giornata possa cominciare, nel migliore dei modi.

Spetta solo a me deciderlo.

Quando mi fermo a riflettere sulla mia condizione, ne sono orgogliosa. E’ tutto merito mio. Della mia autonomia, della mia fermezza, del mio lavoro, della mia indipendenza economica.

Ma non è così. Ho solo preso per caso un passaggio verso la parte del mondo fortunata, quella in cui certe cose non accadono. E questo non sono certa di sapere di chi sia merito, ma certamente non è mio.

Aida invece vive dall’altra parte del mio mondo

Quando il mezzo di trasporto celeste che ci consegna al nostro destino, ancora nella mente dei nostri futuri genitori, lei doveva essere dal lato sbagliato dell’autobus.

Ha messo piede in terra d’Africa, non senza rocambolesche avventure.

Aida non è una donna come le altre, Aida è intelligente, autonoma, ribelle. Aida sa che c’è un lato giusto da cui scendere e sa che la fortuna non è stata generosa con lei. O forse no.

Aida ama la sua terra, se solo fosse un pò più in equilibrio la bilancia del mondo…..

Si sveglia e il fiume che le scorre davanti ha i riflessi luccicanti dei diamanti. Lei non sente i rumori del traffico ma dei bambini che già dal mattino presto scorrazzano e giocano, in mezzo al niente.

Che del niente si accontentano, dall’altra parte del mondo, purché si sia in vita.

Anche oggi per lei e la sua famiglia sarà una giornata dura. Non troverà un frigo ricolmo di cibo ad attenderla, l’acqua del suo bagno scorrerà marroncina e per bere le occorrerà fare molti chilometri di strada per raccogliere acqua pulita.

Aida però non ha paura. Aida vuole andare avanti, non si ferma di fronte agli ostacoli e cura quella piccola casa che abita come se fosse il suo castello.

Prepara il riso una volta al giorno e sa condividerlo con chi passa davanti al suo portone. Aida non ha nulla per sè e tutto per gli altri.

Me la ricordo, bella e fiera, nella sua veste colorata come si confà a una donna africana che non abbandona la sua tradizione. D’altronde, perché dovrebbe.

Me la ricordo sorridente, raggranellare tutto ciò che aveva a disposizione nella sua modesta ma bellissima casa, per cucinarlo ai suoi ospiti. I bianchi, i tubab che le avevano fatto visita.

Ci sedemmo a terra e mangiammo da un unico piatto quell’ottimo riso. Ridemmo e persino io nel mio francese sguaiato potei farmi comprendere.

Che con il cuore si superano tutti gli ostacoli semantici.

Aida aveva un unico cruccio nel cuore: il dolore di non poter avere un figlio

Un dolore che aveva rimosso quel giorno in cui il cielo gliene portò uno in dono. Una  bellissima bambina, che ha donato gioia ai suoi risvegli, insieme a tutti gli altri bambini laggiù, sul ciglio del fiume di diamanti.

La fortuna di cui non ci rendiamo conto è quella che ci passa accanto e che nemmeno più riconosciamo.

Aida la riconoscerebbe, ora che è sopraffatta dal dolore che oggi la rende così impotente e sola, dal lato sbagliato del mondo.

Dopo solo 9 anni, una malattia gli ha portato via la figlia che il cielo gli aveva messo in grembo. Una malattia stupida, qualcosa per cui qui, nel paese dove tutto è dovuto, avrebbe richiesto al massimo qualche ora di ambulatorio.

Ecco perché stamattina mi sono alzata con il cuore in subbuglio

Sono nata nella parte fortunata del mondo, o forse no. Ma di certo avrei voluto che quella bimba avesse potuto per un attimo saltare quel fosso che è stato costruito attorno alla sua terra per venire qui e curarsi e vivere.

E donare gioia alla mia amica e sorella Aida ancora per molti, moltissimi anni.

Non ho altro nel cuore se non l’immagine di una donna che avrei voglia di stringere a me tanto forte da mancarci il fiato.

Riposa in pace, piccolo diamante del fiume 

Commenti

  1. sliding doors… mettersi nei panni degli altri e’ un’arte che pochi esercitano. Meglio lamentarsi dell’altro. grazie per la storia.

    1. Ciao, benvenut* nel blog! Non avevo pensato a sliding doors ma il punto è quello. È una storia vera e ho scritto sull’onda di un dolore profondo aggravato dal senso di impotenza. Così, per non lamentarsi e non dimenticare di essere tutti esseri umani. Ciao, resta con le Volpi….

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