Il mio amico Amedeo di Savoia

Il mio amico Amedeo di SavoiaE così anche la disavventura cominciata qualche mese fa è terminata. Ve ne ho parlato nell’articolo Un Natale che è più un’Epifania, ricordate?

Ci sarebbe molto da scrivere a proposito del percorso di cura e riabilitazione che ho fatto, delle difficoltà, dei limiti e della forza del sistema pubblico.

C’è una bozza sulla bacheca del blog che attende da tempo di essere completata a tal proposito. Puo’ darsi che un giorno riuscirò a farlo.

Oggi scrivo per salutare degnamente un amico, che nonostante si senta a ragione un po’ acciaccato ed abbia tanti anni sulle spalle, portati non benissimo, mantiene un aplomb invidiabile, proprio come un nobile decaduto.

Abiti logori e portamento fiero. Si chiama Amedeo, l’Ospedale Amedeo di Savoia.


Piccola storia dell’Ospedale Amedeo di Savoia

L’Ospedale Amedeo di Savoia, anche conosciuto tra noi torinesi come il “Birago di Vische”, si trova sulle sponde del fiume Dora, circondato da un parco verde ed esteso, che nel bel mezzo della città è una vera chiccheria.

All’inizio del ‘900 l’ospedale annette il padiglione Birago di Vische, un sanatorio in cui venivano curati i malati di tubercolosi. Costruito poco prima dalla Piccola Casa del Cottolengo, fu rilevato nel 1916 dall’amministrazione dell’Amedeo di Savoia; dopo la Prima Guerra Mondiale passa alla Croce Rossa e poi al Comune; nel 1925 alla Fondazione piemontese industriale-operaia per la lotta contro la tubercolosi.
Nel 1928 dispone di 75 letti per reduci di guerra e lavoratori. Durante la Seconda Guerra Mondiale il sanatorio viene trasferito a Pocapaglia in provincia di Cuneo e l’edificio viene semidistrutto dai bombardamenti. Dopo la ricostruzione apre nel 1952 un reparto chirurgico (poi chiuso nel 1970); nel 1960 l’ospedale dispone di oltre 200 letti. Nel 1984 il reparto pneumologico viene trasferito presso l’Ospedale Luigi Einaudi, ex Astanteria Martini.
Rimasto chiuso per molti anni e oggi completamente ristrutturato, metà del complesso viene riaperto nel 2002 come reparto di geriatria e medicina generale, facente parte come in origine del comprensorio ospedaliero ora denominato Amedeo di Savoia – Birago di Vische.

(Fonte: Museo Torino, tutti i dettagli qui)

Ho riportato questo scorcio di storia perché a mio avviso gli edifici hanno caratteristiche che rimangono immutate, segni indelebili di storie che hanno visto e vissuto che trasudano dalle pareti e vengon fuori dai pavimenti.

L’Amedeo oggi

Così l’Amedeo un tempo era un sanatorio, ed oggi è l’avamposto di tutte quelle non comuni malattie denominate “infettive” che colpiscono migranti, disadattati sociali, poveri.
Qui volti scuri ed esotici si dipanano piano tra i vialetti che separano i vari padiglioni, uno per specialità.
Al fondo c’è anche il padiglione di Fisioterapia, abbinato a Geriatria, insomma, è lì che io mi sono diretta in questi mesi periodicamente e sempre meno zoppicante.
E attraversando i viali, sempre scegliendo strade differenti, poiché che si tratti di un dedalo non c’è alcun dubbio, ho incontrato i pazienti del mio amico Amedeo. Volti molto differenti e lui, come un buon amico, che non guarda in faccia nessuno ed apre a tutti.
E’ senza dubbio per questa ragione che l’Amedeo mi è sempre piaciuto, da tempo immemore.
Mi ricorda certe cose cadute in disuso come il giuramento di Ippocrate, come il diritto alla salute, come la delicatezza e la capacità di curare i marginati, proprio come i tubercolotici, tanti anni fa.
Amedeo non si cura di essere immerso in un verde che basterebbe proprio poco per poter chiamare rigoglioso e non distesa di erbacce. Abbraccia i suoi abitanti, operatori e ospiti, li culla, con il silenzio, con il canto degli uccelli, con le immagini di ciò che un tempo fu, austero e fiero punto di riferimento della città, ora, dimenticato, o quasi. 
 

Erbacce e degrado cosa c’entrano con la sanità?

Io penso niente, eppure. Eppure Amedeo è stato nel dimenticatoio per tanto tempo e con lui chi dentro ci lavora.

Fuori, erbacce alte fino a più di un metro, gatti e macerie abbandonate in ogni dove, sembra proprio un sito ospedaliero abbandonato, in cui brulica la vita, quasi di nascosto.

Ma la natura è forte ed è capace di ribellarsi al degrado. E quando lo fa, vira sempre verso la bellezza.

Come questi fiori, che si ostinano a crescere in mezzo alle sterpaglie.

Amedeo dai, che le cose stanno cambiando

Era da due anni che dovevi essere chiuso, ora invece sembra proprio che tu sia al centro della riorganizzazione della rete ospedaliera per l’area di Torino Nord, o almeno così dicono.

Cosa dici? Ti senti un po’ stanco e annichilito?

Ma che dici, tu non capisci che sei ancora un punto di riferimento per molte persone? Suvvia,  Amedeo, alzati, sgranchisciti le gambe e comincia a correre se devi.

Non vorrai mica che quei tavoli di legno su cui a pranzo pazienti e visitatori ogni tanto si concedono un pic nic con panino vengano rimossi?

La tua storia va difesa. Di sicuro avrai bisogno di una buona ripassata, ma che vuoi, hanno persino cominciato a tagliarti la barba, proprio adesso che pensavi che se ne fossero dimenticati, per sempre!

E poi Amedeo, non puoi mica abbandonare quell’uomo che si racconta la storia della malattia della pelle quando lo sta divorando un male terribile e oscuro, nè tanto meno immaginare che chi qui trova riparo nel silenzio possa fare altrettanto negli ospedali megagalattici che i privati ci stanno aprendo, proprio sotto il naso.

La carità per carità, la faranno sempre. Come ai tempi del Cottolengo.

Ma tu ci hai abituato ai diritti e quelli sono duri a morire una volta che li hai acquisiti.

E dai, non piangere, non ti arrabbiare. Volevi riposarti per sempre e invece mi sa che ti stanno riesumando.

Ma guarda quell’uomo che passeggia tra le tue anche: è un marito che spinge la sua donna in carrozzina. Le sorride e le mostra i fiori che ti sono cresciuti alti in mezzo alle sterpaglie. Le strappano un sorriso, vedi che a qualcosa servi?

Non vorrai mica tornare ad essere un fantasma, Amedeo.

Non te lo puoi permettere. Io conto su di te e con me tutti coloro che con te non hanno mai mollato e che di te hanno bisogno.

E che adesso si godono un po’ di erba tagliata. Come se anche loro finalmente fossero tornati a valere qualcosa.

Quando per noi pazienti loro, gli operatori della salute, sono tutto.

Grazie Amedeo e tieni duro 😉

 

Commenti

  1. Anche a Padova c’è un complesso sanitario nelle stesse condizioni in cui descrivi questo Amedeo: si chiama Dei Colli (dato che siamo all’ombra dei Colli Euganei). Nonostante ci siano parecchie attività (poliambulatorio, compresi prelievi e analisi; pediatria; diabetologia; medicina dello sport; riabilitazione anche cardiologica; assistenza anziani; centro infanzia e adozioni) è lasciato a se stesso. Anche lì un enorme polmone verde, con alberi credo pure secolari, offesi dalla presenza di auto in ogni dove, per coprire la mancanza di parcheggi e di collegamenti pubblici. E edifici più che storici, girovagando qua e là in cerca di indicazioni, sono passata vicino ad una sala dove c’erano antichissimi volumi scritti a mano dai medici delle due guerre, materiale che andrebbe salvaguardato come minimo. Fa tristezza…

    1. Ciao Barbara, grazie per aver condiviso questa storia tanto simile a quella che ho raccontato io. Evidentemente c’è stato un momento della nostra storia in cui il modello ospedale era questo. Più sostenibile e gradevole, non so se più funzionale. La presenza ai Dei Colli di queste carte di medici che risalgono a più di cinquant’anni fa sono un patrimonio di conoscenza da salvaguardare esattamente come la salute di chi lo frequenta… Chissà se anche in Veneto la “razionalizzazione” delle reti ospedaliere colpirà strutture come queste… Bello questo gemellaggio tra Amedeo e I Colli

  2. hai umanizzato un posto dove, a quanto scritti, di umano c’è rimasto poco. Vecchie strutture che potrebbero essere usate meglio ma sacrificate sull’altare dei risparmi – ma sarà vero?

    1. Ciao, in realtà questo luogo è mantenuto vivo proprio dalle persone che ci lavorano e i pazienti che vi “soggiornano”. Ti chiedo scusa non mi è chiara la tua domanda. Quel che so è che questo luogo, come hanno notato Nadia e Rosalia, è vivo, trasuda esperienze. Hai visto che fiori meravigliosi? Vedessi il parco nel retro, sul fiume, che meraviglia. Tu non ce l’hai un ospedale così bello

  3. Io ho un debole per l’edificio della scuola elementare del luogo dove vivo che ha compiuto quest’anno un secolo di vita. Domina un piccolo promontorio sul mare, è monumentale e austero come un vecchio adagiato sulla scogliera

  4. Davvero emozionante questo pezzo! Capisco i tuoi sentimenti, gli edifici non sono solo mattoni e cemento, ma impegno, dedizione, ricordi, voci,passi. Raccontano amori e dolori come libri aperti.

    1. Ci sono persone che senza nessuna pretesa continuano a farsi strada tra le erbacce per prendersi cura dei pazienti. Chapeau. José penso che l’ospedale debba essere un luogo che ispira familiarita. E tu?

  5. Sulle prime ho pensato parlassi di un uomo in carne e ossa poi ho capito. Che poetica! Questa foto che hai scattato è molto comune purtroppo e lo dico con rammarico quindi capisco bene i tuoi sentimenti.

    1. Si mi sono chiesta anch’io se non stavo dando di matto scrivendo un’ode a un Ospedale…. Voi vi siete mai innamorate a tal punto di un luogo físico?

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: