Intervista a Stefano Garzaro

Intervista a Stefano GarzaroChe cos’è che rende un autore davvero interessante?

Forse il suo modo di scrivere? I temi che tratta? La trama, l’intreccio, i personaggi?

O è la motivazione che sta alla base della sua scrittura? La spinta emozionale che è in grado di generare?

Io opto per la seconda risposta, perché è proprio questo che mi colpisce quando mi approccio a un romanzo. 

Voglio intravedere la storia che si nasconde dietro la narrazione.

Ho trovato tutto ciò nella produzione, ampia, di Stefano Garzaro. Un amico generoso e un autore schivo e riservato. Avvicinatevi a lui attraverso questa intervista e scoprite anche voi il fuoco che giace sotto la cenere.  

Chi è Stefano Garzaro?

Stefano Garzaro di giorno lavora presso una grande casa editrice di libri scolastici. Conosce il mercato editoriale e sa cosa significa progettare un libro, un saggio, un manuale scolastico, un romanzo.

È capace di sovrintendere al processo di definizione della copertina (suo l’input creativo che mi ha portato a definire una copertina per Tecniche di Oratoria, non lo ringrazierò mai abbastanza) fino al titolo e, naturalmente, all’impaginazione ed editing.

Da molti anni ormai si cimenta con l’altra faccia dell’editoria che ha praticato professionalmente: scrivere. Caratteristica che mi ha incuriosito parecchio quando l’ho conosciuto.

Mi sono chiesta: come si compie il fatidico salto?

Ascoltandolo ho imparato qualcosa a proposito di ispirazione, del mondo dell’editoria e del sacrificio che serve per coltivare e portare avanti la propria passione. E di come non sia possibile smettere di scrivere. Mai.

Buona lettura care Volpi!

Ciao Stefano, felice di averti tra le Volpi. Lavori nell’editoria e hai deciso di fare il “salto” e diventare autore. Quando è maturata questa decisione e quando è avvenuta?

Pubblico da quando avevo diciassette anni. Da allora frequento le cantine delle piccole comunità, cioè scavo in profondità nella storia locale. È soltanto da un paio d’anni che pubblico romanzi. Con le ricerche precedenti ho accumulato una massa tale di testimonianze, documenti e immagini di persone, soprattutto anziane, che a un certo punto ho iniziato a scrivere non più di storia, ma storie. Vite di persone. Il lavoro nell’editoria scolastica, quello vero, è un’esistenza parallela che non s’incrocia con lo scrivere. È ovvio però che, dopo qualche secolo vissuto in una redazione, la scrittura viene spontanea.

Lavorando su testi degli altri, quando trovi il tempo di dedicarti alle tue scritture?

Scrivo di notte, dopo aver rigovernato le stoviglie, attaccato briga con figli e lisciato gatta (nella foto) e coniglia. Giro con un taccuino dove annoto le stranezze in cui m’imbatto. Come i due anziani che litigano sul record di medicine inghiottite. Passo circa tre ore al giorno sul tram numero 15, non per diletto, ma per andare e tornare dal lavoro. Essere ostaggi del GTT (l’azienda pubblica di trasporto torinese, ndr) ha la contropartita di conoscere la grande scena della vita.

La vita quotidiana come fonte di ispirazione per le storie che ci racconti. Ti piace quello che vedi ogni giorno o vorresti cambiarlo?

Siamo qui per migliorare il mondo, non per succhiarne il midollo e buttare via l’incarto. Perciò scelgo temi robusti e li vesto con l’avventura; per forza, altrimenti chi leggerebbe un noioso saggio sociologico?

Ventinove sottozeroIn “Ventinove sottozero”, un romanzo politico d’azione ambientato nella Torino degli anni sessanta, ho cercato di raccontare le battaglie fra le ideologie.

Funky MonkeyFunky Monkey” invece è la storia di una band di ragazzi normali, che si chiedono come fare per salvare il mondo.

Il tema in cantiere riguarda il senso del male e la nostra volontà di combatterlo.

Argomenti simili sono come lievito nascosto: le pagine maturano, quindi prendono velocità grazie all’intreccio. Il lettore accetta di rispondere a domande impegnative soltanto se queste gli vengono poste in modo stuzzicante. Ma il lettore può anche galleggiare in superficie, leggendo di corsa per sapere come va a finire. Ne ha il diritto.

Quanto tempo dedichi alla stesura e quanto alla revisione del testo?

Non si può pretendere di scrivere un libro in tre mesi. Nemmeno scrivendolo male. Disegno prima di tutto l’impalcatura, architettando le scene.

Per vestire la storia mi occorrono almeno cinque stesure, dalla prima, illeggibile, in cui butto giù i pensieri, fino all’ultima, lisciata con la cartavetro. Da una stesura all’altra faccio passare almeno un paio di mesi e quando mi rileggo a distanza mi chiedo: ma chi è il deficiente che ha scritto questa roba?

È importante sapersi misurare con la realtà e soprattutto digerire le critiche. Mi è capitato di far leggere le bozze a persone intelligenti, ottenendo in cambio giudizi feroci. Ci ho riflettuto, poi ho accettato quei giudizi. Avevano ragione loro.

Sei molto attivo nella promozione delle tue opere (molto più di me  😛 ), sei supportato da qualcuno?

Se non sei toccato dagli dei, sostenuto cioè da un agente o da un editore che ti tolgono le castagne dal fuoco, la vita è davvero grama.

Promuoversi da sé è un dispendio di energie colossale, che si moltiplica se per giunta lavori otto ore al giorno, oltre alle tre vissute in tram come ostaggio del famoso GTT!

Occorre partire dal presupposto che nessuno ti aiuta, per cui chi parte convinto di essere il nuovo García Márquez andrà incontro a mazzate sode. Scrivo perché mi piace. Se lo facessi con l’aspirazione al best seller, tanto varrebbe programmare lo psichiatra.

Ed ecco il domandone finale: nel 2017, meglio l’editoria tradizionale o il self?

Sono nato e cresciuto con la carta, quindi finora mi sono rivolto a editori tradizionali, ma non escludo a priori nessuno strumento. Le opportunità di comunicazione oggi si sono moltiplicate e sarebbe sciocco rifiutare di conoscerle.

L’unico consiglio secco che mi sento di offrire è quello di stare lontani dagli editori a pagamento: se possiedi un contenuto ricco, arriverà l’editore che ti valuterà e ti apprezzerà.

Essere giudici di se stessi è appagante, ma in quel modo si entra nelle nuvole, e da lì chi ti farà mai più scendere? Il pubblico se ne accorge, perché è molto più preparato di quanto non si creda.


Grazie a Stefano per queste pillole di esperienza di cui faremo grande tesoro!

Se avete domande o considerazioni da fare su questi e altri temi riguardanti l’editoria, potete formularle cliccando a questo link. Faremo il possibile per rispondere!

 


Stefano Garzaro ha una ricca bibliografia, potete trovarla a questo link

 

Commenti

  1. intervista interessante. Niente da dire, niente da aggiungere. Concordo che la promozione fai da st è onerosa in tutti i sensi.
    Certo che dopo otto più tre di prigionia ne rimangono ancora tredici per lavorare 😀

  2. Intervista molto interessante. Le ultime affermazioni riguardo allo scrittore che si giudica da sé, mi hanno colpito molto.Tentare di arrivare al pubblico senza filtri può essere molto pericoloso, i lettori sono giudici spietati e guai a sottovalutarli.

    1. Ciao Rosalia, c’è una certa tentazione all’autoreferenzialitá tra gli autori. Il self spinge sull’acceleratore da questo punto di vista. Bisogna introdurre accorgimenti, come i beta Reader o qualcosa di simile. Da soli non possiamo guardare la pagina dall’altro lato, in controluce… Invece un lettore, specie uno attento, fa la radiografia a cio che trova nero su bianco. Ne so qualcosa. Almeno ti dicessero la verità…

      1. Concordo cara Elena, ciò che bisogna fare in caso di self è, come dici tu, trovare dei validi beta reader, quelli che ti sparano la verità, costi quel costi, oppure affidare il testo a un editor professionista, in fondo è un piccolo investimento a fronte di una pubblicazione ” in piena regola”. Una volta che il prodotto libro è sul mercato, se non è al meglio, può diventare una macchia indelebile per l’ autore. Purtroppo l’ affermazione di Stefano che chi si giudica da sé entra in una nuvola da cui non scende più, è molto seria. L’ editoria a pagamento è una macchina che vive proprio di questa debolezza. Grazie per l’ intervista , ci sono temi di cui, a giudicare dal fenomeno della autopubblicazione selvaggia, non si parla mai abbastanza

        1. La scrittura è efficace se trasmette un concetto denso con meno parole possibili. È bene rileggere ciò che si scritto a distanza di tempo, con distacco, e chiedersi: questo aggettivo, questo avverbio è utile a chiarire il senso, oppure rallenta la corsa dell’occhio sulla pagina? Se non serve, lo si taglia. Lo stesso vale per un’intera frase, una bella e dotta digressione: si usano le forbici, anche a malincuore, finché il testo si asciuga al punto giusto. Certi barocchismi di cui l’autore si compiace, possono dimostrarsi stucchevoli e soporiferi. Il lettore va tenuto sveglio, sempre, e se lo lascia addormentarsi una volta, si rischia che non si svegli più.

  3. In fondo, anche la Storia è fatta di storie 🙂

    Sono d’accordo anche sulla diatriba editoria tradizionale/self-publishing: giusto diffidare in situazioni poco chiare, ma per il resto, evitiamo i pregiudizi 🙂

    1. Buonanotte serata Andy, ti do il benvenuto! La cernita di un buon editore nella confusione editoriale non è facile. Io anche concordo pienamente con il punto di vista di Stefano. Il tema è la trasparenza, ma troppo spesso, com’egli sostiene, siamo noi autori a cedere alle lusinghe del mondo best seller. Per esperienza personale ti dico che taluni editori, mi riferisco a EAP, sanno abilmente manipolare le nostre aspettative e illusioni e volgerle a loro vantaggio…. A presto

  4. Mentre leggevo l’intervista mi dicevo, è dopotutto pur sempre un lavoro come un altro anche lavorare in una casa editrice scolastica, ma chissà quanto è interessante. Perché visto che dopo i cinque anni di elementari, sto affrontando il primo delle medie probabilmente mi sono imbattuta in qualcuno dei libri in cui il tuo intervistato ha avuto a che fare. E qui mi sorgerebbero infinite domande che però porterebbero fuori tema.
    Ho letto con curiosità e piacere tutta l’intervista, per altro esaustiva, trovo molto corretta l’ultima frase: il pubblico è molto più preparato di quanto non si creda. Credo che chiunque abbia chiaro questo, ha preso seriamente il mestiere di scrivere e non posso che fargli i miei migliori auguri.

    1. Cara Nadia, Stefano è non solo un autore serio ma anche una persona seria. Ho la fortuna di conoscerlo personalmente. Penso che sarebbe felice di soddisfare qualche curiosità, fatti avanti!

      1. Oh bene. Allora la prima curiosità è legata a chi sceglie i contenuti.
        1. Sono direttive ministeriali, sono specifiche dell’editore, oppure c’è un unico database da cui pescare e quindi le informazioni vengono solo rese più facili o difficili in base al grado di scuola?
        2. Come mai ogni anno si cambiano i libri di testo solo per pochissime a volte invisibili sottigliezze? Anche qui la scelta a chi si deve?
        3. Quanto creerebbe catastrofe per le case editrici tradizionali se i libri di testo cartacei venissero sostituiti da quelli digitali?

        1. Nadia Stefano è off line fino a domani. Appena torna in rete arriverà e risponderà a queste interessanti domande. Mi hai dato l’idea per un post…. Notte

        2. L’editoria scolastica corre su binari stretti: segue le direttive ministeriali, la prassi didattica, la voglia di differenziarsi dalla concorrenza senza tuttavia uscire di strada. L’originalità (ciò che fa vendere di più rispetto agli altri) nasce dalla chiarezza del testo e dalla ricchezza degli apparati, non dalla struttura. Quanto alle furbate degli editori che, ogni anno, cambiano venti pagine e fanno passare il libro come nuova edizione, è tutto vero. Fa parte delle battaglie commerciali, e chi ne paga le conseguenze sono insegnanti e studenti, soprattutto questi ultimi. L’editoria elettronica non può sostituire la carta: i due canali si stanno specializzando e sono destinati a convivere. Gli investimenti sul digitale oggi sono molti alti, stanno pareggiando quelli della carta, ma per ora sono buttati al vento: sappiamo che sono usati molto poco; non tutte le scuole sono attrezzate, esistono aree di eccellenza e zone depresse. Ma, alla fine, chi risolve le difficoltà è come sempre la passione degli insegnanti per il loro mestiere, e soprattutto per i ragazzi le ragazze.

        3. Grazie Nadia e
          Grazie a Stefano per le domande e i chiarimenti. Un tema che non conoscevo e di cui a la mio avviso si parla troppo poco….

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: