Le fate sono finite

Chiunque di noi viva con passione e originalità la sua esistenza di donna si sarà chiesta, almeno una volta, se esista davvero una via al potere tutta femminile.

L’ho fatto anche io e mi sono data un’unica, apparentemente scontata, risposta: certamente sì, ma molte di noi devono ancora scoprirla, altre l’hanno intravista ma non riescono a praticarla, poche quelle che stanno cercando di esercitarla.

Bruna Putzulu ci ha scritto su un libro, che è uscito un mese prima di Così passano le nuvole (qui la sua scheda se ancora non avete dato un’occhiata 😉) il romanzo in cui ho voluto affrontare il tema del ruolo della donna nel mondo del lavoro e in generale della diversità in una società di omologati.

Le fate sono finite

Questo il titolo del libro di Bruna edito da Iemme (ecco qui tutte le info a proposito, non ve le perdete!) è in effetti una guida-must per donne nel mondo del lavoro  che offre spunti di riflessione a tutte noi, anche a quelle che non si riconoscono in nessuna delle tre tipologie che ho definito qui sopra.

Bruna consegna a noi donne la responsabilità di agire in modo speciale e alternativo nei ruoli di direzione, ci suggerisce di essere consapevoli dei meccanismi di manipolazione e di adattamento, di subalternità e funzionalità ai disegni dei maschi, meccanismi, dobbiamo saperlo, messi in campo da una società in gran parte coniugata al maschile.

Mi ha fatto riflettere sull’idea stessa di potere: non l’esercizio della forza, fisica o verbale che sia, per imporre un’idea su un’altra, non l’esercizio di forme di persuasione occulta che magari ci fanno apparentemente sentire con le briglie in mano, mentre un filo sottile pretende di muoverci in una direzione precisa, cui noi diventiamo, nostro malgrado, funzionali.

Piuttosto il potere dovrebbe essere esercizio della dialettica intesa come ricerca della sintesi tra tesi e antitesi, supremazia dell’idea e della competenza, visione generale (leggera direbbe Calvino, ovvero la visione dall’alto offerta dal volo di un uccello) capacità di mediare e di cogliere i bisogni, non di determinarli o peggio imporli.

L’ho trovata una lettura utile e stimolante che mi permetto di suggerire a tutti voi che mi seguite con affetto su questo blog, ora che si avvicina la stagione estiva che, almeno per me, è sempre una straordinaria occasione di riflessione, di correzione e di ripartenza. L’ho apprezzato perché risuona con quanto ho voluto raccontare disegnando il personaggio di Luce, protagonista di Così passano le nuvole, brillante manager ma sempre nel solco disegnato da altri.

E perché ha rafforzato una convinzione che ho da sempre in merito a cosa sia per me la solidarietà femminile. Ve la racconto con una immagine: in un mare in tempesta, proprio come quello che stiamo attraversando ora, una donna riesce finalmente a salire a bordo di una barca e prende il timone. Mette la barra dritta e si volta fuori bordo allungando un braccio, per tirarne su un’altra.

Che le donne promuovano le donne

E basta con le eterne litanie sul fatto che non sappiamo lavorare insieme, che non siamo solidali, che non siamo mai abbastanza brave. Con quel che vedo in giro, credetemi, a noi non manca proprio nulla. Piuttosto sono gli uomini ad essere in difficoltà e il modello che hanno per secoli riprodotto.

Ma se è vero che il potere così come lo conosciamo oggi è in crisi, come ritengo e come sostiene anche Bruna, allora non ha molto senso arrabattarsi per conquistare qualcosa che sta morendo. Non è meglio lavorare per proporre un nuovo modello di cui noi possiamo diventare parimenti protagoniste e non comparse?

Per quanto mi riguarda, la democrazia sostanziale e le pari opportunità tra i generi sono la conditio sine qua non per ipotizzare il cambiamento, abbiamo bisogno di strumenti nuovi che mettano in campo le donne.

Perché???? Perché la società, se vuole salvarsi, ha bisogno di noi, della nostra straordinaria e a volte rivoluzionaria fragilità, della nostra intelligenza emotiva e relazionale, del nostro intuito e dell’istinto che ci fa annusare le cose da lontano, della nostra razionalità e concretezza, e soprattutto, della capacità di amare ciò che si fa e si vive. T

utti noi abbiamo bisogno di un modello di potere che non sia prevaricante, che tenga insieme tutte le opinioni e le indicazioni, che decida ma senza eliminare il dissenso, che assuma infine la responsabilità individuale avendo nel collettivo la sua naturale collocazione. Il leaderismo non mi piace, nè quello esercitato dagli uomini nè quello esercitato dalle donne. Credo nella democrazia e nel confronto aperto. Questo fa la differenza.

Il dibattito è inevitabilmente aperto. Fatemi sapere che ne pensate 😉

 

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: