Mare di notte – Il finale

Mare di notte - Il finale

Mare di Notte (Summer Remix)

Il finale

L’oggetto misterioso continua a galleggiare più in là, sembra spostarsi sul pelo dell’acqua che nel frattempo s’è chetata, come un profondo respiro dopo una notte di ansia. Lisa slega un parabordo dal lato di poppa e lo lancia in acqua nei pressi dell’oggetto, per marcare il punto in cui l’ha visto e non perderlo d’occhio. Il sole ancora non si è palesato, solo un debole chiarore si scorge all’orizzonte, che colora di arancio e di turchese la linea che separa il mare dal cielo. Uno spettacolo prezioso che Lisa non puo’ godersi fino in fondo. Qualcosa la chiama verso quella “cosa” galleggiante, finché non avrà capito di che si tratta non si darà pace.

Eseguita la manovra con il parabordo, Lisa si sofferma un istante a guardare.

“Sta cambiando direzione, non puo’ essere la corrente, deve trattarsi di qualcosa di vivo”.

Un moto di ebbrezza misto ad eccitazione coglie Lisa di sorpresa. Tutto ad un tratto il suo compito, consegnare la barca al più presto, passa in secondo piano.

“É vivo, è qualcosa di vivo”, urla al vento le sue parole di speranza. Un ricordo sordo si insinua nella sua mente eccitata e la scuote tutta con un fremito.

“Filippo”, pensa, ma sa che è impossibile. Tutto è come se il tempo si fosse fermato, come se quel giorno fosse oggi e il momento in cui il corpo di suo figlio le scivolò tra le mani per calarsi giù in fondo al mare fosse l’istante successivo e lei potesse ancora fare qualcosa.

“Devo afferrarlo”, e mentre ordina a se stessa il da farsi, corre a prua ad ammainare il genova, poi torna al timone, vira e nel contempo accende il motore e si dirige verso l’oggetto galleggiante che ora, sì, si muove nella sua direzione.

Nonostante i pensieri affollati nella sua mente siano un misto di incosciente eccitazione ed orrore, Lisa non perde la lucidità e accosta sottovento all’oggetto tenendosi discosta, come si deve fare in questi casi per non urtare ciò che si spera di trovare in acqua. Un’attenzione che in genere si riserva a ‘qualcuno’ e non a ‘qualcosa’ che cade in mare accidentalmente.

Tuttavia, ora è abbastanza vicina da potersi sporgere per vedere meglio di cosa si tratta. I suoi occhi cercano Filippo, disperatamente, come un regalo del mare che chiede perdono, che vuole riconciliarsi con lei.

“Per tutti gli dei!”. Lisa fa un balzo all’indietro e sussulta, come se qualcosa volesse portarla via dai suoi pensieri ossessivi .

“Non è una cosa, è una bestia, respira, è un mammifero, è uno splendido delfino!”, grida a pieni polmoni nella direzione del corpo che lentamente viene verso di lei. Lisa ne scorge solo la schiena lucida e grigia e ogni tanto un musetto a punta che schiude una specie di sorriso pacato.

“È una femmina!”

La delfina sta sospingendo un piccolo corpo riverso verso il largo. Il piccolo ventre chiaro e rigonfio è macchiato di rosso, deve essere sangue. 

“Un cucciolo ferito. Il suo piccolo, sta cercando di salvarlo”. Lisa è in preda a un’eccitazione senza precedenti, il piccolo sembra avere una ferita profonda perché il sangue sgorga ancora, o almeno così a lui pare, al pari delle lacrime che ora Lisa sente scendere sulle gote arrossate.

È sciocco, lo sa bene, ma si è convinta che la delfina l’abbia guardata dritta negli occhi prima di cambiare direzione e venire verso la sua barca.

Fa un respiro profondo e piena di commozione parla ancora una volta ad alta voce:

“E’ una madre, sta chiedendo il mio aiuto. Maledetto motoscafo, di sicuro è stato lui a tranciargli una pinna o chissà che altro!”

Le lacrime agli occhi scendono senza chiedere il permesso, mentre Lisa continua ad osservare, come se guardarli fosse utile a farle venire in mente qualcosa di intelligente da fare. Ma cosa? Afferrarli non può, anche se vorrebbe. Si convince che l’unica cosa da fare sia chiamare il porto più vicino e chiedere soccorso. Afferra la radio e comincia a chiamare fino a quando un marinaio senza entusiasmo le risponde. In fondo sono le prime ore del mattino.

“Cosa dice? Un delfino? Ferito? Bisognerebbe chiamare un veterinario, ma chi? Io sono solo qui, non saprei nemmeno a chi diavolo chiedere. Mi dia un attimo”, risponde da terra, ma Lisa pensa che in un solo attimo, per quanto rapido possa essere, può capitare di tutto.
Anche prendere una decisione importante a volte è questione di un attimo.

Lisa ferma la barca e guarda la coperta lucida e intonsa.

“Si sporcherà un po’ – pensa – e l’armatore sicuramente se la prenderà con me. Ma io non posso lasciarli in acqua a galleggiare”.

Si avvicina e decide di provare lo stesso a recuperare il corpo del piccolo delfino. Un’impresa generosa ma che sa al limite dell’impossibile, e infatti, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, Lisa desiste.

Quel vuoto cosmico che teme così tanto si fa strada al centro del suo petto. Il respiro si fa corto e un calore inatteso le avvampa il viso. In quel corpo quasi senza vita che galleggia in acqua rivede il ricordo di quel giorno, doloroso e immensamente triste. Un ricordo che le azzanna il cuore.

A un tratto la radio chiama. C’è un centro per il recupero di animali marini feriti che ha risposto alla chiamata del marinaio.

“L’ha fatto davvero”- pensa Lisa con entusiasmo. “E’ un miracolo!”

Dal centro chiedono informazioni a Lisa sullo stato di salute del piccolo e della madre. La prima domanda è se il piccolo sia ancora vivo. Lisa di certo non può saperlo, ma risponde lo stesso di sì e comunica le coordinate della sua posizione per facilitare il ritrovamento. Verranno a prenderlo, hanno detto, ma dai calcoli ci vorrà almeno un’ora.

Accidenti! Lisa deve consegnare la barca al massimo tra quattro ore, se resta al largo ad accompagnare i delfini non arriverà mai in tempo, nemmeno con un miracolo. Il panico vorrebbe impossessarsi di lei, ma Lisa lo sa e respira profondamente guardando il mare. Le ha sempre dato una certa tranquillità e nemmeno oggi si smentisce. Ora è di nuovo lei.

“Ho avuto un problema al motore, sono in ritardo di qualche ora”.
La telefonata alla società cui deve consegnare la barca è rapida e concisa, per evitare ulteriori domande. D’altra parte in mare funziona così, le parole devono essere ben misurate e poche, pochissime. Il vento intanto è calato di nuovo, come se accompagnasse quella specie di corteo verso terra, verso la salvezza.

Il piccolo delfino colora di rosso l’acqua azzurra e trasparente, mentre la madre, o almeno quel delfino che Lisa ha deciso debba essere sua madre, continua con una dolcezza e delicatezza infinite a tenere il piccolo accanto alla barca per proteggerlo dalle onde, e lo sospinge con il suo muso lungo e delicato. Ora la guarda, Lisa ne è certa. Ha occhi che dicono tutto.

Dalla radio rumori di fondo e poi una voce:

“Barca oceanografica Nettuno a Cocktail, cambio”

“Qui Cocktail, avanti Nettuno”

“Ci stiamo avvicinando alla sua posizione, può confermare?”

“Confermo, vi rilevo per 130°”

“Perfetto, arriviamo. Anche noi vi abbiamo a vista. Passo e chiudo”

Lisa non sta nella pelle dalla gioia. La nave li raggiunge e comunica le nuove istruzioni. Lisa deve allontanarsi, ora recupereranno loro il piccolo e lo porteranno a terra per dare i primi soccorsi. O almeno questo è il tentativo che hanno deciso di compiere.

Lisa si porta istintivamente le mani al petto, come a tenere un cuore che rischia di scoppiare. Dall’acqua due occhi come spilli la guardano un’ultima volta. Poi la delfina si immerge, passa sotto la sua barca più di una volta, esce dall’acqua e soffia forte tutta l’aria che può.

“È il suo ultimo saluto. Addio cara amica”.

Lisa guarda la delfina nuotare nuovamente verso il largo, mentre la barca che ha soccorso il piccolo l’ha issato a bordo e sta già prestando le prime cure.

La delfina si erge dall’acqua dritta sulla schiena in un ultimo saluta e la guarda, ancora una volta. Poi si tuffa e scompare. Là dove riposa la saggezza del mondo.


Il racconto Mare di notte termina qui. Grazie per avermi seguito con pazienza ed attenzione fino a questa ultima puntata. Rispetto alla prima versione, che pure mi piaceva molto, è, credo notevolmente, cambiato. Questo è comunque un bene, perché la nostra scrittura, al pari di noi stesse, cambia continuamente. Ed è bene seguire il suo flusso, senza dimenticare da dove siamo partite.

Vi è piaciuto? Io spero di sì. In alcuni momenti scrivendolo mi sono commossa, si tratta di un episodio che ho visto davvero in mare e che non ho mai potuto dimenticare. La fantasia ha fatto il resto.

Un abbraccio a tutte e tutti e grazie per la vostra attenzione.

Se volete rileggere le puntate precedenti, ve le segnalo a questi link

Parte prima, parte seconda, parte terza, parte quarta.

Commenti

  1. Bello. Il finale fila una meraviglia, rispetto ad altri punti.
    Forse mi sono persa un po’ io nel frattempo, ma com’era caduto Filippo in acqua? O forse non è esplicitato? Magari potresti inserirlo nella parte precedente, dove mancava un po’ d’azione, con un flashback. 😉

    1. Ciao Barbara, sì mi sa che ti sei persa qualcosa….. C’è un flashback su Filippo nella seconda parte….
      Comunque grazie per i complimenti! Sono in effetti molto soddisfatta di questo racconto ed anche il metodo, la pubblicazione a puntate, lo trovo molto utile per chi scrive e piacevole come lettrice (Visto che sto seguendo il tuo….)

  2. Si sente l’amore per il mare e l’esperienza vissuta. L’ho trovato coinvolgente e la storia mi ha preso anche perché ho ritrovato alcuni miei vissuti primo fra tutti proprio l’amore per il mare (non faccio vela ma subacquea).Tutto è perfettibile e quindi credo sarebbe utile una revisione per eliminare qualche spigolosita’ ,anche nella punteggiatura. Grazie x l’emozione che mi hai regalato nella lettura:brava!

    1. Ciao Brunilde, bentornata. Grazie per l’apprezzamento. Il mare si puo’ assaporare in tanti modi, se lo vivi le sensazioni che ti regala sono se non simili comprensibili tra simili :). Sono stata molto titubante se dare corso a questo esperimento di scrittura a puntate di un racconto, ma alla fine sono soddisfatta: certo, serve una revisione finale, che tenga insieme alcune sperimentazioni che ho tentato nella stesura, come ad esempio il cambio del tempo del verbo e del ritmo del racconto, l’introduzione di dialoghi e la loro esclusione.
      Attraverso il parere di chi mi ha letto con pazienza, sempre puntuale e circostanziato, ho meglio affinato uno stile personale per il racconto. Ma non dimentichiamo che l’obiettivo non è l’esercizio, l’obiettivo è il racconto.
      Un saluto caro

  3. Ciao Elena, come stai? Trascorso bene il ferragosto? Bello questo finale, inaspettato quindi più godibile. Il mare , la vela, la scena del delfino, l’inquietudine di Lisa… gli ingredienti in questo racconto sono tanti e tutti suggestivi.
    Da rilevare: due è (verbo essere) uno con l’accento acuto e l’altro con l’apostrofo; il soggetto Lisa ripetuto tante volte senza bisogno, il lettore sa bene che è lei che agisce e pensa. Tutto il resto ok. Grazie per questa lettura al profumo di salsedine.

    1. Mia cara, tornata dalle ferie con gli ultimi giorni alle prese con il motore della barca a vela che ci ha tenuti fermi proprio alla fine!!! Sigh!! Detto questo tutto a gonfie vele…
      Detto questo concordo sull’eccesso dell’uso del nome proprio. Lisa sarà anche breve e piacevole ma dopo un po’…. Ora mi tocca il lavoro più gravoso: raccogliere tutte le vostre osservazioni che considero utili e cambiare il racconto…. Tu come stai?
      Un abbraccio

      1. Sono sopravvissuta a un’estate torrida e piena di cose da fare. Tanto mare, che dopo un po’ stufa e non si vede l’ora di godere del divano avvolta in morbido pile. Per il resto tutto bene, letture furiose, revisione del manoscritto e niente blog;))

  4. mi sono commosso. Sembrerà stupido ma non ho potuto trattenere la commozione. Adoro gli animali e se sono in difficoltà farei di tutto per aiutarli.
    Un finale davvero molto affascinante e suggestivo. Del tutto diverso da quello immaginato. Quando ci hai lasciata con il famoso oggetto misterioso ho pensato subito a un delfino ma non di certo a un simile episodio.
    Bellissima e splendida conclusione.
    terminati i giusti e doverosi complimenti, passiamo alla mia pignoleria. 😀
    Sei passata dal remoto al presente. Ovviamente leggendo il post slegato dal contesto, passa inosservato ma inserito nel racconto si nota. Quando ho letto il primo verbo ‘continua’ ho avvertito che qualcosa stonava: il presente anziché il passato remoto. Vedi tu cosa fare.
    Ci sono due “puo’” –> può da correggere.
    Una curiosità ero convinto che la grande vela triangolare si prua si chiamasse GENOA ma da te leggo GENOVA. Quali delle due dizioni è giusta?
    ‘Lisa è in preda a un’eccitazione senza precedenti, il piccolo sembra avere una ferita profonda..’ tra “precedenti” e “il piccolo” metterei un punto anziché la virgola.

  5. Sì mi è piaciuto. Hai inconsapevolmente risposto alla domanda che stavo per porti: hai vissuto qualche cosa di quanto racconti? Inutile dire che ho sperato si trattasse di Filippo, ben sapendo che fosse impossibile. Ho trovato solo una d eufonica e troppe volte ripetuto Lisa, ma per il resto l’ho letto avidamente.

    1. Ciao Nadia, il fatto che tu abbia immaginato che potesse essere Filippo il corpicino in acqua significa che il coinvolgimento è stato efficace. Non è suo figlio ma in fondo lo è: l’occasione per Lisa per guardare di nuovo in faccia quel mostro e stavolta fare qualcosa per salvarlo, forse. Nemmeno questo è certo, ma in fondo non conta. Conta solo ciò che Lisa ha vissuto… Accidenti a questa d eufonica che mi avevate già segnalato, nella revisione finale, prima di aggiornare la pubblicazione gratuita che è disponibile sugli store on line, metterò un po’ di ordine, ma che perché sono di nuovo sul mio pc 😉
      Grazie di cuore Nadia per la tua pazienza, costanza e attenzione. Lo apprezzo molto. Un abbraccio

      1. La d eufonica è uno dei miei errori più frequenti che un’editor mi ha segnalato come errore molto grave per un testo da inviare a un editore, da quel giorno credo di averlo afferrato in maniera precisa e inequivocabile.
        Per quanto riguarda il pc, io scrivo molto a mano, ma solo in fase di ispirazione, per lo più incipit o parti mancanti, ma senza pc aiuto non sarei per nulla in grado di mettere ordine in una revisione o in un testo in via di pubblicazione, quindi fai con calma e bene. Noi si è sempre qui.

        1. Ciao cara, la questione intorno alla d eufonica (armoniosa, musicale) è a mio avviso eccessivamente talebanizzata. Mi spiego meglio. Nessuno, nemmeno l’Accademia della Crusca puo’ sostenere che sia un errore, ma suggerire alcuni comportamenti che dipendono essenzialmente dal gusto per lo scrivere del tempo. Così Bruno Migliorini, famoso studioso della lingua, suggerisce un utilizzo della d eufonica che è sempre improntato a limitarne l’uso e in ogni caso a subordinarlo alla sonorità che la frase assume con il suo utilizzo o senza. Ed è la crasi di et e ad. Egli suggerisce l’uso della d eufonica quando la parola successiva incominci proprio con la stessa vocale della precedente. Ma si affretta a dire che anche in altri casi si possa utilizzare, quando cioè la forma è “cristallizzata”. Cosa significa? Che è entrata nell’uso comune, è accettata come tale.
          Il Manzoni ne faceva volentieri a meno della d eufonica, mentre molti titoli di libri (basta goooglare un po’) contengono questo “orrore” della d eufonica. Insomma, alla fine vale il buon senso e lo stile personale. Un editore non ama la d eufonica? L’autore ritiene che la musicalità della sua frase ne tragga uno svantaggio? Insomma, on discute!
          Detto questo, nell’esempio specifico potevo omettere la d? Certamente sì, probabilmente in un caso è anche più scorrevole e gradevole all’orecchio. Grazie per la tua attenta considerazione
          Un abbraccio

        2. La tua dissertazione esaustiva mi piace assai, io ho sempre usato la d eufonica senza sapere di commettere errore. Ora standoci attenta evito e correggo prontamente, ma certo la vedo come una sottigliezza da ricontrollare in fase di revisione non certo un errore di quelli importanti!

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: