Moby Dick – Herman Melville

Moby Dick - Herman MelvilleQuesto mese ho affrontato la lettura del “Moby Dick” di Herman Melville.

Approfittando della recente scoperta dell’audiolibro, sono riuscita a terminarlo appena in tempo per scrivere la consueta rubrica mensile su questo blog. 

25 ore e 34 minuti di ascolto, un’esperienza indimenticabile, su cui voglio tornare in un articolo dedicato. Ma ecco le emozioni che mi ha suscitato e, come sempre, un brano letto da me e qualche curiosità.

Buon ascolto! (Vuoi andare subito all’audio? Clicca qui)

Il fascino di Moby Dick e l’ossessione di Achab

Di “Moby Dick” avevo sentito lungamente parlare, ma sempre intorno alla figura inquietante di Achab. Per tale ragione mi ero fatta l’idea che tutto il romanzo ruotasse intorno alla sua, autorevolissima, presenza. Ma così non è e mi spiace quando incappo in qualche riassunto che non mette in evidenza la complessità e l’estensione della trama, per non parlare del suo valore etnografico.

Achab è sì il capitano del Pequod, la baleniera destinata alla caccia della grande Balena Bianca che lo ha menomato, ma Melville lo colloca per buona parte del suo raccontare quasi nascosto sotto coperta, in disparte. Il resto della narrazione è invece popolata da una miriade di personaggi vividi e ben caratterizzati, tutti rigorosamente maschili.

Il viaggio del Pequod non è destinato alla caccia della balena, ma, come apprende sin dall’inizio del suo viaggio Ismaele, è dedicato alla caccia di un’unica balena, Moby Dick, che ha strappato, l’arto ad Achab, portandolo via con sé. Ora Achab sente di appartenere per sempre a quel mostro, al Leviatano, ed è a lui che egli deve tornare per trovare pace, ad ogni costo.

Il prezzo per chi avvista il capodoglio bianco è un doblone d’oro che il Comandante conficca sull’albero di maestra perché tutti lo vedano e ricordino il vero obiettivo della missione, per quanto pericoloso esso sia. Consacrato a un unico fine, nessuno osa toccare il talismano della balena bianca proveniente dall’Ecuador, concesso solo a chi avvisterà per primo la balena Moby Dick.

Melville pare quasi giocare con l’ombroso Capitano, che vuole legato a quel doloroso ricordo per sempre. Gli assegna quell’arto mutilato di avorio, che costringe Achab a portare sempre con sé il segno della sua sconfitta e della sua vendetta.

La follia di Achab

Chiunque lo incontri si rende conto della sua follia, persino gli uomini a lui più vicini. Lo assecondano, in una sorta di fedeltà eterna, fino alla morte.

Il sangue di Achab è sul punto di bollire quando parla di Moby Dick

dice il medico di una baleniera inglese su cui Achab si è issato solo per sapere se essi avessero avvistato Moby Dick. E’ lo stesso Melville che sembra implorare il suo protagonista intimandogli

Achab si guardi da Achab!

Un suggerimento che vale per molti di noi, anche se il difficile è ammettere quanto a volte siamo noi stessi i nostri peggiori nemici.

 Lo sguardo di Melville sull’America della prima metà del ‘900

Non l’abbiamo detto ma è cosa nota che Melville avesse navigato molto prima di scrivere di questa avventura, anche a bordo di baleniere imbarcato come marinaio. Lo deduciamo dal linguaggio tecnico marinaro preciso e onnipresente, fino a rendere talune descrizioni incomprensibili ai più, o almeno credo.

Ma chi si aspettava uno sguardo così lucido e al contempo critico e dissacrante sugli usi e costumi dell’america di quel periodo?

I personaggi della storia, dal selvaggio  Queequeg ad Ismaele, il narratore che ci accompagna in questo lunghissimo viaggio del Pequod, sono tutti funzionali a tessere un’enorme tela narrativa fatta anche di lunghissime e interessantissime digressioni su usi e costumi dell’epoca, sull’industrializzazione, su riflessioni religiose e sulla vita di bordo, una piccola comunità in cui la vita di ciascuno è legata indissolubilmente a quella del suo compare.

Così, nella mentalmente chiusa cultura americana di inizio secolo si fa strada una speranza di integrazione

Il romanzo è scritto negli anni delle discriminazioni dei neri d’america e il protagonista Queequeg, di cui Ismaele è letteralmente terrorizzato al suo primo incontro esclusivamente perché è grande, grosso e negro, saprà conquistare la sua amicizia e il suo rispetto, con i suoi rituali e le sue abitudini tutt’altro che rozze e selvagge, diventando  per Ismaele non solo un compare, ma il suo migliore amico, il suo indispensabile fratello.

Nel racconto incontriamo, appena accennato, il racconto di grossi navi piene di schiavi dirette in America. Navi che hanno portato uomini come Queequeg con i loro usi e costumi, spesso misconosciuti, ma capaci di portare conoscenze nuove.

É proprio Queequeg colui che insegnerà a Ismaele e a tutti gli altri la differenza tra “un uomo e un selvaggio malato”.

Il selvaggio malato in un solo giorno può guarire quasi del tutto. Perché ritiene che la morte possa arrivare esclusivamente da un fatto traumatico esterno, da una balena o da una tempesta. Ma non certo per malattia.

“Moby Dick” è in realtà la più straordinaria dichiarazione d’amore per le balene che io abbia mai conosciuto

E veniamo al tratto più sorprendente della lettura di questo immenso romanzo: l’amore smisurato per le balene. Amore o ammirazione, ma di certo grande rispetto. 

Forse ad alcuni sarà risultato pesante la lettura dei moltissimi capitoli dedicati appunto ad approfondire la conoscenza delle balene. Dalla descrizione delle parti anatomiche della balena (con l’approssimazione concessa dalle conoscenze scientifiche del tempo)  ai metodi di cattura, dalla foggia esterna a quella interna, dal fascino del “pascolo della balena franca” al peso specifico delle varie parti.

Fino alla ragione della caccia, ovvero l’approvvigionamento di olio, lo spermaceti, ricavabile dalla raffinazione a bordo, caratteristica delle baleniere americane.

Persino il profumo è descritto, di ambra grigia, come si descriverebbe oggi il profumo della pelle della donna amata. Un pesce che Melville vorrebbe difendere dalla massiccia mattanza. Per le sue carni (definisce cannibali i mangiatori di quintali di carni di balena catturate esclusivamente per soddisfare una fame innaturale) e per il suo olio. Non ai fini del sostentamento , ma per riempire le lampade e illuminare le città, tema su cui Melville torna molto spesso, denunciandone l’assurdità.

le Chiese che predicano la mansuetudine verso tutte le creature, consumano olio di spermaceti frutto della mattanza delle balene

Chi l’averebbe detto che Moby Dick fosse anche un’inaspettata denuncia del progresso e del prezzo che esso fa pagare alla natura?

Stavolta il passo che vi leggo è quello finale

Ho ritenuto che non potesse in alcun modo rovinare una vostra eventuale lettura. Ma questo brano è talmente “forte” che non ho potuto scegliere diversamente.

In particolare mi sono soffermata sull’unico momento di tenerezza che si è concesso il primo ufficiale di Achab, Starbuck. Non che non fosse già alquanto preoccupato dalla follia del suo Comandante, ma solo alla fine si lascia andare a una richiesta che prima non avrebbe potuto essere avanzata: 

Non andare

Implora Starbuck rivolto ad Achab, con le lacrime agli occhi.  Ma invano. Achab in realtà non cerca Moby Dick ma la morte.

E alla fine, la morte, ci trova sempre. Una morte solitaria frutto di una vita solitaria.

“verso te rotolo balena che tutto distruggi ma non conquisti [..]  Ti vomito addosso il mio ultimo respiro”

Curiosità

1) Questa figura affascinante non esaurisce l’importanza di questo monumento della letteratura dell’ottocento nordamericano, che ha ambizioni di racconto, qualcuno sostiene addirittura storiografico, per la somiglianza della storia del Pequod, la baleniera comandata da Achab e raccontata da Ismaele, con quella dell’Essex, colpito da simile sventura nel 1920, attaccato da un gigantesco capodoglio dopo 15 mesi di navigazione.

2) Ricordate l’olio di spermaceti? Sembra proprio che il capodoglio ne contenesse quantità tali da riempire centinaia di botti ogni viaggio, che durava in media tre anni. Ma sapete qual’è il nome in inglese di capodoglio? Sperm wale

Ebbene care Volpi la recensione di oggi finisce qui. Cosa ne pensate? Avete mai letto Moby Dick? Quali sono le parti che vi hanno colpito di più? Raccontatele come sempre qui

Noi ci vediamo il mese prossimo 🙂 Bye Bye


Se invece ancora non lo avete letto, armatevi di pazienza e scaricatelo adesso. ne vale la pena!

Commenti

  1. Credo di averlo letto in gioventù e ora ne ho rinfrescato la memoria. All’epoca ne ho un ricordo molto sfuocato come di un libro che mi ha molto impressionato e anche spaventato, non senza qualche lacrima.
    Al solito bellissima la tua rilettura.

    1. Buon giorno Nadia, grazie per l’apprezzamento e per il tuo contributo. Credo anch’io che certi scorcio di trama possano apparire spaventosi. Probabilmente se l’avessi letto a dodici anni l’avrei preso quasi per un libro dell’orrore … Certo che ascoltarlo, è stata un’esperienza veramente bella

      1. Eh sì, ogni libro andrebbe riletto a più fasi d’età in modo da completare l’idea generale, soffermandosi su aspetti diversi. E sempre di più l’idea dell’audiolibro mi ispira.

    1. Ciao Marco, grazie per il tuo commento e per le condivisioni che mi regali su Twitter! Ho colto anch’io la profonda messa in discussione della società del tempo. Dallo sfruttamento della natura alla cultura puritana eccessivamente bigotta, fino ai pregiudizi contro i “neri”. E poi lui, l’ossessionato Achab, che è subordinato solo alla cieca vendetta… Uno vero capolavoro, hai ragione! Posso chiederti sempre e a che ora età l’hai letto?

    1. Ciao Giulia, grazie, in effetti queste Pillole servirebbero proprio per suscitare interesse é voglia di leggere… L’idea che mi sono fatta è che sia uno romanzo con talmente tanti livelli di lettura che cogliere tutti in una sola volta è davvero un’impresa… Certo che completare la lettura è stata dura…. Anche tu l’hai letto in tenera età come Rosalia?

  2. Ottima recensione! Moby Dick è un bel ricordo della seconda infanzia, lo lessi a 10 anni. Ma non è un un libro per ragazzi, molte descrizioni, tanti tecnicismi. Mi hai fatto venire voglia di riprenderlo in mano. L’incipit fulminante è ritenuto uno dei più riusciti della letteratura: “Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa, non importa esattamente quanti, avendo pochi o punti denari…” un esempio di chiarezza, lucidità e concisione.

    1. Ciao Rosalia, grazie, sono contenta che ti sia piaciuta! Concordo sull’incipit, proprio forte. Ho cominciato “L’amica geniale” di Ferrante e ho sentito una forte risonanza, in particolare sulla presentazione delle nome di una protagonista. Comunque io a 10 anni leggevo topolino, grande

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: