Nel mondo di Sophia

Nel mondo di SophiaCi sono molti modi per rappresentare il femminile, ma uno solo per testimoniarlo. Viverlo.

Con questo articolo prosegue il viaggio sulle tracce del femminile, alla ricerca della brace sotto la cenere, dell’energia vitale originaria, della fragilità e della forza di cui il femminile è portatore. Lo scopo è di svelarlo attraverso la vita e il lavoro di donne e uomini che lo hanno accolto dentro di sè.

Per questo oggi facciamo quattro chiacchiere con Erica Fortunato, autrice della bellissima foto di copertina, che ci presenta il suo progetto in itinere, Sophia. Qui l’arte della fotografia è utilizzata per raccontare di come il femminile sia parte di ciascuno di noi, anche se per troppo tempo è stato nascosto, represso, emarginato, rimosso. E’ giunto il tempo di far cadere i veli e di riscoprirlo. Ecco perché.

La nostra società, deteriorata e decadente, ne ha assolutamente bisogno, ne sono convinta da tempo. E nel lavoro di Erica, lupa per natura e donna per nascita, ho ritrovato questa ricerca, che dovrebbe essere di ciascuno di noi. Lei è capace di catturare con gli occhi ciò che esprime l’anima, una qualità necessaria in questo tipo di percorsi.

Erica benvenuta tra le Volpi! Partiamo subito dalla bellissima foto che ci hai regalato per questo blog e che fa parte di un progetto che ruota intorno alla figura di Sophia. Chi è e come è nata Sophia?

La prima volta che ho pensato a questo progetto ho visto nella mia immaginazione Sophia e l’ho dipinta. Era  ed è un’idea sfuggente, ma nello stesso tempo molto chiara. Se dovessi provare a definire Sophia direi che è un aspetto del femminile istintuale, del femminile selvaggio. Mi ha molto ispirato il lavoro di altre ricercatrici e antropologhe, in particolare Clarissa Pinkola Estes, ma anche gi studi di Carl Gustav Jung. Queste ricerche hanno il pregio di rappresentare il femminino selvaggio come un aspetto della psiche di ciascuno di noi, uomini e donne. Il femminino è il sapere originario che viene trasmesso di mano in mano, di voce in voce, è la profezia, è il custode di segreti antichi, è narrazione della storia del mondo, è canto, musica, è balsamo che cura le ferite interiori. E Sophia è una matrioska: racchiude in sè molte donne differenti. Così ci rappresenta tutte.

Le tue fotografie rispecchiano bene questa ricerca interiore, che affidi spesso a donne

Nel lavoro su Sophia, sì, il soggetto di osservazione è prevalentemente femminile. La prima parte di questo lavoro vede protagonista una donna con il volto coperto. “Il velo”, cioè qualcosa che nasconde. E’ una forma di legittima difesa, per le tante persecuzioni subite dalle donne che non rientravano nei ranghi, che si divincolavano, dopo l’esproprio di sapere dovuto al patriarcato. Ma è velata anche perchè non è una donna in particolare, è più un’essenza femminile. E’ tutte e nessuna. Nella seconda parte di questo progetto ho scelto di scoprire questo viso e di portare alcune storie di donne, proponendo una linea narrativa tra il realmente accaduto ed il surreale, ispirandomi liberamente ad alcune persone realmente vissute. Ma in realtà, ho lavorato spesso anche con uomini, per lo più creativi (un funambolo, ad esempio). Il bello è che non ho mai cercato i soggetti, sono arrivati. Il progetto Sophia è un work-in-progress e sto già cercando dei volti maschili da inserire in questo contesto.

Cosa cerchi in ciò che fotografi?

Non cerco nulla, mi concentro sull’oggetto di osservazione, tenendo presente che non c’è una reale separazione tra l’interno e l’esterno. Mi interessa vedere. In fondo è solo un punto di vista. Ma cerco sempre, se mi è possibile e mi riesce, di immergermi in quanto sto fotografando, sia che si tratti di una persona che di una disciplina sportiva. Perché è dal di dentro che è possibile trovare qualcosa che va aldilà dell’apparenza, qualcosa che parli ai nostri occhi. Almeno credo.

Che ruolo hanno i colori e la luce nel tuo lavoro? 

La fotografia è “disegnare con la luce”. E’ la luce ad ispirarmi, la sua coesistenza con l’ombra, la loro complementarietà. Mi interessano anche i colori, ma solo se hanno una funzione naturale all’interno dell’immagine, non forzata. In questo lavoro su Sophia in effetti è prevalso il rosso. Anch’esso è venuto da se, non è qualcosa che ho cercato.

In effetti il rosso spicca in questa fotografia, quasi come se chiedesse attenzione. Richiama alla memoria la maternità, l’animalità. E’ un’immagine molto forte e suscita sentimenti contrastanti. Sono queste le sensazioni che cerchi quando fotografi?

A me interessa raccontare una storia, dare forma ad una visione e lasciare che siano gli altri a dirmi cosa vi trovano. Le persone reagiscono alle immagini e ai simboli in base al loro vissuto. Esse fanno da specchio. Non ho alcuna pretesa nè aspettativa vera e propria. Siamo esseri umani, quindi in noi coesistono carne e spirito, razionalità e istintualità. E’ normale che l’arte li rappresenti. Per parte mia, credo che si funzioni bene quando queste parti del sé sono in equilibrio. Non ci può essere una delle due che prevalga senza qualche disfunzione come conseguenza.

Hai scelto il lupo come animale guida e sei ospitata in un blog dedicato alle Volpi: una piacevole coincidenza

Già (sorride – ndr). Ma non credo nelle coincidenze…. Per quanto riguarda il Lupo, mi arriva sicuramente da “Donne che corrono coi Lupi”, di Clarissa Pinkola Estes. Mi ricordo che fu un’altra donna a regalarmi questo libro. Il lupo mi interessava già da prima come figura, lo studio della sua storia e del suo comportamento è molto affascinante e non a caso è un animale ritenuto sacro in molte culture. Mi attrae il fatto che sia stato anch’esso vittima di persecuzioni, processi ed omicidi, proprio come molte donne e che sia per natura non addomesticabile. Quasi un’identificazione. Ci converrebbe molto osservare come una lupa svezza e “addestra ” i suoi cuccioli, per comprendere alcune cose basilari, relative alla saggezza animale. Essa non è tipica dell’animale in sè ma dell’essere sviluppato. E’ una saggezza che in potenza portiamo tutti dentro di noi, ma non praticandola non la sviluppiamo. E’ istinto, che non è certo spontaneismo o spontaneità dell’ego, ma saggezza interiore, il sapere cosa è giusto e cosa no, ciò che deve morire interiormente e ciò che deve vivere. Questo è per me ‘naturale’.

Mi pare di intuire che per te la fotografia sia un potente strumento di crescita interiore

Il bello della fotografia è che quando fotografo io non ci sono e questo mi permette di essere un calderone di storie che altri vogliono raccontarmi. E’ così che apprendo. La fotografia è solo un mezzo, non so nemmeno io se definirmi fotografa. Sicuramente il mio corpo è uno strumento conoscitivo, così come per tutti gli esseri umani. Anch’esso è un semplice strumento che se usato bene e con metodo, può insegnarci molte cose di noi.

Ma a me piace soprattutto giocare seriamente, come fanno i bambini.

Grazie a Erica Fortunato per averci raccontato una parte di sé. Avete domande o volete esprimere le vostre opinioni? Fatevi avanti, commentate e condividete questo articolo!


Il lavoro di Erica Fortunato è disponibile sul suo sito Whileishot

Per contattare Erica:   [email protected]

Commenti

  1. Domani, alle 19 al Barrito di Torino, io ed Erica faremo due chiacchiere sul femminile, ma in un modo un pò speciale. Lei presenterà il mio romanzo Così passano le nuvole, io la sua mostra fotografica, Sofhia…. Mi raccomando, vi aspettiamo!

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: