Expo, Nepal e il dovere della comunicazione

Expo e Nepal, abissi da colmare

In questi giorni si discute molto di comunicazione, verifica delle informazioni, bufale, insomma di come attraverso i media si possano costruire eroi o vittime, rendere reale qualcosa che reale non è o dimenticare ciò che non dovrebbe essere dimenticato.

Benvenuti nella società della comunicazione, anzi ben svegliati. Le informazioni sono il contenuto, ma continuano a contare i mezzi che le diffondono, la loro disponibilità, accessibilità e serietà.

Com’è facile prodursi un’opinione sulla scorta di qualcosa che ci viene servito, caldo caldo e persino su un piatto d’argento, non è così?

Sono sempre stata sensibile a questo tema perché comunicare un’informazione richiede approfondimento, conoscenza, aggiornamento e onestà. E’ qualcosa che non riguarda solo i grandi giornalisti e le grandi testate, ma chiunque scriva qualunque cosa, anche sul web, anche noi blogger.

Qualcuno sostiene che occorra definire una sorta di “autorità garante della qualità dell’informazione” in grado di intervenire a correzione di notizie oggettivamente distorte. Può essere una soluzione. Resta però aperta un’altra questione che vorrei qui porre  con forza

La volatilità delle informazioni e l’estrema difficoltà di tracciarne la storia e l’evoluzione

Non è forse un dovere dare conto di come un’informazione è evoluta, nel bene e nel male? Una verifica, un aggiornamento, al di là della ricerca dell’audience. Qualcosa che  abbia anche a che fare con l’autocritica, se dovesse servire. Questo è a mio modo di vedere un atto di serietà di chi scrive, di chi comunica.

Tento di spiegarmi meglio, agendo io stessa in questa direzione.

L’abisso tra EXPO e il terremoto in Nepal

Nell’aprile del 2015, proprio mentre in Italia si celebravano  le meraviglie che l’EXPO avrebbe portato nel nostro paese, il Nepal veniva devastato da un terribile terremoto. Io scrivevo in quei giorni un articolo su questo blog sull’onda dell’indignazione: mi aveva profondamente colpito la direzione che l’informazione di massa aveva fatto prendere alla notizia. Farla diventare ciò di cui si discute in ogni conversazione quotidiana, su ogni telegiornale,  oppure farla scomparire, dimenticarla.

Il  terremoto che il 25 aprile 2015 ha colpito il Nepal è stato di magnitudo 7.8 ed ha provocato più di 8000 morti. Una tragedia immane che sembrava non avere fine, con l’aggravio di aiuti umanitari per le persone sopravvissute e che versavano in gravissime condizioni bloccati alla dogana. Una burocrazia che non aveva alcuna vergogna di se stessa.

Tuttavia nemmeno il business ce l’ha. Mentre il Nepal se la vedeva con il terremoto devastante, da noi il leitmotiv era la grande esposizione di Milano, EXPO, dedicata proprio al cibo. A dispetto di quanto fossi disponibile a scommettere, è stata un discreto successo di pubblico. Ma su cosa ci abbia davvero lasciato ho ancora tutte le mie perplessità.

Il Nepal, oggi

Provo a darvi conto di ciò che ho recuperato sulla situazione in Nepal oggi, a quasi due anni dal terremoto. La ricostruzione ancora non è completata, anche a causa di una crisi istituzionale che ha colpito il Nepal nell’ultimo anno. E’ accaduto però che le persone si siano rimboccate le maniche e si siano improvvisate falegnami, operai edili, lattonieri. E’ così che hanno cominciato a dare una mano a ricostruire il paese.

La situazione economico-sociale è molto difficile. Il 25% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà e alla fine del 2016 altre 700.000 persone hanno implementato le file dei poveri. I prezzi delle principali derrate alimentari sono cresciute del 50-60%.

Come spesso accade, di Nepal non sappiamo più nulla in Italia, fatta eccezione per la lodevole azione di Agire, la rete che connette sette ong: ActionAid, Cesvi, Gvc, Intersos, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, VIS e Terre des Hommes, non avremmo né notizie né l’idea di un presidio italiano laggiù.

Il dramma? Che i fondi in gestione al Governo non sono ancora stati utilizzati. La crisi istituzionale blocca gli aiuti. Il mondo non si può reggere solo sul volontariato, accidenti.

Expo, oggiExpo, il nepal e il dovere della comunicazione

Passo spesso sulla tangenziale di Milano e la vastissima area che un tempo fu occupata dall’esposizione universale mi appare come una piattaforma desolata e desolante. Strutture bellissime ancora inutilizzate. Ma fino a quando? Così ho cercato risposte e ho trovato qualcosa, per continuare a tracciare la pista per non perdere la direzione.

Così ho scoperto che lo stand di Save the Children che ha riutilizzato i materiali, smontandoli e rimontandoli in LIbano per costruire una scuola. Maggiori dettagli li trovate sul sito a questo link.

O come i tre moduli del campo base di Expo che nel dicembre scorso sono stati smontati e rimontati ad Acquaviva per far fronte a un terremoto per noi altrettanto grave e doloroso, quello delle Marche. Diventeranno una scuola e faranno felici duecento alunni

Ma oltre al bagno di folla, al successo e alle polemiche di quell’aprile-maggio del 2015 in Italia resta anche un po’ di amarezza, un’ampia zona di Milano per il momento abbandonata e un sindaco che si auto sospende e poi rientra senza che nessuno abbia capito il perché e il percome. Su quest’ultimo tema non ho nulla da dire, ma sul resto vi segnalo che qualcosa si sta muovendo.

E’ stato da pochi giorni approvato il bando internazionale per la selezione dell’operatore tecnico economico e finanziario che supporterà Arexpo nella realizzazione del Masterplan dell’ex area Expo, circa 1 milione di mq a nord ovest di Milano di cui almeno 400 mila mq destinati a parco, per realizzare il “Parco della scienza, del sapere e dell’innovazione”.

La gara vale 2  miliardi e le intenzioni sono di alto profilo. ovvero costruire un polo d’innovazione per la ricerca pubblica e privata sulla salute, il benessere e la cura della persona. Il Welfare state, il business del futuro. C’è da aspettarsi che le grandi società private che se ne occupano, proprio nell’area milanese, ne siano coinvolte o sperino di esserlo in futuro. Intanto la sfida al sistema pubblico è lanciata.

Milano corre in avanti veloce. Ma la direzione sarà quella giusta?

Forse penserete che sia una domanda retorica. non lo è. Forse anche voi ne sapete qualcosa o forse volete dire la vostra. In tutti i casi, l’intento è quello di non perdere il filo del discorso…. o almeno provarci.


Articolo pubblicato nell’aprile 2015 – Aggiornamento al 10 gennaio 2017

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