Non chiamatele suffragette

Non chiamatele suffragette

Le chiamavano così, ma non è che mi piaccia molto come definizione… Sembra riguardare qualcosa di piccolo e tutto sommato trascurabile, di un gioco, di uno scherno, una diminutio insomma.

In una parola, la trovo una definizione riduttiva.

Le voci delle donne che hanno conquistato il diritto di voto, nell’Inghilterra del 1918 o quasi trent’anni dopo in Italia, sono come un coro che canta all’unisono la stessa canzone, pur con parti e ruoli differenti. Una polifonia ineguagliabile.

Forse ciò che più mi allontana da questo termine che ci consegna la storia è l’idea che molto probabilmente furono proprio i più forti oppositori del voto alle donne, ovvero gli uomini, a chiamarle così. Forse addirittura con disprezzo.

Avrete intuito che ciò che sto commentando riguarda il film Suffragette

che ho appena avuto il piacere di vedere non in un cinema qualunque, condito da pop corn e bibita d’ordinanza, ma insieme ad altre donne che stanno dalla parte di un mondo migliore. E provano a costruirlo.

Ed è stata una fortuna, credetemi.

Se potete e se ancora non lo avete visto, fatelo con le vostre amiche.

Spero sia per voi ciò che è stato per me: un momento splendido di condivisione su questioni che ci toccano ancora e sempre molto da vicino.

Con loro ho potuto condividere le emozioni delle donne che questo film, che è una storia vera, racconta ed è in grado di suscitare. Ho potuto identificarmi con le protagoniste, con i loro sogni e le loro fragilità, con il loro coraggio e anche con la loro paura. Donne che hanno deciso di reagire alla sopraffazione, che hanno detto no alla sottomissione, in una società che le considerava poco più che oggetti, macchine per la riproduzione e il lavoro, completamente rappresentate e governate da mariti, padri, governi e re.

Fatte le debite distinzioni somigliano persino un pò alle nostre storie quotidiane, meno tragiche e dolorose, ma altrettanto fiere e coraggiose.

Storie che potrebbero essere le nostre, se fossimo vissute un secolo fa

Un secolo, cento anni, niente di fronte alla storia ma troppo poco perché possiamo dimenticarle. E infatti, non dobbiamo a mio avviso.

Per questo, nonostante la parola “suffragette” non mi piaccia, la uso per questo titolo. Credo si debba riflettere sul significato dei nomi che diamo alle cose che riguardano le donne, perché è da lì che passa l’idea della nostra società sul ruolo e sulla identità di noi donne.

Per ricordarci una volta per tutte che definire significa possedere.

Per questo le donne dovrebbero parlare da sé di loro stesse e non lasciare che lo facciano gli altri.

Per questo

[bctt tweet=”Le donne devono essere là dove le decisioni sono assunte” username=”bunnister”]

per non essere definite, ingabbiate, storiografate da altri. Per essere protagoniste, per contare.”

Ecco perché ho scelto questo titolo per questo mio articolo.

Ricordate il vertice di Davos? Rinfrescatevi la memoria con i dati sulla condizione lavorativa delle donne di cui ho parlato in questo articolo. Ebbene, fate due conti: il diritto di voto, il suffragio universale, sono strumenti sufficienti per conquistare il nostro posto nel mondo? Se fosse così non avremmo nulla da lamentarci. E invece, anche in quel consesso, si ribadiscono le cose che conosciamo bene sulla nostra pelle ogni giorno: differenze salariali, maternità negate nei fatti, abusi e sopraffazione, storie di ordinaria femminilità nel ventunesimo secolo.

Ebbene, le donne protagoniste di quella storia, quella stessa che nel 1946 ha portato anche in Italia per le donne il diritto all’elettorato attivo e passivo, hanno fatto la loro parte. E noi?

Siamo davvero convinte di aver conquistato la parità? E che mi dite dei nostri salari? Che mi dite della maternità negata nei fatti, che mi dite dell’università, della scuola, della politica, del sindacato. Che mi dite delle aziende e dei ruoli a noi affidati nelle piante organiche?

Mi chiedo, se siamo sulla strada giusta, perché tutta la strada che abbiamo fatto ancora non è stata abbastanza?

Forse state pensando che questa è storia del novecento. Ma io vi dico che questa storia è la storia quotidiana di molte di noi. Occorre coraggio ed energia per raccontarla.

E allora, se vi va, raccontatela. Raccontiamola. Facciamolo fuori dagli schemi.

In piemontese c’è un modo di dire che mi appartiene da sempre:  essere una “bastian cuntrari” ovvero qualcuno che fa il contrario di quello che ci si aspetta da lei.

E così, da brava bastian cuntrari, parlo di diritti delle donne ad aprile, come un auspicio per una nuova primavera.

Perché di una nuova primavera abbiamo bisogno, la stagione dove i nostri sogni diventano realtà.

Noi amiche abbiamo cominciato stamattina.

Per la cronaca, ho pianto lacrime amare per quasi tutto il film. Verso la fine, sapendo di dover dire qualcosa pubblicamente, ho tentato di ricacciare dentro di me tutto il dolore che quella storia mi aveva suscitato, ma invano. Più tentavo e peggio era, non ha fatto altro che esplodere.

Ho pensato di prendere tempo con una scusa qualsiasi, ero indecisa, non volevo mostrarmi fragile.

Poi mi sono ricordata di una cosa che mi dico sempre: la mia fragilità è la mia forza.

E allora mi sono buttata, senza leggere, come ho scritto nell’ebook che ho messo a disposizione gratuitamente per tutti coloro che si iscrivono alla newsletter del blog.

Con le lacrime agli occhi ho raccontato. Il mio sguardo umido ha incrociato altri umidi sguardi e insieme abbiamo deciso come andare avanti. Cominciato a fare progetti, aprire confronti.

Una mattina spesa bene. Un film che ha fecondato i nostri terreni già fertili.

Per questo dobbimao ricordare quelle donne non come ‘suffragette’, ma come delle pioniere

Le pioniere della nostra libertà

Così vorrei celebrarle, insieme alle madri Costituenti che nel 1946 scrissero insieme ad altri la storia della nostra democrazia.

A quelle donne credo dobbiamo ispirarci per farci strada in questi tempi bui.

Voi siate capaci di portare un pò di luce, care Volpi.

 

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: