Ode alla montagna

Ode alla montagnaTi osservo sai, mentre scruti severa la mia città, cingendola con i tuoi morbidi pendii, che paiono lunghe braccia, possenti e forti.

Sei ferma Montagna, ferma come un gigante addormentato.

Sebben sia maggio inoltrato, ti diverti a portare quel manto bianco che ti fa somigliare a una sposa.

Tu, che incurante delle stagioni che ti passano accanto, ricambi il mio sguardo e lo allarghi a un mondo distratto e brulicante di vita che è la mia Torino. Che a volte sembra non notarti neppure.

Non fa caso ai tuoi respiri profondi che scuotono i rami degli alberi, alle tue radici forti da trattenere la terra e rocce ciclopiche e picchi e nevai.

Torino ti guarda indifferente, come una vecchia signora che fuma tabacco dalla finestra dopo aver appena scostato una tenda. I suoi fumi grigi appannano i vetri. Quasi non scorgi i suoi occhi, rivolti a un passato che non tornerà più e speranzosi per un futuro che pare non cominciare mai.

Ma tu, madre generosa, le hai tenuto aperti i sentieri e regalato ceste di doni sempre verdi.

Hai offerto riparo ai suoi figli, perché diventassero padri e madri della nostra Repubblica, li hai nutriti e difesi dalle pallottole straniere, gli hai dato la forza di costruire il domani quando non c’era nemmeno un presente.

Sicché ora so che qualunque stagione attraversi la vita sei capace di offrire riparo e cibo e silenzio senza chiedere nulla in cambio. La mia città forse ha dimenticato. Come il dovere di tenerti sana e bella, che la bellezza è dono del cielo e di quel sole che ogni giorno baci per prima come un’amante appassionata.

Ti osservo sai, e tutto ciò che desidero è risalire ancora una volta i tuoi pendii, bere dalle tue fonti, osservare il mondo da lassù, che pare persino più bello.

Ho bisogno di ritrovare quelle sorgenti d’acqua fresca e chiara per risvegliare il mio viso stanco. Di sentire il profumo dei fiori e della terra, di seguire le tracce, animale tra gli animali. Di sentire le loro voci in silenzio, che tu, Montagna, non ami il clamore. Quieta pretendi la quiete. L’anima gemella lo sa.

Seduta ora sulle tue spalle dopo molto camminare mi vien voglia di accarezzarti l’erba ispida e vellutata. I suoi steli paiono capelli, i capelli della terra. Mi sembra di sentirli sussurrare segreti.

Di tutte le volte che hai raccolto il mio dolore in silenzio, accettando che le lacrime bagnassero le tue guance grigie di roccia, per poi asciugarle al sole. Di tutte le volte che ti sei portata via la mia tristezza e mi hai regalato la gioia autentica che viene dall’intima solitudine con se stessi.

In fondo siamo sempre state solo io e te.

Sicché, seduta sulle tue spalle, mi godo quell’immenso spettacolo che è la natura, cui entrambe apparteniamo. Chiudo gli occhi e so che questo istante è per sempre.

Resterei qui, ma già le nubi che vedo più a valle mi avvisano che è giunto il tempo.

Torno alla città cui appartengo. Torno all’amore che mi aspetta e che tutto sa di noi. Egli sa che quando la punta del mio naso volge all’insù, il mio pensiero sta vagando verso i luoghi in cui giace una parte del mio cuore.

Tu sai Montagna che tornerò a riprenderlo. Aspettami, aspettami sempre.

Sei il mio sentiero, la mia pace, la mia eternità. T’amo, mia dolce Montagna.

Commenti

    1. @newwhitebear, sono felice che ti sia piaciuta! Ho passato moltissimi tempo della mia infanzia e giovinezza in montagna e la sento la mia casa. Si, l’amo. Come l’ami tu. In città la nostalgia si sente moltissimo… Grazie per averla letta

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