Perché dobbiamo permetterci di provare emozioni – Parte prima

Perché dobbiamo permetterci di provare emozioni - Parte primaSpesso ho l’impressione che la nostra società sia vittima di discrasia*: assegniamo un valore molto alto alle emozioni e qualche volta le celebriamo, ma allo stesso tempo facciamo di tutto per cacciarle indietro, non appena si presentano, come se potessimo restarne imbrigliati, travolti.

Contrapposizioni, alternative funzionali, modelli comportamentali divaricati e opposti. Ma è proprio così?

Sembra che la faccenda sia come un out out: o ti comporti razionalmente o sei preda dell’istinto.

Spesso si associa la capacità di essere razionali al maschile (poi esteso all’uomo in quanto individuo) e la capacità di essere emotivi a quello femminile (esteso alla donna). Semplificazioni, quelle tra parentesi, che cambiano il senso del ragionamento e modificano in peggio il tema della relazioni tra i generi, sempre molto delicato.

Naturalmente noi assumiamo qui il maschile e il femminile come parti integranti della personalità di ciascuno, nell’equilibrio che la nostra esperienza e la società in cui viviamo sanno costruirci. Come una gabbia o come un appiglio, decidete voi.

La malattia del secolo, l’anaffettività

Vengo da una famiglia in cui la manifestazione delle emozioni è sempre stata problematica, al punto da generare relazioni tra di noi apparentemente fredde e distaccate. Per questo il tema delle relazioni nel rapporto con la comunicazione mi è molto caro.

La mia esperienza è un caso remoto o una condizione piuttosto comune? E’ una questione generazionale?

Non è così, almeno secondo me. Le generazioni passate avevano rapporti molto più “freddi” reciprocamente. La possibilità di gustarsi una sana emozione, con tutte le sue conseguenze (il riso, il pianto, la rabbia, il dolore) è una delle conquiste della nostra evoluzione.

Per questo vanno difese e anzi promosse, come uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per il nostro percorso di crescita.

Dunque anaffettivi per scelta e razionali per difesa?

Vero è che mettiamo in campo ogni strategia disponibile per allontanare da noi l’emotività, ovvero il prodotto e l’effetto che ha sul nostro cuore una persona, un gesto, una cosa. Come le sensazioni, che, belle o brutte che siano, un tale contatto può suscitare.

Ma cosa sono le emozioni?

Se stiamo alla definizione del dizionario Treccani, scopriamo che la parola emozione significa

Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

Una definizione che a ciascuno di noi fa venire in mente cose diverse. Ma il significato letterale ci riporta a uno stato di turbamento ed eccitazione che naturalmente deve avere una causa scatenante.

Ma quali sono le emozioni? Provate a segnarvene alcune su un foglio e poi, proseguite la lettura.

Ora consultate lo studio condotto da alcuni ricercatori dell’università di New York (qui il link, in Inglese)  e che ha evidenziato l’esistenza di ben 27 tipologie di emozioni fondamentali, molte di più di quello che la moderna psicologia ha riconosciuto.

Curiosi di conoscerle tutte? Eccole

ammirazione, adorazione, apprezzamento estetico, divertimento, ansia, soggezione, imbarazzo, noia, calma, confusione, desiderio, disgusto, dolore empatico, estasi, invidia, eccitazione, paura, orrore, interessamento, gioia, nostalgia, amore, tristezza, soddisfazione, desiderio sessuale, simpatia, trionfo

Come mai tanta attenzione per le emozioni in una società che tende a reprimerle?

La lunga battaglia per cancellare le emozioni

Il modello sembra mascherare le emozioni. Il lavoro più gravoso dev’essere dunque quello di provare a controllarle, obiettivo questo complesso e faticoso (e forse anche doloroso).

Le strategie che mettiamo in campo per riuscirci sono molteplici.

Cominciamo a dare più valore a cose come la capacità di controllo, il grado di normalità ovvero di uniformità di qualcuno o qualcosa, l’affidabilità, ovvero la facoltà di rispondere meglio di altri a schemi predefiniti nel gruppo cui si fa riferimento, oppure la fedeltà, il grado di aderenza ai valori richiesti o imposti da un determinata gruppo sociale.

Qualcosa forse che ha molto a che fare con la parola omologazione, non trovate?

E con la parola censura.

Perché dunque reprimiamo le emozioni? Perché abbiamo paura. E dunque mi chiedo:

Per non dover soffrire, cosa siamo disposti a fare?

La strategia dell’autocensura

Scegliamo di accettare questa semplificazione e ammettiamo che il nostro rifuggere dalle emozioni sia una strategia per allontanare la sofferenza. Sofferenza per qualcosa di bello che temiamo presto si perderà o sofferenza per qualcosa di orribile che ci è appena successo, e che non vediamo l’ora di dimenticare.

Dunque la paura alla fine dei conti diventa paura di perdere una condizione positiva. Cosa ci porti, per evitare questa sofferenza, a cancellare l’emozione prima ancora di provarla è per me un vero mistero.

Ma di sicuro, se riconosciamo questa pista di ragionamento come una di quelle possibili, possiamo dire che per non soffrire siamo impegnati ogni giorno a mettere in campo tutte le nostre strategie per difenderci.

Come incide tutto ciò nella nostra vita quotidiana?

Le conseguenze di una pratica quasi ascetica ovvero una pratica della distanza dalle emozioni (non dimentichiamo che ci sono discipline che addirittura teorizzano questo come unno stato superiore della coscienza) sono facilmente intuibili.

Apparire forti e imperturbabili. E’ proprio questo che desideriamo quando avviciniamo qualcuno? O è solo la conseguenza di un dolore profondo, provato chissà quando, che ci impedisce di provare ancora emozioni?

Siamo davvero ancora fermi alla prima relazione d’amore interrotta bruscamente dall’altro al punto da non desiderare più di ricascarci? E questa astinenza più o meno consapevole, dove ci sta portando?

Come e perché permetterci di provarle

Proviamo in modo totalmente empirico a ribaltare la questione.

Proviamo a dire che nell’universo delle emozioni, quelle che dovremmo prima o poi concederci, potrebbero essere altri i valori di riferimento.

Qualche esempio?

La capacità di lasciarsi andare alle cose che accadono senza fuggirne, la possibilità di sperimentare schemi diversi da quelli operanti in un determinato contesto, magari compiendo scelte difformi dalla maggioranza e naturalmente più pesanti sul piano emotivo. Oppure semplicemente permettersi la diversità e sostituire la fedeltà con la lealtà, che richiede una componente di esperienza e di arbitrio soggettivo.

Tutto ciò può accadere, anzi, a mio avviso deve accadere.  Perché è una straordinaria occasione per crescere, che significa soprattutto differenziarsi, sperimentare qualche deviazione libera, o reazione inattesa proprio ciò che un’emozione, lasciata libera di librarsi nel vostro corpo asciugato dalla razionalità può produrre.

Le emozioni sono necessariamente percorsi non imbrigliabili, dunque inevitabilmente distinti dalla dimensione razionale dell’esistenza.

Distinti, non in contrapposizione, Diversi, non escludenti. Entrambe, l’emozionalità e la razionalità, devono far parte di noi, possibilmente in equilibrio.

Anche la logica deve appartenerci, in quanto esprime caratteristiche socialmente determinate da comportamenti collettivi, altrimenti non sarebbe tale e riconoscibile da tutti.

Le emozioni non sono codificabili?

Possiamo certo parlare di paura, di gioia, di odio e di amore, sapendo bene cosa intendiamo. Ma ciascuno di noi sa altrettanto bene che ognuna di queste parole ha un senso e un significato personalissimo.

E’ ciò che ci rende noi stessi, originalmente ed esclusivamente noi stessi.

Le emozioni hanno dunque a che fare con il nostro personale valore, il nostro talento, ciò che nessuno potrà mai toglierci perché risiede dentro di noi.

Per oggi ci fermiamo qui. Nel post successivo affronterò il tema delle emozioni nel rapporto con la comunicazione pubblica e la scrittura.

Intanto vi andrebbe di rispondere a qualche domanda?

Quali sono secondo voi le ragioni della nostra più o meno esplicita astinenza da emozioni?

Percepite anche voi questo come un rischio o come un opportunità?

Quali sono le tre emozioni che vi ho chiesto di memorizzare all’inizio dell’articolo?


* discrasia:  Secondo la dottrina umorale ippocratica, lo squilibrio nella composizione o temperamento (crasi) dei quattro umori dell’organismo umano, che caratterizza e condiziona ogni stato morboso


Il tema del rapporto con le emozioni e come gestirle è alla base del mio Manuale di comunicazione pubblica “Tecniche di oratoria. Guida all’arte di parlare in pubblico”. Potete consultarne i contenuti a questo link e acquistarla a questo link a soli 9,49 euro.

Buona lettura

Commenti

  1. Forse è proprio che non c’è equilibrio nell’espressione dei sentimenti. Vedo intorno a me persone che non hanno freni e che ti travolgono con le loro emozioni, quasi vomitassero. Altre che invece si trattengono al punto da sembrare frigoriferi. Forse il motivo è proprio quello che dicevi all’inizio, si pensa che una cosa escluda l’altra, ovvero che la razionalità non possa convivere con l’istinto. Io personalmente lotto da una vita su questo per me stessa, per una razionalità che deve fare i conti in continuazione con un’eccessiva sensibilità.
    Mi viene anche da riflettere che l’astinenza da emozioni potrebbe essere qualcosa di più radicato, ovvero non è tanto che la gente non si lasci andare, che si trattenga, quanto che ci stiamo abituando all’essere poco empatici come difesa dai troppi input che subiamo. Non so se mi sono spiegata, temo tanto di no… In ogni caso, è un argomento molto interessate, complimenti.

    1. Ciao Maria Teresa, ti sei spiegata benissimo a mio avviso. Riceviamo tanti input, di ogni tipo, e dobbiamo difenderci perché il carico emotivo che siamo in grado di sostenere non è illimitato. Inoltre, le emozioni richiedono condivisione e su questo tema, che chiede di guardare alla nostra società in modo critico, siamo debolissimi. Ognuno di noi si deve gestire le proprie, specie quelle negative, che sente come pesanti. LA condivisione, l’ascolto, non sono previsti. Anzi. Appena ti vedo fragile (perché le emozioni apparentemente ci rendono fragili), ti aggredisco ancora se voglio avere la supremazia su di te. Homo hominis lupus? Sì penso che siamo ancora lì, e non è bello. Grazie per l’apprezzamento, sono felice di averti interessato

  2. Penso che sia vero. Non dobbiamo confondere l’emotività, di solito superficiale, penso alla lacrimuccia per un finale drammatico di un film, o al sorriso stampato durante un incontro, con i sentimenti che sorgono dal profondo e investono la dimensione psichica dell’individuo. Le emozioni coincidono con i sentimenti, credo, e non con l’ emotività spicciola.

    1. I sentimenti sono uno dei temi più bistrattati del secolo. Mi consolo pensando che la scrittura, parlando di sentimenti, li tiene in vita, perché nel mondo ne vedo proprio pochi., ahimè….. 🙁

  3. Forse hai ragione, se mi guardo intorno la vedo, questa tendenza alla tiepidezza emotiva. Un’ipotesi: vivere tanto nella nostra testa e poco nell’esperienza reale delle cose ci mantiene alla loro superficie; ma c’è anche l’abitudine a giudicare e selezionare le emozioni: il pianto può andare se sei donna, la rabbia non va bene mai, l’entusiasmo eccessivo è rozzo e bambinesco… credo che dovremmo partire dal conoscerci e accettarci così come siamo, prima di tutto, e poi capire che esprimere un’emozione non significa lasciarsene sopraffare. Cosa intendi quando dici che ci sono discipline che teorizzano l’astinenza dalle emozioni come uno stato superiore della coscienza? Nelle filosofie orientali non si parla di sopprimere le emozioni in quanto tali, perciò immagino che tu alluda ad altro.

    1. Cara Grazia, perdonami il ritardo ma ho appena di finire la seconda parte di questa riflessione che uscirà domani e che completerà il ragionamento. Concordo pienamente sulla tua sottolineatura “pratica”. Bisogna andare all’esperienza reale delle cose e d’altra parte è proprio lì che nascono le emozioni.
      MI sono tenuta sul generale per quanto riguarda l’accenno alle discipline proprio perché il tema è vastissimo. Intendo ad esempio la cultura giapponese dell’arte della guerra, che reprime le emozioni come pericolo per la tenuta dell’esercito e del sacro ordine delle cose, ma anche la cinese, e pensa al buddismo zen. So che il buddismo formalmente non reprime le emozioni ma insegna a controllare la mente con la mente. Vogliamo citare gli stoici e gli epicurei? O Platone, che fece imbestialire a distanza Aristotele sul tema del riso? Il discorso è lungo ma io vedo dentro a tutto ciò una lunga guerra alle emozioni che solo in questo secolo, a mio avviso, possiamo davvero batterci per assegnare loro la stessa dignità della ragione che il secolo dell’illuminismo ha esaltato. Generando dentro noi stessi un solco profondo che ha lasciato segni visibilissimi…. Un abbraccio e scusa se il ragionamento non è molto compiuto , indubbiamente la tua domanda merita una trattazione più ampia che in un commento faccio fatica a fare.
      In ogni caso ti segnalo un articolo in cui avevo trattato ancora di striscio la questione del rapporto tra pathos e logos a proposito di comunicazione politica. http://www.elenaferro.it/8-segreti-per-comunicare-in-politica-nel-modo-giusto/
      Un abbraccio

  4. Celare le proprie emozioni per non essere giudicati e rimanere un po’ nella penombra. Questa mi sembra essere la motivazione più plausibile, specialmente fra i giovani. Personalmente sono quello che sono, rido se sono felice, piango se sono commossa … non riesco a nascondermi dietro una maschera. Paura di soffrire? La sofferenza fa parte della vita, l’importante è imparare ad andare avanti, farne tesoro, ma non chiudersi alla bellezza che, comunque, ci circonda. Grazie per la bella riflessione e buona giornata.

    1. Grazie a te per essere passata! Paura del giudizio degli altri, possibile che sia solo quello? Hai aperto una nuova finestra di riflessione cara che richiederebbe un post intero! Ma attenzione : non credo l’anaffettivitá sia un problema solo giovanile. Vedo molti, troppi adulti, che ne sono affetti. Avari persino di un sorriso, incapaci di esprimere gioia, scoppiano di rabbia che a un certo punto esplode. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti!

      . Un abbraccio

  5. Che bellissima idea parlare di emozioni. Aspetto di leggere anche la seconda parte con molto interesse. Al solito sei esaustiva e mai scontata.
    Faccio parte di quella parte di umanità che desidererebbe educazione alle emozioni come materia di scuola e di vita per tutti gli individui, come pane da masticare la mattina e come buonanotte la sera. Le emozioni sono la nostra natura più profonda, ma pare per lo più sconosciuta.

    1. Grazie Nadia per l’apprezzamento. Trovo molto interessante la tua proposta di introdurre una sorta di educazione all’emotivitá, magari esiste e noi non ne sappiamo nulla! Ma quanto sarebbe stata necessaria… Conoscere e saperci confrontare con la nostra natura più profonda… Abbracci

  6. Le emozioni, che vogliamo o no, ci muovono. Possiamo reprimerle, ma ci sono. Le proviamo. Rabbia paura angoscia gioia fanno parte della nostra vita. Per quanto mi riguarda ho il problema opposto: a volte faccio fatica a nasconderle. Se sono arrabbiata sono arrabbiata, se sono gioiosa sono gioiosa. Non sopporto le persone emotivamente “fredde”: fanno di tutto per apparire di ghiaccio ma, tanto, le emozioni passano attraverso il linguaggio non verbale, corporeo, dei gesti, delle posture, delle espressioni. Meglio dire: Sono arrabbiato/a per… che dimostrarlo comunque chiudendosi nel proprio guscio.
    Ciao cara
    Eletta

    1. Si Eletta, hai ragione su tutto. A proposito di svelare le proprie emozioni, ti hanno mai detto “sei un libro aperto”? Da un lato mi inorgoglisce, perché assegno un valore alto alla trasparenza, ma quante grane mi provoca! Buona serata

  7. Mi trovi pienamente d’accordo. La nostra generazione è stata vittima di un’educazione volta a reprimere l’emotività: “non devi piangere per così poco, non sei un bambino piccolo… ” e via di questo passo. Ci ho messo un bel po’ per comprendere quanto fosse ottuso nascondere il dolore e la felicità con manifestazioni eclatanti. I blocchi emotivi sono alla base di molti disturbi psichici e dobbiamo superarli. Da quando scrivo, sento che riesco a far uscire le mie emozioni e questo mi aiutata ad aprirmi.

    1. Ciao Rosalia, credo che tu abbia ragione. La scrittura è la strada per canalizzare una parte delle nostre emozioni, ma dovremmo poterle spendere anche in altro modo. Che c’è di male nellarrossire, nell’essere in confusione, nell’avere paura? Mi spaventa molto il gelo dentro il quale stiamo avviluppando la nostra esistenza. Tutte queste effusioni, questi “ciao amore”, “tesoro” ecc, sono forse lo specchietto per le allodole di sentimenti che non proviamo più profondamente? Già, se parliamo di emozioni, è naturale parlare di sentimenti.. Che dici?

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: