Riprendiamoci la scuola

Riprendiamoci la scuolaRicordo bene come vivevo il periodo prima dell’inizio della scuola quando ero una ragazzina: vi stupirà ma ero sostanzialmente felice.

Non che passassi delle vacanze terribili, era piuttosto la voglia di rivedere i miei compagni e di ricominciare a imparare che era molto viva in me. Persino di re-incontrare gli insegnanti avevo voglia, sebbene non tutti.

Certo, potevo contare su una certa sicurezza perché avrei rivisto le stesse persone che avevo lasciato a giugno, più o meno. Oggi mi rendo conto che tutto è cambiato, per gli studenti come per gli insegnanti, perché la scuola, come la vita, è in movimento.

Il problema è la direzione del movimento.

Prendiamo gli orari scolastici: vi ricordate quanto erano ampi? Ricordate il doposcuola, passato a studiare e fare i compiti ma anche a trattare temi di educazione civica o di attualità che nel programma istituzionale del mattino non trovavano spazi adeguati?

E poi la socialità, stare insieme anche attraverso il gioco e lo sport, insomma un’altra storia. La scuola era un impegno a tutto campo che durava l’intero arco della giornata, proprio come un lavoro, il lavoro dei ragazzi: studiare.

Oggi tutto è cambiato, il lavoro è discontinuo, incerto e ahimè non per tutti e la scuola, ob torto collo, ne segue un pò troppo le orme. Specie in alcune scuole. Conosco ragazzi che frequentano istituti alberghieri che cambiano insegnante ogni anno e in attesa che arrivi perdono molte ore di studio, e non è cosa che capiti solo alle scuole tecniche.

Le supplenze temporanee spesso finiscono per durare l’intero anno scolastico e il cambiamento continuo di figure di riferimento non favorisce certo la costruzione di quella relazione tra insegnante e studente che è il terreno privilegiato su cui si innesta la trasmissione della conoscenza.

Si tenta di riformare la scuola a più riprese ma se non si aggrediscono questi nodi è difficile che cambi nella direzione giusta. Invece cambiano le modalità dei rapporti.

La notte dei precari

Due giorni fa, ovvero la notte di martedì 1 settembre che qualcuno ha già ribattezzato “la notte dei precari“, il Ministero ha pubblicato quatto quatto sul suo sito l’elenco dei 9000 nuovi insegnanti cui è stato offerto il tanto agognato “posto fisso”. Roba da insonni attendere i risultati, come in una lotteria.

Molti di questi “insonni”, ci scommetto, non si sono più riaddormentati quando hanno scoperto che l’assunzione (dopo anni di precarietà) sarebbe stata subordinata alla disponibilità al trasferimento, spesso addirittura al di fuori della regione di residenza, pena la perdita del posto di lavoro e l’esclusione dalle graduatorie. Stanno facendo le stime proprio in queste ore: sarebbero circa 7000 gli insegnanti interessati da questa mobilità, mica pochi, e senza nemmeno un preavviso.

Cosi per molti insegnanti cominciano ore di fuoco per decidere se recidere o no il sottile filo che li tiene ancora attaccati al lavoro tanto agognato. Una sorta di spada di Damocle che si sono ritrovati sulla testa e immantinente. Sono persone in carne ed ossa, che dovranno decidere se accettare e trasferirsi anche molto lontano dal territorio che conoscono e che hanno vissuto fino a quel momento oppure no, perdendo tutto, compresa la continuità del rapporto con gli studenti, che una programmazione più affinata avrebbe perlomeno tentato di garantire. Direzione e aggiungo metodo per il cambiamento. Il confronto.

Per le donne poi i problemi raddoppiano

Un’insegnante di Biella residente a Viverone, per esempio, si è vista assegnare una cattedra a… Frosinone! Con una bimba piccola e un marito diventa complicato scegliere.

Si prova a parlare di qualità dell’insegnamento, ed è un bene (ma lo si faceva anche allora, ricordo bene la battaglia ad esempio per i decreti delegati). Allora come proviamo ad affrontare la criticità che emerge dai dati diffusi in queste ore dall’ANSA (qui la notizia completa), che sostengono che ben il 26% dei ragazzi deve recuperare in questi giorni uno o più debiti formativi e il 64% di questi lo ha fatto privatamente, spendendo da 100 a 500 euro in media. Altro che paghette…. E perché? Perché le scuole, che dovrebbero organizzare i corsi di recupero estivi, per ragioni soprattutto economiche, non sono in grado di organizzarli o comunque chiedono un contributo alle famiglie. Risultato: ci si arrangia con le ripetizioni e i costi aumentano.

E a proposito di contributi: avete già dimenticato (o vi siete ormai assuefatti) delle scuole, spesso materne, che chiedono ad esempio di portare in classe la carta igienica perché impossibilitate a fornirla? E quei genitori che in questi giorni si sono sentiti dire che dovranno provvedere loro al pasto dei propri figli, come è successo in qualche pre-colloquio di qualche scuola materna, per l’impossibilità delle scuole di fornirlo causa fondi insufficienti? E’ ora di riscoprire il vecchio baracchino dei nostri padri operai anche per i nostri ragazzi? Sarebbe meglio di no, non trovate? Sono solo casi isolati, direte voi. E io vi credo. Ma ci sono ed è meglio che rimangano tali.

Crediamo ancora nel fatto che la scuola sia l’anticamera della società per le giovani generazioni?

Se è così bisogna correggere il tiro. Una buona preparazione culturale di base significa dotare i ragazzi di radici profonde e fornirgli le ali per spiccare il volo, significa consegnare loro autonomia e robustezza per affrontare la vita. E se questo è il tema, allora vale la pena di riprendere in mano le redini del cambiamento, riprenderci la scuola e provare a trasformarla non in un opificio di sudditi ma in una fucina di idee.

Lo so che le idee sono pericolose, perché semplicemente esistono. Ma sono quelle che ci tireranno fuori da questa empasse. Lasciamole volare. Raccontateci se vi va il vostro ritorno a scuola. E facciamo che qualcuno ascolti.

C’è un brano di Elio e le Storie Tese che si intitola proprio Il primo giorno di scuola. Vi lascio con una delle domandone che a quanto pare domineranno il testo della canzone:

Perché sulla porta c’è scritto 1ª classe se i banchi sono di legno?

Ai posteri l’ardua sentenza

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: