Storia di una vignaiola

Elisa, vignaiola al lavoro

Ebbene, sono un’estimatrice del divino nettare che chiamiamo vino, Mi piace accompagnarlo alle serate in compagnia e ne apprezzo il gusto, i colori, la capacità di fare subito festa con le persone che amo.

Sarà che viene dalla terra, e questo ha un fascino incommensurabile, ma l’ho sempre preferito alla birra, anche perché per qualche anno ho sofferto di intolleranza al grano e per fortuna il vino non lo contiene… 😉

Ma avete mai prestano un attimo di attenzione a come e chi lo produce? A quanto amore, dedizione, fatica e passione richieda raccogliere, trasformare, e poi restituire a tutti una bevanda che è un alimento a tutto tondo che la terra ci regala?

Ho incontrato per caso una vignaiola, una vera, con la passione per il suo lavoro, per la terra che produce i frutti che poi lei, con l’entusiasmo che si radica solo nell’amore per la storia da cui si proviene, propone in modo innovativo e qualitativo,

Potevo non raccontarvi la storia di una vignaiola delle colline del Lago di Viverone?

Eh no, non ho resistito. Perciò restate con noi che vi presento Elisa Pozzo, una vignaiola appassionata che impareremo a conoscere meglio in questa intervista! Buona lettura.

Storia di una vignaiola, Elisa Pozzo si racconta

Un agricoltore non si chiede troppo quando è il momento di fare le cose. Lo sente e lo vede ogni giorno, perché nella campagna ci vive, ogni santo giorno della sua vita.

Io il mese scorso ho deciso che era tempo di potare, anche se una volta si faceva dal mese di febbraio in poi. Ma con questo clima altalenante, ho deciso di portarmi avanti con il lavoro, che poi magari nevica (succede e sempre quando hai appena piantato qualcosa, almeno così capita a me) o piove o altro che non si può prevedere. La campagna richiede tempismo e pronta decisione, una scuola di vita.

La potatura invernale è in assoluto il mio lavoro preferito. Ho imparato a farla aiutando mio nonno Marcellino. Lui faceva i tagli e io tiravo giù i rami, e intanto lo osservavo, e mi spiegava, con le poche parole sagge degli anziani, di che si trattava. Anche l’altro nonno amava molto la vigna, come me. Ci nascondeva le banane o i gianduiotti sulle viti in vendemmia per farci giocare e trovare questi doni, così ho imparato ad arrampicarmi sulle colline e a stare insieme a loro che nella vigna ci lavoravano. Ma non ha fatto in tempo ad insegnarmi a potare purtroppo, se n’è andato troppo presto.

Come si fa la potatura di una vigna?

Innanzi tutto bisogna tagliare i rami vecchi per ringiovanire la pianta, per fare un po’ di ordine, eliminare i rami brutti e inutili, e tenere strette quelle che ti fanno bene, dovremmo farlo anche noi almeno una volte o due l’anno, non trovate? 😉

La vite è generosa, più la tagli e più ti dona i suoi frutti. Ha bisogno di cure. Ma bisogna potare nel modo giusto. Io la guardo, tento di carpire la sua essenza, scruto con attenzione quali  sono i rami migliori, poi individuo quelli che ti daranno grappoli ricchi e succosi e lascio degli spuntoni di tralcio che sanno di futuro, perché ci daranno uva dopo 2 anni, e tutto ciò avviene con uno sguardo, nel giro di pochi secondi, che il tempo in campagna è sempre troppo poco.

Mi piace aggiustare la vite assecondando anche il mio gusto estetico. Secondo me le cose buone sono anche belle e poi potare è un’arte e per me è come una metafora della vita. A volte c’è l’imbarazzo della scelta, a volte c’è ben poco, a volte indovini, a volte ti accorgi di aver fatto un taglio sbagliato, ma quasi sempre bisogna essere sicuri delle proprie azioni e agire con determinazione.

Sulla vite, come nella vita, occorre compiere delle scelte e quando tagli devi essere certo di aver fatto la cosa giusta perché non puoi più tornare indietro, un ramo potato non darà più frutti, mentre gli altri si spera che crescano rigogliosi, il trucco è tutto qui.

Il pianto della vite

Quando hai potato poi puoi vedere le prime viti piangere. Il pianto della vite mi affascina sempre, è sintomo della linfa che si risveglia dal riposo invernale, della primavera che arriva, della pianta che si prepara alla ripresa vegetativa, come se iniziasse ad accendere il motore e a scaldarsi per la partenza.

Il pianto della vite ti avvisa che la stagione avanza e che i tagli della potatura verranno rimarginati con lo scorrere della linfa. E’ come il sangue nelle vene, dà vita alla pianta e ti avvisa anche che sta per germogliare.

Quando la vite piange, piange di un pianto che non è dolore ma rinascita, rigenerazione. E’ anche il modo che la pinta ha di dirti che ti devi affrettare ad ultimare i lavori di sistemazione come la legatura, perché lei vuole uscire dal lungo riposo invernale e ha bisogno che tu le dia sostegno, la liberi e la prepari per la sua nuova vita.

Ci vuole tempo e fatica, ma quando mi fermo a lavoro ultimato a guardare la mia vigna, pulita e rigenerata, mentre ancora è nel suo paziente riposo, mi sento soddisfatta del mio lavoro e persino un po’ dispiaciuta per aver finito.

A proposito di fatica: vi ho setto che la potatura che faccio è tutta manuale, con forbici da vigna? Negli ultimi anni mi sono dotata di super forbici elettriche per i tagli più grossi, così il mio tunnel carpale ringrazia, ma il resto viene fatto a mano con le forbici che vedete nella foto!

Uso il trattore quando serve, ovvero per trinciare erba e rami o fare i trattamenti contro le malattie. Io sono piuttosto integralista e il diserbante non lo utilizzo. Mi piace fare le cose più al naturale possibile.

L’azienda vinicola passa di padre in figlia

Lo so, sembra una storia in controtendenza. Non sono tantissime le donne che gestiscono un’azienda vitivinicola, o agricola.

L’azienda in cui lavoro è di tradizione familiare: vi ho già parlato di mio nonno Marcellino, che negli anni 50 faceva il contadino. Aveva mucche e campi di grano e mais, e coltivava le vigne per produrre un vino genuino per la famiglia o al massimo per venderlo sfuso in damigiana ai “cittadini”.

Negli anni 90 mio papà ha avuto ‘intuizione di imbottigliare il vino. Ingegnandosi come un fabbro ha costruito una macchina da imbottigliare mobile (con attrezzatura enologica a norma su un carretto di acciaio inox), molto comoda!

E poi, in quel fatidico 2009, l’azienda è passata a me, e la conduco con il prezioso aiuto di mia sorella Claudia e dei miei genitori Eliana e Pino che mi sostengono e mi appoggiano in questa nuova avventura. Da quando sono a capo dell’azienda ho provato a sperimentare qualcosa di nuovo, insomma a metterci del mio.

Per esempio sui vini che produciamo. Il nostro vino di riferimento è sempre stato l’Erbaluce docg, un vino bianco che è diventato il vero vanto del nostro territorio, al quale abbiamo aggiunto poi l’imbottigliamento di due tipologie di spumante, uno metodo martinotti e uno metodo classico, a cui l’Erbaluce si presta bene, grazie alla sua acidità elevata. Così abbiamo anche il nostro vino con le bollicine!

Quando le annate ce lo consentono, produciamo anche il Passito, vero divo della nostra cantina proprio perché si fa desiderare. E’ una produzione limitata che necessita solo delle uve migliori, le più sane e purtroppo non tutte le annate corrispondono a queste caratteristiche. In ogni caso è una produzione di nicchia che si limita a un piccolo numero di bottiglie. Poco ma buono insomma!

 A me piace riscoprire le tecniche e le  metodiche del passato, a volte possono portare quel quid in più al nostro vino. Per esempio, ultimamente stiamo facendo un Erbaluce senza lieviti né solfiti aggiunti, che fermenta con le proprie forze proprio come si faceva una volta. Avevo dubbi sull’esito di questo esperimento di ritorno al passato, ma devo dire che sono contenta perché il primo anno è stato apprezzato, così andiamo avanti. Facciamo anche la grappa di vinacce di passito e un canavese rosso doc, con uvaggio misto ma tutto assolutamente piemontese: nebbiolo, barbera, bonarda e freisa.

Non solo vigna ma anche promozione!

Mi piace molto, il contatto con la natura, vivere in simbiosi con il ciclo delle stagioni.. sembra così romantico non è vero? Tenete conto che farlo ogni giorno dal mattino alla sera e anche oltre è bello ma a nche molto faticoso, richiede tanta energia!

Questa parte bella del mio lavoro cozza con una parte che invece detesto decisamente, ovvero la burocrazia! Mi fa impazzire, è sempre più complicato!

Avete capito che oltre al lavoro in campagna c’è poi quello della trasformazione delle uve in cantina e poi quello finale della vendita e promozione, che purtroppo a volte non riesco a seguire come vorrei per totale mancanza di tempo. La mia giornata ha solo 24 ore, ho già verificato!!!!  😯

Solo che questa attività diventa via  via più importante. Organizzare eventi sul territorio per far conoscere l’azienda e i nostri vini e il suo territorio, partecipare a fiere, banchetti, serate di degustazione, bisognerebbe avere sette vite come i gatti per riuscire a fare tutto. E poi, non c’è mica solo la vigna…..

Elisa produce anche altro oltre il buon vino

L’azienda ha circa 3,5 ettari di vigna e altrettanti di kiwi, un po’ di piante da frutto, ulivi e zafferano. queste ultime 2 colture sono recenti degli ultimi 10 anni (ulivi) e 4 anni (zafferano), utilizzati anche come recupero paesaggistico e in conseguenza degli inverni meno rigidi. Non sono grosse produzioni, mi servono solo a completare l’offerta dei prodotti, ma comunque quello che ci occupa maggior tempo e cura è appunto vigna/vino. Anche perché bisogna sermpre stare al passo con i tempi, sperimentare (metodi di lavorazione ad esempio per estrarre più profumi dalle bucce _non so se ti può interessare, forse questo argomento va un po’+ sullo specifico), rinnovarsi ma sempre con un occhio alle tradizioni.

Ci racconti per finire la tua giornata tipo?

Vorrei dirti che mi alzo e vado fischiettando nella vigna, che cinguetto con i passerotti mentre lavoro fino a mezzogiorno, che torno a casa a pranzo e poi mi dirigo nuovamente in campagna, sotto il sole e tra le farfalle fino a sera!!! ma non è così: rispondi alle mail, rispondi al telefono, ogni giorno c’è una grana o un problema da risolvere, arrivi nella vigna + lontana e ti chiamano che c’è un cliente in cantina (ben venga per carità), allora torna indietro, poi una volta c’è una riunione, una volta si rompono le forbici, una volta arriva un controllo, e tra tutto, il lavoro rilassante nella vigna diventa un contorno…ma guai se non ci fosse nemmeno quello! 🙂 bè diciamo che quest’ultima parte non è molto poetica per l’articolo eh eh.. cmq scherzi a parte, mi alzo e vado a sistemare la nonna che è nel letto inferma, poi vado a dar da mangiare alle galline poi vado in vigna. adesso finita la potatura è il momento di legare, lo faccio un po’ con il gurìt (il salice), un po’ con la macchinetta. devi fare attenzione a non rompere i rami che hai lasciato (già ne hai lasciati pochi, 2 o 3 nella pergola, per fare la qualità, 1 nel guyot), li devi spostare, piegare leggermente per farli passare correttamente tra i fili di ferro in modo che questi ultimi li sostengano. a volte mi sembra di parlare con la vite per dirle di non spezzarsi mentre con le mani sposti e pieghi i rami per tirarli nella posizione ottimale. Con il salice li suggelli al fil di ferro, da lì non scappano +, così rimangono belli tirati e soprattutto distanziati tra di loro, di modo che, quando germoglieranno, i nuovi rami non si accavalleranno e ci sarà sempre un ricircolo d’aria che preserva dalla malattie. Oltre al lavoro manuale di sfogliatura.
ok, credo di avere risposto a tutto, se ti serve altro dimmi pure. Grazie ancora di cuore e buon riposo e

 

Commenti

  1. So che per fare arrivare sulle nostre tavole un buon bicchiere di vino, occorre tanto lavoro come ha descritto cosi egregiamente la bella Elisa….
    Complimenti a te, cara Elena, per questo piacevole articolo…..1/2 bicchiere di buon vino lo berrei con te 🙂 🙂

    1. Ah vengono fuori tutti gli stravizi delle Volpi, vedo… Temo che farlo in modo continuativo non sia così romantico come immaginiamo, ma sul bicchiere di vino finale non posso che concordare! Buona domenica

E tu che ne pensi? Dimmelo qui: