Le aspettative degli altri influenzano la nostra scrittura?

Capita di pensare che scrivere e portare a termine un romanzo sia qualcosa che riguarda soltanto noi.

Una sorta di sfida con noi stessi, un impegno preso che vogliamo mantenere.

Credo sia un errore.

Ogni azione che compiamo interagisce con gli altri e scrivere non fa differenza.

Proverò in questo articolo ad affrontare il tema  e a discutere con voi come e perché le aspettative degli altri possono influire positivamente o negativamente sulla nostra scrittura.

 

Le aspettative degli altri influenzano la nostra scrittura?

Il mercato editoriale per un’autrice non nota come me è impervio e faticoso, come ho già descritto in questo post. Ciò non toglie che scrivere sia prendere un impegno con i miei lettori, pochi o tanti che siano.

Un impegno nei confronti di coloro che hanno già letto i miei lavori e aspettano il prossimo con interesse, con coloro che non mi hanno mai letta ma che aspettano solo una buona occasione per farlo, come un titolo o un argomento giusto, e coloro che non sanno chi sono ma che una volta pubblicata mi cercheranno, perché ciò che ho scritto li riguarda.

Ci pensavo qualche giorno fa quando, durante una chiacchierata vocale su Whatsapp, un’amica delle Volpi mi dice “Non vediamo l’ora di leggere il tuo testo”.

È stato un colpo al cuore.

Quella frase ha suscitato in me sentimenti contrapposti: da un lato, la gioia che qualcuno potesse avere aspettative positive su di me, dall’altro il timore, sempre in agguato, di non poterle soddisfare.

Per questo ho deciso di scrivere il terzo post della serie 19 domande per fare il punto con noi stesse

Quello che risponde alla domanda numero 3:

Ciò che mi sono ripromessa di fare è stato sufficiente a colmare le mie aspettative e quelle degli altri?

Ecco il post madre di tutte le riflessioni sulla scrittura 🙂

Soddisfare o no le aspettative degli altri?

Quando ho dato retta a questa insana passione per la scrittura ero già adulta. Non che prima non scarabocchiassi qua e là, ma ho passato gran parte della mia vita a osservare ciò che mi piaceva fare da lontano, immersa negli obblighi e nei doveri che la vita via via mi assegnava e che io stessa accettavo, di buon grado.

Non ho certo fatto una vita d’inferno, ma ho riposto nel cassetto qualche sogno per la semplice ragione che non credevo abbastanza in me stessa per realizzarlo, o ero intenta a soddisfarne altri più urgenti.

C’è sempre un momento in cui quel sogno riappare e allora non hai scelta: devi darti una mossa, saltare il fosso. In una parola, buttarti

La mia aspettativa sulla scrittura allora non era altro che portare a termine ciò che avevo cominciato a scrivere senza troppe fantasie in testa. Mi pareva già una grossa conquista.

Poi mano a mano che il lavoro procedeva, le aspettative sono cresciute.

Ciò che avevo portato a termine doveva essere pubblicato e poi, letto. Lo desideravo, volevo farlo.

Inizialmente non mi importava essere letta da molte persone. Mi bastava il consenso degli amici, dei conoscenti.

Pensavo: chi non mi conosce, chissà come mi giudicherà?

Non sapevo che gli amici sono anche peggio 😆  Ma questa è un’altra storia!

Da qualche anno però ho chiara una cosa:

Voglio essere letta da molti.

E sapere che qualcuno si aspetta qualcosa da ciò che scrivo è stimolante.

Le aspettative degli altri influenzano la nostra scrittura?

Quando si raggiunge questo livello di consapevolezza, si mettono da parte il pudore o i timori vari e si deve procedere in un’unica direzione: la qualità di ciò che si scrive.

Mettersi in gioco, offrirsi al giudizio degli altri richiede coraggio ma anche qualità e capacità di non lasciarsi influenzare dal giudizio degli altri.

Se da un lato credo sia umano e legittimo che un’autrice scriva con l’obiettivo di sollecitare l’interesse già suscitato in precedenza tra i suoi lettori, l’errore che non deve fare è quello di scrivere secondo le aspettative dei suoi lettori.

Scrivere è un processo creativo che parte da dentro di noi.

So che l’editoria oggi vuole un prodotto che sia vendibile e dunque mi pare normale che si viva di suggerimenti su temi, argomenti, personaggi e tipologia degli stessi, per provare a catturare le attuali tendenze del pubblico.

Ma un conto è ascoltare i suggerimenti, altra è scrivere seguendo le aspettative, anche del mercato.

Dove finirebbe l’innovazione se fosse questo il paradigma con cui dovremmo scrivere?

Dopo Così passano le nuvole, in molti mi avete chiesto di scrivere un sequel.

Alcune case editrici fanno questa scelta, perché rafforza il filone e il legame del lettore con l’autore.

Non ci ho mai pensato e non ho mai preso la penna in mano per provarci.

Mi scuseranno i lettori che me lo hanno chiesto, ma oggi io sono altrove.

Nuovi spazi e nuovi mondi immaginari occupano i miei sogni letterari e a quelli intendo rispondere.

Tornando alla domanda di cui sopra, direi che ho fatto tutto ciò che potevo per soddisfare le mie aspettative, lottando contro il mostro del “non essere all’altezza” che di tanto in tanto si affaccia.

Quanto quelle degli altri, ho maggiori dubbi.

Per non fallire in questo senso non serve essere come tu mi vuoi, scrivere ciò che vorresti leggere.

Serve un manoscritto al massimo delle possibilità e che abbia nella cura e nella fluidità il suo punto di forza.

 

I pro e contro delle aspettative sul nostro lavoro

Le aspettative nei confronti del nostro lavoro possono nascere in molti modi differenti.

Possiamo aver scritto qualcosa ritenuto valido o vicino alla storia di chi lo ha letto, oppure possiamo averne parlato così bene e così a lungo da incentivarne la lettura, se non altro per verificare se vi sia corrispondenza tra ciò che si è anticipato e ci che effettivamente il romanzo, il racconto, o qualunque altra cosa cui si possa applicare questo ragionamento.

Oppure, ed è la terza ipotesi, abbiamo scritto qualcosa che non ha soddisfatto il lettore o lo ha lasciato perplesso, incerto sul suo giudizio, per cui si senta in dovere o sia in qualche modo sollecitato nel darci una seconda possibilità.

In qualunque di questi casi ci si possa trovare, una cosa è certa: le aspettative degli altri sono come macigni. Hanno un peso che va considerato e che influenza la nostra storia e il modo in cui la stiamo scrivendo.

E’ utile soddisfarle? E’ ragionevole preoccuparci di farlo?

Se siamo in grado di mantenere la nostra idea di scrittura e di romanzo e di accettare che qualche attesa possa effettivamente essere utile al suo sviluppo io dico di sì.

Ma so che l’argomento è piuttosto discusso, dunque a voi la parola.

Una sola attenzione: le aspettative possono frenare il nostro lavoro, ridurlo alla mera risposta a input che provengono da altri, oppure renderci talmente insicure da non farci procedere nella storia.

Può succedere con un editor cui crediamo molto e di cui ci fidiamo molto, al punto da annullare la nostra capacità di discernimento, o di un amico o un lettore beta che ha su di noi analoga influenza.

Proteggere la nostra scrittura dalle ingerenze altrui è un atto d’amore fondamentale per il nostro lavoro.

Dobbiamo farlo, senza indugi e senza scuse.

Il modo per riuscirci è avere un’idea molto precisa di quale storia vogliamo raccontare e di come vogliamo farlo.
Il resto verrà. E se anche accettassimo qualche suggerimento, che è poi la proiezione di un’aspettativa sul nostro lavoro, ben venga se serve a migliorare quel quadro di cui sopra.

Ma attenti al rischio di scrivere la storia di qualcun altro e non la nostra.

E voi care Volpi, siete consapevoli delle aspettative e dell’influenza degli altri sul vostro lavoro, sia esso la scrittura, la vostra professione, o le relazioni interpersonali?

Come sempre le vostre opinioni sono le benvenute nei commenti.

Commenti

  1. Le uniche aspettative che ho veramente sentito in questi anni sono state le mie. Mi hanno fatta impegnare e crescere, quindi non voglio demonizzarle, ma nemmeno posso ignorare quanto siano state dannose sotto certi aspetti. Alle aspettative altrui non sono molto sensibile, ma non perché non prenda in considerazione quello che mi viene detto, anzi, lo faccio sempre. Solo mi è cresciuta la certezza che la regola numero uno sia tenere lontano dalla scrittura ciò che la mette in pericolo. Mi sono comunque riconciliata con il fatto di desiderare un vasto pubblico e ci convivo senza scalpitare troppo. È un grande passo avanti. 🙂

    1. Le nostre aspettative sono le più pesanti da sopportare. Ci accompagnano sempre, spesso sotto mentite spoglie. E poi alla fine si rivelano spesso squilibrate e non giuste per noi. Chissà perché non riusciamo a liberarcene una volta per tutte. Almeno, io spesso non ci riesco

  2. Chuck Palahniuk disse “Scrivi il libro che vorresti leggere” e questo faccio, seguo l’urgenza della storia un po’ come Sandra (anche se la mia urgenza è più lenta, ormai 😀 ), sicura che almeno un lettore ce l’avrò: io!
    Le aspettative degli altri, soprattutto genitoriali, hanno già avuto un impatto negativo sulla mia vita ed è stato difficilissimo sciogliere certe catene. Quindi non sono disposta a farmi imbrigliare in nuove redini che mi tengano a freno. Riconosco però la professionalità di certe figure nel campo della scrittura, per cui se un editor dice di intervenire in quel punto del testo, avrà i suoi buoni motivi. Allo stesso modo, se voglio che un articolo del blog sia letto dovrà interessare il lettore e quindi fare i conti con le sue aspettative e/o i suoi bisogni. E’ una questione di equilibrio tra i nostri desideri e quelli dei lettori. 🙂

    1. Caio Barbara, mi pare un giudizio molto equilibrato e sincero. Lascio perdere i genitori, da cui impariamo sempre tanto, anche quando soffriamo troppo. Mia madre è una buona editor potenziale, perché critica senza veli ciò che non va in quello che scrivo. Ma contestualmente entra nella storia, la interpreta secondo il suo punto di vista, inq ualche modo, chiedendomi di correggere il tiro, tenta di modificarla.
      Forse lo fa anche l’editor, che si sa è persona dotata di debolezze umane. Ma il punto è proprio scrivere ciò che vorremmo leggere e non ciò che vorremmo fosse letto 😉

  3. L’influenza di cui parli, per me è andata scemando negli ultimi anni. In sostanza ci bado sempre meno, perché alla fine ciò che conta è il mio rapporto con la storia. Al massimo posso seguire dei suggerimenti, ma non mi faccio più condizionare dalle aspettative. A chiedermi sequel sono stati in tanti, soprattutto per l’ultimo libro pubblicato, ma non posso mettermi a scriverlo senza la giusta ispirazione. Penso che dovresti proprio non pensarci alle aspettative di chi ti conosce, perché mette freni alla tua scrittura e alla tua fantasia e ti abitua a scrivere per gli altri e non per te stessa. Poi è ovvio che tutti vogliamo essere letti il più possibile, ma questo non significa assecondare gusti e aspettative altrui. Anche perché i lettori hanno opinioni talmente diverse tra loro che è impossibile accontentare tutti!

    1. Ciao Maria Teresa! Siamo tutti concordi che occorra scrivere per noi stessi e non per soddisfare le aspettative degli altri. La cartina di tornasole arriverà quando qualcuno di noi sarà tanto famoso da dover sfornare romanzi su ordinazione. Ma anche in quel caso si può mantenere il rispetto per lei nostre storie interiori da raccontare. O almeno provarci. Bentornata

  4. Le aspettative degli altri possono influenzare un pochino, ma poi quando si è davanti allo schermo del computer si riesce a scrivere solo la storia che sentiamo davvero dentro, questo è almeno quello che accade a me…
    Tra l’altro mi è capitato qualche volta di “ideare” mentalmente una storia pensando che potesse piacere ai lettori e ho finito per scrivere qualcosa di completamente diverso da quello che avevo pensato all’inizio, alla fine la storia segue il mio intimo sentire e cambia con me.

    1. Mi è capitata la stessa cosa Giulia! Le parti che volevo scrivere per gli altri sono sparite pian piano. Se non è cosa “tua”, non regge, sono proprio d’accordo!

  5. Scrivo perché mi piace, perché ho una storia e la voglio raccontare. Scrivo perche provo il desiderio di emergere. Nessuno può influenzare la mia storia: e mia soltanto! Posso subire l’influenza riguardo lo stile narrativo, qualora colga l’occasione di migliorarlo, ma cosa raccontare lo decido io e nessun altro.
    L’aspettativa non la sento, di certo perché nessuno mi fa pressioni. Nessuno pressa un emerito sconosciuto; e di ciò bisogna approfittare per fare bene. Niente scadenze da rispettare significa avere il tempo necessario per migliorarsi.
    Il giorno che un lettore o una lettrice dovesse manifestare il prorpio apprezzamento chiedendo un seguito o che so io, ringrazierò, sarò felice per un po’ e conserverò la proprietà della mia libertà di fare secondo i miei tempi e miei modi.
    Se poi va, va. Altrimenti… ci siamo divertiti.

      1. Migliora nello stile. E questo mi fa capire quanto il mio romanzo sia scritto male. Se dovessi darmi un voto direi: contenuti 8 – stile narrativo 6 meno – fluidità… insufficienza piena 🙁
        A conti fatti, pubblicare è stata una decisione rivedibile; decidere di revisionare, beh, direi doveroso, se non altro per coloro che hanno pagato la copia digitale acquistata, che in tal modo potranno ottenere automaticamente, senza ulteriori spese, un prodotto migliore.
        Almeno so come rimediare, per questo sono bello carico 😉

        La tua revisione come procede?

        1. Che bello veder crescere le mie notare abilità come parti della nostra personale evoluzione! La mia revisione procede lenta. Ho cambiato il ritmo, in questo periodo va così. Sono serena. Grazie per l’interessamento

  6. Mi sa che siamo tutti concordi nel dire che la necessità di scrivere la storia che ci sta a cuore ha la meglio, poi vengono i lettori che dovrebbero venire attirati come i topolini dal flauto magico, è che quando non avviene scatta la delusione e ci si interroga del perché e del percome non ha funzionato… Uffa se solo scrivere si fermasse allo scrivere!

    1. Cara Nadia, scrivere non si ferma mai al solo scrivere, magari! A meno che non ci teniamo tutto nel cassetto (e poi ci moriamo le mani per aver lo tenuto da parte, perché il bello dello scrivere è proprio essere letto). Sul perché non ha funzionato, alzo le mani. A volte scrivi una cosa senza pensarci troppo e spacca. Altre impazzisci per niente. I misteri della vita letteraria

  7. forse vado controcorrente ma scrivo più per me stesso che per gli altri. Non bado al target di persone da raggiungere ma scrivo qulello che mi passa per la testa.
    Forse per questo non piaccio o forse scrivo cose scadenti – assolutamente vero.

    1. Ma perché dici che non piaci o che fai cose scadenti? I tuoi tuoi articoli fuilleton sono sempre un successo, comprese le poesie. Io credo che un lettore o lettrice si affezioni a una cifra di scrittura che ci rappresenta. Mi spingo a dire che ci perdona qualche debolezza, perché ha deciso che ciò che scriviamo piace punto e basta. Questo è forse il nostro lettore più affezionato. Anche se non gli scriviamo la storia che si aspetta

  8. Ehm ehm 😀
    Con le aspettative dei lettori va un po’ con alti e bassi, mediamente quando un mio libro viene finalmente pubblicato ha subito un processo talmente lungo di scrittura, revisone, editing, cambi di rotta editoriali per cui credo di avere dato il massimo d’altra parte potrebbe essere proprio la storia in sè a deludere per quanto io e la mia squadra ci siamo dedicati ad essa. Non sono condizionata, nel senso che ho scritto la storia che volevo scrivere e amen, che aveva la classica urgenza di uscire, poi però sì, quando qualcuno ti dice che la sta aspettando be’, è la resa dei conti e i conti sarebbe brutto se non tornassero.

    1. Eh infatti Sandra, c’è sempre il punto interrogativo alla fine di un percorso, per quanto autonomo e definito che sia. Fino a quel momento lavoriamo per dare il meglio di noi, è ovvio. Mi resta sempre in mente il tema del proprio zoccolo duro di lettori. Come si mantiene? Basta essere noi stessi?

      1. Credo fortemente nell’autenticità, per cui ti rispondo di sì, sì basta essere se stessi e lo zoccolo duro rimarrà, magari pochi, ma attaccati come dice mio marito come Bostik e Attak.

  9. Non nego che sentirsi dire di scrivere il seguito di qualcosa sia piacevole. Tuttavia penso che la storia venga prima di tutto. Più che la storia, direi anche l’universo narrativo da cui proviene, che è sempre qualcosa di nostro personale da cui attingiamo per scrivere anche più di una storia.

    Se qualcuno ama le nostre storie e si affeziona al nostro universo narrativo, bene.
    Altrimenti, pazienza. Ne esistono infiniti altri.

    Così come esistono infiniti lettori, non solo quelli che ci circondano di aspettative.

    1. Sono d’accordo Darius : quanti universi narrativi ci sono dentro di noi? Per quanto mi riguarda molti più di quanti non riesca a rappresentare. Vuoi mica che mi avviti su uno soltanto

  10. Non mi preoccupo molto delle aspettative. Mi preoccupa la storia, sempre. Non scrivo mai avendo in testa un lettore (anzi: una lettrice) tipo. Né penso a quale accoglienza avranno le mie storie. Questo perché per me viene sempre la storia, poi il lettore. A me sta a cuore solo lei, quindi metto già in conto che probabilmente sarò sempre letto da pochi. Pazienza.

    1. Ciao Marco, non è detto che tu sia letto da pochi (anzi da poche) solo perché ti concentri sulla storia e non su ciò che ti circonda in termini di aspettative. C’è sempre il rovescio della medaglia nell’accettare le influenze degli altri : si accontenta qualcuno, si scontentano altri. Il tema per me è sempre se si scrive per sé o per gli altri. Sembra sottile e di facile soluzione, ma non lo è

La tua opinione scrivila qui :)

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.