Qualche giorno fa ho utilizzato lo ə (schwa) in una comunicazione rivolta a un gruppo di colleghi di generi differenti. Lo faccio spesso, anche se utilizzo il buon senso che Vera Gheno, nel suo libro Grammamanti, ha teorizzato come una possibilità, non come un obbligo.
Quella comunicazione è stata fraintesa: qualcuno ha riconosciuto nello schwa una a e non c’è stato verso di spiegare il contrario.
Ne è seguita una discussione che ho riportato a casa e che mi ha lasciato un interrogativo: c’è bisogno di parole al femminile, se queste parole sono misconosciute o fraintese?
La mia risposta, ve lo anticipo, è un largo sì. Proprio perché ancora si fa confusione e se ne nega l’esistenza, le parole al femminile e l’uso appropriato di simboli fonetici che ricomprendano tutti i generi è assolutamente necessario.
Se le parole sono potere, allora vale la pena scegliere quelle che ci fanno esistere meglio.
C’è bisogno di parole al femminile?
Le parole sono centrali nelle nostre vite e dischiudono infinite opportunità. Per questo dovremmo instaurare con loro una vera e propria relazione amorosa, sana, libera, matura*
Questa frase mi fa pensare a un rapporto profondamente rispettoso e affettivo con la lingua: non come a qualcosa da dominare (o da “salvare” rigidamente), ma come a qualcosa con cui dialogare, lasciando spazio alla trasformazione.
Declinando questo concetto in termini di genere linguistico, mi fa pensare a quanto e come si possano valorizzare anche le forme “femminili” in ogni ambito della nostra vita quotidiana, primo tra tutti quello lavorativo, se non altro perché vi passiamo la maggior parte del tempo.
Come va l’uso di parole e linguaggio femminile nel vostro ambito professionale?
Per quanto riguarda la mia esperienza, ho vissuto la declinazione di genere non come un’imposizione, ma come una scelta consapevole all’interno di una mia relazione flessibile con le parole.
Flessibile perché le parole non sono solo segni nel vuoto, ma si contestualizzano e di quel contesto a mio avviso si deve tenere conto. Le capacità comunicative di un uomo e di una donna divergono, nella scelta delle parole, dei gesti, ma anche dell’energia che ciascuno mette. Si potrebbe obiettare che tali distinzioni valgano in modo indifferenziato, ma sappiamo bene che così non è. La cultura, patriarcale, in cui siamo immersi, definisce e scolpisce caratteristiche distinte che ci affibbiano o ci affibbiamo noi stess*-
Dunque noi, ma anche il frutto di un contesto, di relazioni che ci hanno forgiato, di ambiti in cui scegliamo o siamo obbligate a vivere.
La struttura del linguaggio, come sosteneva Foucault, è potere, oggetto e soggetto del potere. Usare un linguaggio di genere significa perlomeno metterlo in discussione.
E se il linguaggio costruisce la realtà rappresentandola, la proprietà di linguaggio, intesa come la capacità di dominare la lingua e di creare parole che definiscano e raccontino mondi o parti di essi, magari sconosciuti, è di fondamentale importanza.
Linguaggio ampio versus linguaggio inclusivo
Gheno preferisce parlare non di “linguaggio inclusivo”, ma di “linguaggio ampio” e questa distinzione mi convince.
Non si tratta di cancellare niente, ma di aggiungere modalità espressive che permettano a più persone (donne, non-binary, voci marginalizzate) di nominarsi*
Dunque il linguaggio femminile – e più in generale il linguaggio di genere – non è per Gheno una “forma corretta” imposta, ma parte di uno spettro più ampio di possibilità linguistiche. Non è una cancellazione del maschile, ma una convivenza di forme.
Condividendo questo assunto, ho scelto di rappresentarlo, proprio scrivendo questo articolo. Vi sarete accort* che ho utilizzato varie forme di espressione del pluralismo di gener@, dallo schwa all’asterisco, fino all’uso per esteso di entrambi i generi, maschile e femminile, quando l’ho ritenuto necessario.
Questa riflessione infatti va oltre a quella che feci a proposito di Linguaggio di genere: asterisco o chiocciolina? Come capita spesso nella vita, continuando a cercare si trovano nuove soluzioni. E non si finisce davvero mai di imparare o di cambiare. Per fortuna.
Amare la lingua in modo non violento
Chi ama la lingua in modo non violento … comprende di doverla lasciare libera di mutare a seconda delle evoluzioni della società, cioè degli usi che le persone ne fanno ogni giorno parlando.
Dunque al rogo chi non usa un linguaggio al femminile? Assolutamente no. Amare la lingua non significa imprigionarla in regole immutabili, ma permetterle di cambiare sulla base delle pratiche reali delle persone. A partire dalle nostre.
Penso che non possa esistere una “lingua perfetta standard” ma una lingua che può e deve evolvere con chi la parla e attraverso chi la parla e le sue esperienze. Anche per includere modi diversi di nominare le identità di genere.
La carità interpretativa
A questo punto occorre che io torni all’incipit di questo racconto. La mia reazione alla mancata comprensione del mio collega è stata di stizza, non posso negarlo. Come si fa a non conoscere il linguaggio di genere? Come si fa a non riconoscere lo schwa? Abbiamo già dimenticato la lezione di Michela Murgia?
Allora ho ripreso in mano Grammamanti, e sono andata a cercare tra le sottolineature (sì, lo ammetto, io i libri con molti contenuti li sottolineo e a volte faccio anche le orecchie!) una qualche spiegazione.
C’era. Gheno la chiama “carità interpretativa”, ossia
la disposizione d’animo accogliente, comprensiva nei confronti di chi abbiamo di fronte … abbracciando la possibilità che la cosa che ci ha fatto innervosire non è altro che un semplice fraintendimento.
Questo concetto è potente anche da un punto di vista di genere: implica ascoltare e cercare di capire quando qualcuno usa una forma femminile o non conforme alle regole grammaticali tradizionali, prima di giudicare rigidamente. È un invito a un dialogo gentile e rispettoso con chi parla “diversamente”.
Con lo scopo naturalmente di seminare una goccia di dubbio.
Se la realtà è definita e definibile dal linguaggio, senza le parole giuste una larga parte della nostra esistenza non potrebbe essere.
E se non la affermiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro.
Ora tocca a voi: usate il linguaggio di genere? Quali parole vi fanno sentire davvero rappresentatə quando parlate di voi stessə?
- Tutte le citazioni di questo articolo sono tratte da Grammamanti, di vera Gheno. Aprile 2024, Giulio Einaudi Editore




Credo che il linguaggio sia uno degli strumenti più potenti per dare spazio alle identità. Io sto ancora esplorando quali forme mi rappresentino meglio, ma cerco ogni giorno di fare un passo in più verso un linguaggio più inclusivo e rispettoso. Non è sempre facile cambiare abitudini linguistiche (per ora uso molto l’asterisco) ma trovo che valga la pena fare lo sforzo.
In questi giorni faccio più che mai caso all’uso del linguaggio e della sua declinazione di genere. Ma sai che la maggior parte delle donne si riferisce a sé con il maschile? Non è facile cambiare abitudini, ma bisogna eccome fare uno sforzo! Anche nella nostra scrittura
Spesso la forma è anche sostanza, ma questo tema del linguaggio al femminile, o al neutro, per rispetto di tutti i generi, non mi coinvolge.
Forse sbaglio, ma il rispetto ( e l’accoglienza ) prescinde dalla schwa, o dalla ultima lettera nelle parole che designano le professioni.
Sul lavoro, mi sono sempre orgogliosamente definita e presentata come avvocato. Certo, ero giovane ed erano altri tempi:già non era facile evitare di farsi chiamare signorina, e ottenere il riconoscimento della propria identità professionale. Avvocatura è femminile,’avvocato è un membro dell’avvocatura, non mi sembrava così importante definirne il genere.
Giudice, guardia, pilota, medico: che cosa prevale, la definizione professionale o l’ultima lettera della parola? Poi hai ragione: se la lingua cambia, dobbiamo accettarne i mutamenti.
Credo che ogni tempo richieda una sua specifica valutazione. Quando ti chiamano signorina, e invece hai due lauree e un’esperienza all’estero o che altro, già essere chiamata avvocato è una conquista, questo per me è comprensibile. Se però non compiamo il passo successivo, cioè nominarci per quelle che siamo, avvocate, sindacaliste, mediche ecc., allora compiamo un atto mancato, un gesto di auto definizione che è autostima e riconoscimento del sé in modo pieno che omettiamo. Però capisco che non ti coinvolga, in effetti mentre scrivevo già prevedevo reazioni opposte o non reazioni. Non è un caso che questo post abbia avuto meno commenti di altri, forse la questione è ben lontana dall’essere percepita come urgente. Infatti metto nel conto che non tutto ciò che per me è importante lo possa o debba essere per tutti. Il punto però è che nella società discriminazioni, sottovalutazioni, emarginazioni esistono. Quelle no che non possiamo ignorarle…
Per me non esiste un linguaggio di genere sia che chi scrive è un uomo o una donna: Le parole sono parole e vanno usate con cautela, perché possono essere sassi che lasciano il segno.
Ricordo una discussione su anobii se nel linguaggio era riconoscibile una femmina o un maschio. Io ho sempre sostenuto che era difficile distinguere il genere dell’autore dello scritto. Perché? È il contesto che lo caratterizza.
Non ho mai tentato di distinguere da uno scritto il genere della o del mio interlocutore, anche perché è complicato tenere conto degli stereotipi che assegnano agli uomini un determinato linguaggio, piuttosto che alle donne. Credo che ci sia una involuzione culturale che si trasmette anche con il linguaggio e che riguarda tutte e tutti. Concordo con te che le parole siano pietre, un mantra che la mia professoressa di italiano del liceo ripeteva spesso. Salvo poi utilizzarle contro di noi studentesse come armi contundenti. Pietre, appunto. Che possono fissare alcuni concetti oppure affossarli, colpirli, contunderli. Per questo credo che le parole, che ci vengono in aiuto con tutta la loro ricchezza, siano lo strumento e il veicolo più semplice per trasmettere una necessità di cambiamento della società. Quel contesto che caratterizza e aggiungo influenza