Il mestiere di scrittore
Scrittura

Il mestiere di scrittore tra lavoro e vocazione

Autori affermati, in erba o ancora in cerca di gloria, tutti sanno quanto sia difficile il mestiere dello scrittore.

I rapporti con il mondo dell’editoria sono complessi, ulteriormente aggravati dal quadro generale che da un lato svalorizza il lavoro e dall’altro sminuisce la cultura come strumento di emancipazione e cambiamento, relegandola al ruolo di intrattenimento, che pure possiede e svolge bene, intendiamoci.

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I valori vincenti nella nostra società sono altri e il mestiere o se preferite il lavoro di scrittore è ben lungi dall’essere pienamente riconosciuto.

A meno che non diventi un autore di bestsellers, ma questa è un’altra storia.

Eppure specie in momenti come quello che stiamo vivendo (l’epidemia che ho raccontato qui) il compito di chi scrive è essenziale: raccontare la speranza.

Ecco cosa penso sul mestiere dello scrittore.

Il mestiere di scrittore tra lavoro e vocazione

Perché scrivere è un vero lavoro

Per la maggior parte delle persone e troppo spesso anche per noi stessi, quello dello scrittore non appare come un vero e proprio lavoro, ma piuttosto un passatempo, un simpatico diversivo.

Eppure impegna moltissime ore della nostra giornata e richiede professionalità, calma, proprietà di linguaggio.

Serve una cassetta degli attrezzi con strumenti molto differenziati tra loro e tanta, tanta disponibilità.

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Il ruolo (e il peso) delle parole nella nostra società

Chi governa le parole, governa il mondo

È l’efficacissima affermazione di Michela Murgia , scrittrice e donna ammirevole, in merito agli orribili strali che taluni partiti stanno scagliando contro i migranti.

Accendere la miccia sociale dell’intolleranza sembra proprio uno sport piuttosto diffuso nel nostro paese, in cui molti si nutrono di miseria, culturale e materiale.

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Questa sua potente affermazione vale anche per l’argomento di questo post.

Se è vero che chi governa le parole governa il mondo, lo scrittore, che con le parole ci sa fare parecchio, puo’ svolgere una funzione strategica nella comunicazione di valori alla platea cui si rivolge.

Non è un caso che in un momento tanto difficile come quello che stiamo passando, l’epidemia di Covid-19, siano molti gli scrittori invitati a parlare al pubblico e a raccontare a loro modo la vita che stiamo vivendo.

Le loro parole ci fanno sembrare tutto più vero, autentico, vicino.

Il sentimento, lo storytelling (ne abbiamo appena parlato in questo articolo), la capacità di rendere comune un’esperienza particolare, sono doti che lo scrittore possiede e che giustamente sono messe a disposizione nei momenti più bui della nostra esistenza.

Leggete questo post pubblicato sulla rediviva pagina Facebook dedicata al blog, appena riportata in vita.

Ho scovato un articolo su Al Jazeera molto interessante che racconta l’esperienza della lotta al Coronavirus con gli occhi di un’infermiera pendolare.

Rende bene il senso delle parole che ho appena speso per celebrare l’arte di scrivere e raccontare.

 

 

Non ci sono dubbi che scrivere sia un lavoro.

Una professionalità che vale un mestiere.

Il mestiere di scrittore.

 

Chi racconta una storia, un fatto di cronaca in un articolo di giornale, chi usa le parole per descrivere, testimoniare, esprimere un’emozione, ha una responsabilità gigantesca nel contribuire a costruire o demolire una comunità, una società nel suo complesso.

 

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Usare le parole con sapienza e competenza significa svolgere un ruolo prezioso in una comunità come la nostra che ha bisogno come il pane di parole ispiranti, di sogni da condividere, di prospettive da immaginare per costruire un mondo migliore.

Lo scrittore che non scinde il suo ruolo tra professione o vocazione, è capace di diventare il mentore che ci mette di fronte a ciò che da soli non vedremmo.

Lo svela, come svelerebbe la trama di una favola e ci costringe a pensare.

Accidenti, suona proprio pericoloso 😀 

 

Riconoscere il valore del nostro lavoro

Che siate tra coloro che considerano la scrittura un mestiere oppure che la collochino nello spazio delle vocazioni,  ciò che conta davvero è riconoscere a chi la pratica il valore del lavoro che produce.

Senza quella spinta interiore che ci fa alzare di notte per segnare sul nostro taccuino un’idea, un’immagine, un nome, non diventeremmo mai scrittori.

Senza la consapevolezza che ciò che scriviamo veicola un messaggio forte, non doventeremo mai scrittori.

 

Poco importa se questo mestiere a volte è remunerato e a volte no.

 

La paziente, continuativa, snervante e a volte deprimente attività quotidiana del creare, del correggere, dell’editare, dell’incastrare un personaggio nella sua storia e nell’infinita ed estenuante attività di perfezionamento di un testo è la nostra vita.

Si nasconde tra le pieghe delle bozze che accumuliamo sul nostro piano di lavoro, nella carta appallottolata che giace nel cestino accanto al computer, nei pensieri ossessivi alla ricerca di una caratteristica o di una scena che non vuole manifestarsi come desidereremmo.

 

Autori affermati, apprendisti scribacchini, pennaioli della domenica.

Tutti dedicano un tempo infinito a creare, immaginare, stendere un mondo che si regga in piedi con le sue gambe, autonomo, dotato di personaggi credibili, conflitti avvincenti, intrecci avvolgenti.

 

Il valore del nostro lavoro di scrittura sta nell’emozione che puo’ suscitare.

Per ripagarla, non vi è remunerazione bastevole se non quella che ci riservano i lettori

Che ne pensate, care Volpi?

 


Articolo pubblicato nel febbraio 2018, aggiornato nel marzo 2020

 

29 Comments

  • Giulia Lu Dip

    Per me scrivere è diventato un lavoro nel momento in cui sono uscita dalla dimensione del sogno e ho cominciato a pubblicare in self. È stato in quel momento che mi sono resa conto che quello che avevo pubblicato poteva essere letto e quindi doveva essere scritto bene, per questo il mio primo romanzo l’ho revisionato due volte dopo la pubblicazione, con grande impegno e dispendio di tempo. Questa esperienza mi è servita moltissimo per i romanzi successivi. C’è però da dire che se dovessi vivere di scrittura sarei già morta di fame, anche perché, perfino per i romanzi che hanno venduto parecchie copie e mi hanno fatto guadagnare delle cifre dignitose, si tratta di importi insufficienti per vivere, anzi irrisori, salvo che per La propria soddisfazione di aver venduto un certo numero di copie. Scrivere però resta un lavoro, appassionante e piacevole, con il sogno di poterlo fare un giorno a tempo pieno (più che sogno chimera).

    • Elena

      Cara @Giulia, sfido chiunque a non pensarla come te, anzi apprezzo la tua sincerità. Anche io confido presto di poter vivere di scrittura al solo scopo di poter passare le mie giornate a osservare, vivere le emozioni e a raccontarle. Un songo sì, ma non una chimera. Ad alcuni infatti è capitato. Forse occorrono caratteristiche che ancora non possiedo, forse non le avrò mai. Ma quando ricevi, dopo tanto tempo, un messaggio di una vecchia amica che ha letto il tuo romanzo e lo ha apprezzato tanto, allora capisci che nel mondo c’è spazio per qualsiasi storia. Basta che sia raccontata come si deve. Perciò avanti con il self e incrociamo le dita!

  • Marco Amato

    L’altro giorno mia figlia mi ha chiesto: papà, perché devo studiare se con il virus non c’è la scuola. Le ho risposto perché tu domani possa non lavorare ma fare ciò che ti piace.
    Credo che possiamo essere tutti d’accordo che il miglior lavoro sia guadagnare attraverso la propria passione.
    Quando facevo il negoziante e vivevo una vita depressa perché detestavo quel lavoro, una ricercatrice mi disse che lei faticava a staccare perché scoprire i meccanismi della vita, contribuire a creare medicine per curare una malattia, la rendeva felice.
    Non so se esistono stime in tal senso, ma credo che almeno l’80% dell’umanità svolga lavori non appaganti, o per sopravvivere, o per la necessità di potersi sposare, fare figli e permettersi, se potrà, un viaggio di relax di sette o quindici giorni appena.
    Un tempo ti avrei detto sì, che scrivere è un lavoro, ma oggi ti dico che scrivere, per me, è il vivere stesso.
    Io scrivo storie perché sono nato per questo. Perché sin da ragazzo, senza che le cercassi, mi venivano in mente storie a cui dare vita.
    Scrivere non è nient’altro che assecondare la mia natura.
    Scrivere vivendo di scrittura sarebbe l’ideale, però, a mie spese, ho notato che inseguire questo obiettivo come fine principale mi imprigionava dentro strutture che sembravano identiche di quando lavorano come negoziante. Scrivere il seguito di una storia, perché i lettori te lo chiedono, mentre in quel momento vorresti scrivere una storia che ti entusiasma di più, è una forzatura che non intendo più ripetere.
    Quindi io credo che alla fin fine, la radice di tutto sia cercare di scoprire gli inganni nei quali ci imprigioniamo.
    Diciamo che 50 euro valgono più di 10 per convenzione comune e ci crediamo. Diciamo che qui è Italia e un metro più in là si chiama Francia e ci crediamo. Diciamo che un presidente ha più autorità di un barbone e ci crediamo soltanto perché tutta la nostra vita, la realtà, è la storia in cui crediamo.
    Fare ciò che la società ci dice d’essere e fare ciò che in realtà noi sentiamo dentro, è la differenza reale e concreta per raggiungere un’esistenza più appagante.
    Siamo unità biologiche che posseggono un breve spazio finito dentro a un tempo infinito; per questo credo che il miglior cammino possibile sia realizzare la propria identità, qualsiasi essa sia, e ovunque questa ci porti.

    • Elena

      Caro Marco, una riflessione bellissima che condivido. La voglia di essere se stessi è difficile da contenere una volta lasciata libera di esprimersi, ma quanta fatica facciamo prima di accorgerci di come veramente noi stessi siamo? Per te è stato un mestiere che ti imprigionava o forse, una abitudine mentale che ti costringeva a rispondere ai dettami sociali. Gli stessi che oggi fanno dire a chi scrive che se non ci ricava nulla è come se nons crivesse affatto e forse sarebbe meglio che lasciasse perdere. Mi pare un modo per uccidere i sogni e al di là se essi possano avverarsi o meno, questo è davvero un delitto che nessuno dovrebbe compiere. La libertà è preziosa. Tua figlia lo comprenderà presto, perché la scuola le fornirà gli strumenti per arrivare a questa considerazione, mentre gli altri cercheranno la fama e la via facile al successo. Che ci lascia spesso l’amaro e l’aridità dentro. Seguire il proprio sogno invece ci nutre. Un nutrimento di cui non possiamo fare più a meno. Buona domenica caro

  • Grazia Gironella

    Se scrivo con impegno professionale sono una scrittrice, anche se nessuno mi pubblica. Saranno i lettori a dirmi se sono una buona-mediocre-pessima scrittrice. Scrivere è un vero lavoro, intenso e di lunga durata. Il fatto che l’autore si diverta e si faccia portare via da ciò che sta facendo, magari dimenticandosi di mangiare, non dovrebbe dare il diritto a nessuno di mettergli i piedi in testa. Se a un fornaio piacesse moltissimo fare il pane, non credo che a qualcuno verrebbe in mente di parlare di ispirazione e ridurgli il compenso per questo!
    Quanto all’ipotesi del sindacato non so darti un’opinione. Sicuramente un punto fermo cui ricorrere quando si hanno dubbi o problemi sarebbe utile, ma non ho idea di quanti e quali problemi si potrebbero affrontare.

    • Elena

      Certo, la misura del nostro lavoro è sempre il pubblico. Grande o piccolo che sia, ma questo non dipende solo dalla qualità della scrittura ma da molti altri fattori, come appunto il marketing, l’argomento che “tira” in un dato momento, ecc. Ho sempre pensato che il lavoro debba in qualche modo creare soddisfazione, realizzazione e scrivere a me procura questo piacere, mi regala il sogno, come dico spesso. Non pretendo altro che il rispetto. E mi pare che su questo fronte siamo tutti un pò deboli nelle mani di forti. Ecco perché l’idea di sindacato mi convince…

  • newwhitebear

    Scrivere per mestiere? Forse per qualcuno . ma ritengo pochi – si può dire così. per gli altri non so. Ioscrivo solo per passione se poi possa fiventare qualcosa in più – dubito molto. Molte cose remano contro – vedrò.

    • Elena

      Il punto non è se si diventa famosi/ allora è un mestiere. Ma se si produce cultura, con criteri di giudizio difficili da definire ma necessari, perché in giro c’è molta porcheria, si sta svolgendo un mestiere. Ma come arrivarci?

  • Chris Morand

    Articolo davvero interessante, come tutti quelli che hai dedicato alla scrittura.
    Ammetto di essere anch’io un’aspirante scrittrice, anche se al momento sono ancora in fase di stesura del primo romanzo. Da amante del fantasy, mi sto cimentando in un romanzo per ragazzi di questo genere, quindi non certo alta letteratura.
    Ma sebbene il fantasy sembri un genere che “tira”, la probabilità di venire pubblicati da una casa editrice tradizionale è pari alla vincita alla lotteria, esattamente come negli altri generi.
    Attirati come api dal dolce miele dei tanto sbandierati guadagni di J.K. Rowling, ormai gli aspiranti scrittori fantasy spuntano come funghi, anche in Italia. Poi però, ad uno sguardo più attento, si scopre che ben pochi di questi aspiranti pennivendoli si sono messi davvero a imparare l’arte, prima di cimentarsi nel lavoro.

    Quando dici che bisogna sporcarsi le mani, mi trovi completamente d’accordo. Si comincia a diventare scrittori quando con umiltà ci si mette a studiare, a imparare, a sbagliare e a rifare.
    Non è necessario frequentare un costosissimo corso, se non ce lo si può permettere, ma la voglia di imparare non deve fermarsi di fronte a questo ostacolo. Si può imparare da autodidatta, anche se i tempi si allungano.

    Essere scrittore richiede davvero tanto impegno e tanta volontà, ma purtroppo bisogna mettere in conto che tutta questa fatica potrebbe non venire mai ricompensata.
    Purtroppo la crisi del libro, in Italia, non è dovuta a una semplice crisi economica o a una saturazione dell’offerta, quanto a una profonda crisi culturale, che porta nelle alte sfere della dirigenza persone per le quali la cultura è solo un modo come un altro per fare profitto. E’ a causa di questa gente che autori vengono ridotti a “manovalanza” sottopagata.

    Oddio, mi rendo conto di essere stata un po’ troppo pessimista, oltre che prolissa.
    Mi fa piacere che qui ci siano persone che hanno pubblicato con successo e spero di poter imparare i trucchi del mestiere, per quando tenterò anch’io la pubblicazione.
    E’ che a volte, purtroppo, il mio eccesso di realismo, trabocca!

    • Elena

      Il realismo in genere ci evita sonore nasate . A proposito di fantasy, quel che ho letto negli ultimi anni somiglia tutto a Tolkien, Rowling e Dick. Difficile creare qualcosa di nuovo, ma anche riprodurre non mi pare così efficace. Tu a chi ti ispiri?

      • Chris Morand

        La ricerca di un proprio stile è forse uno dei compiti più difficili per uno scrittore. Richiede anni di esercizi, prove, esperimenti, tentativi (molti) falliti e (qualche volta) riusciti. Poi, naturalmente, lo stile di qualsiasi autore è ispirato e influenzato da qualcun altro. Siamo tutti nani sulle spalle di giganti, no?

        L’importante è non cercare di copiare, ma al massimo, rendere omaggio attraverso la nostra voce.

        Definirei il mio stile un fantasy-umoristco con un pizzico di amarezza di fondo.
        Quelli che considero i miei “maestri” sono Terry Pratchett, Diana Wynne Jones e Neil Gaiman su tutti, con influenze anche da Monicelli.
        I libri che imitano gli autori da te citati stanno ormai saturando librerie e negozi online perché sono quelli che rendono di più: la gente ha paura di uscire dalla propria zona di comfort e ancora di più ne hanno le case editrici.
        Forse il mio stile non è così vendibile come quelli che vanno oggi di moda, ma anche quei generi sono stati in qualche modo dei pionieri e si spera sempre che prima o poi si possa fare spazio per qualcosa di vagamente nuovo.

        • Elena

          Seguiré una strada nuova è fatica e rischio. Ti fa onore. La zona di comfort è comoda ma spesso diventa una gabbia. In bocca al lupo

  • rosaliapucci

    Sono completamente d’accordo con te. La formazione è un aspetto che molti tendono a tralasciare: giovani esordienti pubblicano in self senza editing e trascurando le tecniche narrative. In Italia esistono delle buone scuole ma sono tutte a pagamento e le cifre sono molto onerose, per cui molti optano per il fai da te. Una laurea in lettere o in filosofia non è sufficiente per scrivere bene, le tecniche non si apprendono sui libri ma sporcandosi le mani. La formazione è un nodo fondamentale che in Italia però non è considerato. Ne ho parlato nel mio blog incontrando pareri discordanti. Molti affermano che le tecniche e i ferri del mestieri non siano poi così importanti, ma che serva solo talento. Tu che ne pensi?

    • Elena

      Il talento senza rigore non porta a nulla. Non c’è nessuna possibilità di cavarsela con l’estro, scrivere è sacrificio, dedizione, studio e approfondimento. Chi crede di essere già arrivato , in realtà è finito in un binario morto. Prima se ne accorge, meglio è, cara Rosalia

  • Barbara

    Caspita che “postone”! E pare scritto pure per me! 😀
    Giusto questo weekend mi è stato nuovamente fatto notare quanto la scrittura (e il blog) mi portino via tempo senza alcuna rendita tangibile. E allora ieri mattina Mister E. mi presenta una rosa di possibilità per “monetizzare” (a mio avviso tutte non fattibili… e che richiedono altro tempo ancora!) Quindi scrivere è un mestiere o un hobby?
    Un mestiere, di cui noi siamo ancora al ruolo di apprendisti, senza stipendio e manco contributi, formazione a carico proprio. Per dare un’idea: lavoro almeno 3 sere a settimana 2 ore, e almeno mezza giornata il weekend. Almeno, perché poi quando ho un momento libero o c’è un’urgenza (tipo i casini di connessione dello scorso venerdì) o un’idea scrittoria urgente sono sul pezzo.
    Quindi, oltre al costo piattaforma puro (hosting + plugin professionali), oltre al costo di sviluppo mio e di formazione per il marketing, c’è anche il “costo” non quantificabile delle ore di scrittura. E’ di fatto un secondo lavoro per me, anche se non direttamente retribuito (lasciando stare il fatto che un blog con 80k di visite ha risvegliato anche il mio profilo Linkedin dormiente 😉 )
    Chi definisce uno scrittore? In teoria, il pubblico, che però è influenzato dal mercato editoriale. E trovo parecchio parallelismo tra il settore editoriale e quello informatico, sebbene con qualche anno di distanza. C’era un tempo in cui chiunque sapeva fare siti web, “ci sono troppi sviluppatori in Italia” dicevano, per poter abbassare il costo del lavoro nel comparto. Ora ce ne sono pochi e mal pagati, chi può va all’estero dove a parità di competenze lo stipendio è triplicato. Quindi sentire che gli editori si lamentano che “ci sono troppi scrittori in Italia” o “ci sono più scrittori che lettori” mi pare faccia lo stesso identico gioco: pagare di meno la scrittura. Del resto sono le frasi per convincerti di ricorrere all’EAP (Editoria A Pagamento): se vuoi emergere tra i “troppi scrittori” deve pagare, anzi, investire su te stesso. Ma se devo investire su me stesso, tanto vale che decida di farlo con il self publishing! I costi sono uguali, il marketing lo stesso è a carico mio, ma incasso tutte le royalties!
    Alla fine sto considerando la scrittura come un investimento azionario: rischiosissimo e assolutamente a lungo termine! 😉

    • Elena

      Cara Barbara, che posso dire, ti QUOTO. Sono totalmente d’accordo con le tue riflessioni, anche sul self publishing che trovo , se accurato e professionale, molto più trasparente dell’editoria tradizionale, figuriamoci dell’EAP. Io non ho pretese di arricchirmi. Non voglio essere fraintesa perché non credo di produrre arte ma tuttavia il paragone mi viene bene. Tutti i grandi artisti hanno sempre fatto la fame e anche moltissimi scrittori. La cultura nella nostra società ha un valore residuale, mi piacerebbe sapere se è davvero così dappertutto o se è solo una caratteristica nostra, perché credo che sia un errore. Primo perché vediamo tutti dove ci ha portato questo disinvestimento massiccio e secondo perché la produzione della cultura materiale e intellettuale è fattore di sviluppo umano ed economico.
      Credo fermamente nel ruolo sociale dello scrittore, mi piacerebbe sapere che ne pensi.Credo che anche su questo occorra lavorare, per noi e per tutti gli altri.
      Per quanto riguarda la monetizzazione nel blog: io non ho numeri che possano interessare sponsor eccetera. Credo che però il blog cambi pelle quando si affida al marketing. Altra cosa è la vendita di servizi o promozione del nostro lavoro. Ma è solo un’opinione 🙂

      • Barbara

        Ruolo sociale dello scrittore. Si e no. O forse dipende dal tipo di scrittore. Nel senso: riconosco che alcune penne letterate possono avere un ruolo importante nel risvegliare gli animi e le coscienze, la Storia è piena di esempi. Anche la scrittura creativa d’intrattenimento può insegnare qualcosa, penso ai romanzi storici che a volte tentano di dare una rilettura di alcuni fatti accaduti, dando più spazio alla psicologia delle persone dell’epoca. Poi però penso ad un commento che ho letto, di una fan di Diana Gabaldon. La scrittrice sta scrivendo il nono libro della saga Outlander, si vocifera che il decimo sarà l’ultimo (ci mette due anni per scriverne uno, sono corposi e densi di ricerca storica). La fan commenta: “Ti prego, ho 75 anni, mi hanno diagnosticato un tumore, vorrei leggere la fine della saga prima di morire.” Uno scrittore non può farsi carico di una tale aspettativa, non credi? E’ pur sempre un essere umano anche lui.
        (Per mio non sono interessata a monetizzare il blog… preferisco spendere i miei soldi nella bolletta del provider che in cene, che ingrassano! 😉 )

  • Jeamy Amore

    Ciao Elena rieccomi dopo tempo che sono stata senza Internet. Ti ho inviato un Whatsapp spero tu lo legga.
    Penso che la scrittura sia una vocazione nata e una profonda necessità di dire qualcosa qualcosa che a voce non riusciresti a dire bene o in modo esauriente. In fondo poeti e scrittori vivono in Anima e fanno un profondo lavoro interiore a anche su stessi. Poi ovviamente ci sono scrittori che lo fanno per denaro ma secondo me la differenza si nota eccome.
    Un abbraccio
    Attendo tue notizie
    Baci
    Emy

    • Elena

      Ciao Emy, innanzitutto bentornata, e con una bellissima notizia (via whatsapp) la pubblicazione del tuo libro! (ne avevamo parlato sul blog a proposito di anoressia, ndr). Di anima in quel lavoro ne hai messa tanta, un’anima che solo il profondo lavoro su se stessi puo’ tirare fuori. venerdì parleremo di qualcosa di molto affine a questo Emy, ora che sei tornata non ti lasciamo più 🙂

  • Sandra

    Quando ho trovato il modello CU (ex CUD) per il 730 da parte di una delle case editrici per cui ho pubblicato, ho capito che quello era a tutti gli effetti considerato un reddito e quindi un lavoro. Poi il mio approccio era cambiato da qualche tempo prima, come ho spesso detto da me, serietà, programmazione delle ora da dedicare.
    In generale è un hobby che può trasformarsi in lavoro, anche se difficilmente sarà l’unico lavoro che si fa.
    Difficile organizzarsi tra autori, tanta invidia e pregiudizi.

    • Elena

      Si Sandra, so che tu vivi la tua esperienza di scrittrice con grande professionalità e ti fa onore. Si parla tanto di self come se fosse un incubo per un Autore con la A. Eppure l’unica ricevuta per la denuncia sul 730 io l’ho ricevuta da Street Lib. E li ho capito che ci pagavo le tasse e che per lo stato io ero una lavoratrice che riceve compensi. Mancavo solo io a rendermene conto . Invidia? Pregiudizi?
      Assolutamente si ne parliamo spesso. Se agissimo in direzione contraria?

  • Banaudi Nadia

    Non ho la minima idea se esista un sindacato a tal proposito, ma non credo, anche perché sono certa ci sarebbero immediatamente fratture interne. Sindacato per gli scrittori in self, per quelli con EAP, per chi è seguito da agenzia, per… La vedo una situazione spinosa, ma in effetti metterebbe ordine. Auguri per chi si cimenta.
    Qualunque mestiere prevede un salario, nel caso di chi si appresta a firmare un contratto editoriale alle royalties derivanti. Ora per la mia piccola esperienza posso dire che non ci paghi le bollette con quelle, e non ti consideri stipendiato, ma solo un hobbysta che ha ottenuto un piccolo riconoscimento. Quindi non mi sento di definirmi una scrittrice fino a che non avrò un fisso economico tale da dover fare la dichiarazione dei redditi adducendola come entrata, preferisco continuare a chiamarmi autrice e vedere ogni tanto depositare sul conto il contributo concordato.
    Per quanto riguarda la vocazione, credo sia la molla iniziale, poi è più un bisogno di espressione, una voce facile per affrontare tematiche sociali o personali, per raccontare una parte di mondo come lo si vede. Raramente si tratta di letteratura o almeno in percentuale direi un 10%, tutto il resto è mercato puro, di cui anche io faccio parte, e quello ha regole sue, non troppo etiche spesso.
    Per questi motivi chi scrive almeno agli inizi fa anche altro, a meno che non sia agiato di suo e possa permettersi corsi, full immersion nelle giuste scuole, collaborazioni con le persone giuste, etc, etc. Come in tutti mestieri in cui è basilare la professionalità è poi indispensabile la formazione, quella a differenza dei lavori in cui è l’azienda a sottoporti sono a carico tuo. Quindi davvero un mestiere molto più simile all’artigiano che all’impiegato.

    • Elena

      Cara Nadia, la definizione di artigiano è perfetta perché crea con le sue mani (o le sue idee) e da l’idea di autenticità che deve guidare ogni storia. Un sindacato esiste, da tempo si sta costruendo in cgil. Ma è complicato, su questo non ci sono dubbi. Il mercato, che guida ogni scelta, è aggressivo e organizzarsi un poco sarebbe molto utile. Ma c’è resistenza, come se pensare a rivendicare non già un salario ma almeno un equo compenso fosse una diminutio, cosa di cui vergognarsi. Ma forse è solo la mia impressione… Il tema vero è quello che poneva argutamente Rosalia : chi può permettersi di farlo come primo “mestiere”? Tutto il resto da qui deriva a mio avviso…

      • Banaudi Nadia

        Vedi non immaginavo proprio esistesse già un sindacato di categoria. Si scopre ogni giorno qualche cosa di nuovo e in questo campo, chi meglio di te?
        Purtroppo credo che solo pochi davvero arrivati, possano affermare di vivere di scrittura come primo mestiere e credo anche non siano disposti a svelare troppo dei meccanismi.

  • rosaliapucci

    Buongiorno Elena, oggi ci poni un tema enorme che necessita di chiarezza e approfondimento. Fai bene a metterlo sul tavolo con la solita precisione. Anch’io ritengo che la scrittura sia un vero e proprio mestiere e come tale ha bisogno di regole e di tutela. Quindi ben venga un sindacato che si prenda a cuore il lavoro del popolo (siamo davvero tanti) di scrittori italiani, cosa che aiuterebbe gli autori e gli esordienti a non cedere alle sopraffazione degli editori senza scrupoli e regolamenterebbe una materia confusa e lasciata un po’ al caso come quella della scrittura. Potremmo fare nostri alcuni capisaldi dei paesi anglosassoni che di strada in questo senso ne hanno fatta parecchio. Credo che in Italia la scrittura sia ritenuta frutto di un sacro fuoco, e se ciò la valorizza dal punto di vista estetico, la svilisce nel contempo della sua utilità civile ed etica. Secondo la Gordimer “la tensione tra assistere ed essere completamente coinvolti, è ciò che fa uno scrittore.” L’argomento è lungo e merita una riflessione più completa da parte mia. Ma ora purtroppo devo andare a lavorare, perché il mestiere dello scrittore è un lusso che solo pochi si possono concedere. A presto

    • Elena

      Buon giorno Rosalia, forse avrei dovuto precisare che per molte scrivere è un secondo, triplo lavoro! Credo anch’io che servano regole trasparenti. Anche solo un contratto tipo credo sarebbe già utile. E assistenza legale e, perché no, formazione. Credo che imparare a scrivere e a raccontare sia una formazione continua…. Che ne pensi?

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