Autori affermati, in erba o ancora in cerca di gloria, tutti sanno quanto sia difficile il mestiere dello scrittore.
I rapporti con il mondo dell’editoria sono complessi, ulteriormente aggravati dal quadro generale che da un lato svalorizza il lavoro e dall’altro sminuisce la cultura come strumento di emancipazione e cambiamento.
Spesso la relega al ruolo di intrattenimento, che pure possiede e svolge al meglio.
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I valori vincenti nella nostra società sono altri e il mestiere o se preferite il lavoro di scrittore è ben lungi dall’essere pienamente riconosciuto.
A meno che non diventi un autore di best sellers, ma questa è un’altra storia.
Eppure specie in momenti come quello che stiamo vivendo (l’epidemia che ho raccontato qui) il compito di chi scrive è essenziale: raccontare la speranza.
Ecco cosa penso sul mestiere dello scrittore.
Il mestiere di scrittore tra lavoro e vocazione
Perché scrivere è un vero lavoro
Per la maggior parte delle persone e troppo spesso anche per noi stessi, quello dello scrittore non appare come un vero e proprio lavoro, ma piuttosto un passatempo, un simpatico diversivo.
Eppure impegna moltissime ore della nostra giornata e richiede professionalità, calma, proprietà di linguaggio.
Serve una cassetta degli attrezzi con strumenti molto differenziati tra loro e tanta, tanta disponibilità.
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Il ruolo (e il peso) delle parole nella nostra società
Chi governa le parole, governa il mondo
È l’efficacissima affermazione di Michela Murgia , scrittrice e donna ammirevole, in merito agli orribili strali che taluni partiti stanno scagliando contro i migranti.
Accendere la miccia sociale dell’intolleranza sembra proprio uno sport piuttosto diffuso nel nostro paese, in cui molti si nutrono di miseria, culturale e materiale.
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Questa sua potente affermazione vale anche per l’argomento di questo post.
Se è vero che chi governa le parole governa il mondo, lo scrittore, che con le parole ci sa fare parecchio, puo’ svolgere una funzione strategica nella comunicazione di valori alla platea cui si rivolge.
Non è un caso che in un momento tanto difficile come quello che stiamo passando, l’epidemia di Covid-19, siano molti gli scrittori invitati a parlare al pubblico e a raccontare a loro modo la vita che stiamo vivendo.
Le loro parole ci fanno sembrare tutto più vero, autentico, vicino.
Il sentimento, lo storytelling (ne abbiamo appena parlato in questo articolo), la capacità di rendere comune un’esperienza particolare, sono doti che lo scrittore possiede e che giustamente sono messe a disposizione nei momenti più bui della nostra esistenza.
Leggete questo post pubblicato sulla rediviva pagina Facebook dedicata al blog, appena riportata in vita.
Ho scovato un articolo su Al Jazeera molto interessante che racconta l’esperienza della lotta al Coronavirus con gli occhi di un’infermiera pendolare.
Rende bene il senso delle parole che ho appena speso per celebrare l’arte di scrivere e raccontare.
Non ci sono dubbi che scrivere sia un lavoro.
Una professionalità che vale un mestiere.
Il mestiere di scrittore.
Chi racconta una storia, un fatto di cronaca in un articolo di giornale, chi usa le parole per descrivere, testimoniare, esprimere un’emozione, ha una responsabilità gigantesca nel contribuire a costruire o demolire una comunità, una società nel suo complesso.
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Usare le parole con sapienza e competenza significa svolgere un ruolo prezioso in una comunità come la nostra che ha bisogno come il pane di parole ispiranti, di sogni da condividere, di prospettive da immaginare per costruire un mondo migliore.
Lo scrittore che non scinde il suo ruolo tra professione o vocazione, è capace di diventare il mentore che ci mette di fronte a ciò che da soli non vedremmo.
Lo svela, come svelerebbe la trama di una favola e ci costringe a pensare.
Accidenti, suona proprio pericoloso :-D
Riconoscere il valore del nostro lavoro
Che siate tra coloro che considerano la scrittura un mestiere oppure che la collochino nello spazio delle vocazioni, ciò che conta davvero è riconoscere a chi la pratica il valore del lavoro che produce.
Senza quella spinta interiore che ci fa alzare di notte per segnare sul nostro taccuino un’idea, un’immagine, un nome, non diventeremmo mai scrittori.
Senza la consapevolezza che ciò che scriviamo veicola un messaggio forte, non doventeremo mai scrittori.
Poco importa se questo mestiere a volte è remunerato e a volte no.
La paziente, continuativa, snervante e a volte deprimente attività quotidiana del creare, del correggere, dell’editare, dell’incastrare un personaggio nella sua storia e nell’infinita ed estenuante attività di perfezionamento di un testo è la nostra vita.
Si nasconde tra le pieghe delle bozze che accumuliamo sul nostro piano di lavoro, nella carta appallottolata che giace nel cestino accanto al computer, nei pensieri ossessivi alla ricerca di una caratteristica o di una scena che non vuole manifestarsi come desidereremmo.
Autori affermati, apprendisti scribacchini, pennaioli della domenica.
Tutti dedicano un tempo infinito a creare, immaginare, stendere un mondo che si regga in piedi con le sue gambe, autonomo, dotato di personaggi credibili, conflitti avvincenti, intrecci avvolgenti.
Il valore del nostro lavoro di scrittura sta nell’emozione che puo’ suscitare.
Per ripagarla, non vi è remunerazione bastevole se non quella che ci riservano i lettori
Che ne pensate, care Volpi?
Articolo pubblicato nel febbraio 2018, aggiornato nel marzo 2020




Per me scrivere è diventato un lavoro nel momento in cui sono uscita dalla dimensione del sogno e ho cominciato a pubblicare in self. È stato in quel momento che mi sono resa conto che quello che avevo pubblicato poteva essere letto e quindi doveva essere scritto bene, per questo il mio primo romanzo l’ho revisionato due volte dopo la pubblicazione, con grande impegno e dispendio di tempo. Questa esperienza mi è servita moltissimo per i romanzi successivi. C’è però da dire che se dovessi vivere di scrittura sarei già morta di fame, anche perché, perfino per i romanzi che hanno venduto parecchie copie e mi hanno fatto guadagnare delle cifre dignitose, si tratta di importi insufficienti per vivere, anzi irrisori, salvo che per La propria soddisfazione di aver venduto un certo numero di copie. Scrivere però resta un lavoro, appassionante e piacevole, con il sogno di poterlo fare un giorno a tempo pieno (più che sogno chimera).
Cara @Giulia, sfido chiunque a non pensarla come te, anzi apprezzo la tua sincerità. Anche io confido presto di poter vivere di scrittura al solo scopo di poter passare le mie giornate a osservare, vivere le emozioni e a raccontarle. Un songo sì, ma non una chimera. Ad alcuni infatti è capitato. Forse occorrono caratteristiche che ancora non possiedo, forse non le avrò mai. Ma quando ricevi, dopo tanto tempo, un messaggio di una vecchia amica che ha letto il tuo romanzo e lo ha apprezzato tanto, allora capisci che nel mondo c’è spazio per qualsiasi storia. Basta che sia raccontata come si deve. Perciò avanti con il self e incrociamo le dita!
L’altro giorno mia figlia mi ha chiesto: papà, perché devo studiare se con il virus non c’è la scuola. Le ho risposto perché tu domani possa non lavorare ma fare ciò che ti piace.
Credo che possiamo essere tutti d’accordo che il miglior lavoro sia guadagnare attraverso la propria passione.
Quando facevo il negoziante e vivevo una vita depressa perché detestavo quel lavoro, una ricercatrice mi disse che lei faticava a staccare perché scoprire i meccanismi della vita, contribuire a creare medicine per curare una malattia, la rendeva felice.
Non so se esistono stime in tal senso, ma credo che almeno l’80% dell’umanità svolga lavori non appaganti, o per sopravvivere, o per la necessità di potersi sposare, fare figli e permettersi, se potrà, un viaggio di relax di sette o quindici giorni appena.
Un tempo ti avrei detto sì, che scrivere è un lavoro, ma oggi ti dico che scrivere, per me, è il vivere stesso.
Io scrivo storie perché sono nato per questo. Perché sin da ragazzo, senza che le cercassi, mi venivano in mente storie a cui dare vita.
Scrivere non è nient’altro che assecondare la mia natura.
Scrivere vivendo di scrittura sarebbe l’ideale, però, a mie spese, ho notato che inseguire questo obiettivo come fine principale mi imprigionava dentro strutture che sembravano identiche di quando lavorano come negoziante. Scrivere il seguito di una storia, perché i lettori te lo chiedono, mentre in quel momento vorresti scrivere una storia che ti entusiasma di più, è una forzatura che non intendo più ripetere.
Quindi io credo che alla fin fine, la radice di tutto sia cercare di scoprire gli inganni nei quali ci imprigioniamo.
Diciamo che 50 euro valgono più di 10 per convenzione comune e ci crediamo. Diciamo che qui è Italia e un metro più in là si chiama Francia e ci crediamo. Diciamo che un presidente ha più autorità di un barbone e ci crediamo soltanto perché tutta la nostra vita, la realtà, è la storia in cui crediamo.
Fare ciò che la società ci dice d’essere e fare ciò che in realtà noi sentiamo dentro, è la differenza reale e concreta per raggiungere un’esistenza più appagante.
Siamo unità biologiche che posseggono un breve spazio finito dentro a un tempo infinito; per questo credo che il miglior cammino possibile sia realizzare la propria identità, qualsiasi essa sia, e ovunque questa ci porti.
Caro Marco, una riflessione bellissima che condivido. La voglia di essere se stessi è difficile da contenere una volta lasciata libera di esprimersi, ma quanta fatica facciamo prima di accorgerci di come veramente noi stessi siamo? Per te è stato un mestiere che ti imprigionava o forse, una abitudine mentale che ti costringeva a rispondere ai dettami sociali. Gli stessi che oggi fanno dire a chi scrive che se non ci ricava nulla è come se nons crivesse affatto e forse sarebbe meglio che lasciasse perdere. Mi pare un modo per uccidere i sogni e al di là se essi possano avverarsi o meno, questo è davvero un delitto che nessuno dovrebbe compiere. La libertà è preziosa. Tua figlia lo comprenderà presto, perché la scuola le fornirà gli strumenti per arrivare a questa considerazione, mentre gli altri cercheranno la fama e la via facile al successo. Che ci lascia spesso l’amaro e l’aridità dentro. Seguire il proprio sogno invece ci nutre. Un nutrimento di cui non possiamo fare più a meno. Buona domenica caro
Se scrivo con impegno professionale sono una scrittrice, anche se nessuno mi pubblica. Saranno i lettori a dirmi se sono una buona-mediocre-pessima scrittrice. Scrivere è un vero lavoro, intenso e di lunga durata. Il fatto che l’autore si diverta e si faccia portare via da ciò che sta facendo, magari dimenticandosi di mangiare, non dovrebbe dare il diritto a nessuno di mettergli i piedi in testa. Se a un fornaio piacesse moltissimo fare il pane, non credo che a qualcuno verrebbe in mente di parlare di ispirazione e ridurgli il compenso per questo!
Quanto all’ipotesi del sindacato non so darti un’opinione. Sicuramente un punto fermo cui ricorrere quando si hanno dubbi o problemi sarebbe utile, ma non ho idea di quanti e quali problemi si potrebbero affrontare.
Certo, la misura del nostro lavoro è sempre il pubblico. Grande o piccolo che sia, ma questo non dipende solo dalla qualità della scrittura ma da molti altri fattori, come appunto il marketing, l’argomento che “tira” in un dato momento, ecc. Ho sempre pensato che il lavoro debba in qualche modo creare soddisfazione, realizzazione e scrivere a me procura questo piacere, mi regala il sogno, come dico spesso. Non pretendo altro che il rispetto. E mi pare che su questo fronte siamo tutti un pò deboli nelle mani di forti. Ecco perché l’idea di sindacato mi convince…
Scrivere per mestiere? Forse per qualcuno . ma ritengo pochi – si può dire così. per gli altri non so. Ioscrivo solo per passione se poi possa fiventare qualcosa in più – dubito molto. Molte cose remano contro – vedrò.
Il punto non è se si diventa famosi/ allora è un mestiere. Ma se si produce cultura, con criteri di giudizio difficili da definire ma necessari, perché in giro c’è molta porcheria, si sta svolgendo un mestiere. Ma come arrivarci?
Articolo davvero interessante, come tutti quelli che hai dedicato alla scrittura.
Ammetto di essere anch’io un’aspirante scrittrice, anche se al momento sono ancora in fase di stesura del primo romanzo. Da amante del fantasy, mi sto cimentando in un romanzo per ragazzi di questo genere, quindi non certo alta letteratura.
Ma sebbene il fantasy sembri un genere che “tira”, la probabilità di venire pubblicati da una casa editrice tradizionale è pari alla vincita alla lotteria, esattamente come negli altri generi.
Attirati come api dal dolce miele dei tanto sbandierati guadagni di J.K. Rowling, ormai gli aspiranti scrittori fantasy spuntano come funghi, anche in Italia. Poi però, ad uno sguardo più attento, si scopre che ben pochi di questi aspiranti pennivendoli si sono messi davvero a imparare l’arte, prima di cimentarsi nel lavoro.
Quando dici che bisogna sporcarsi le mani, mi trovi completamente d’accordo. Si comincia a diventare scrittori quando con umiltà ci si mette a studiare, a imparare, a sbagliare e a rifare.
Non è necessario frequentare un costosissimo corso, se non ce lo si può permettere, ma la voglia di imparare non deve fermarsi di fronte a questo ostacolo. Si può imparare da autodidatta, anche se i tempi si allungano.
Essere scrittore richiede davvero tanto impegno e tanta volontà, ma purtroppo bisogna mettere in conto che tutta questa fatica potrebbe non venire mai ricompensata.
Purtroppo la crisi del libro, in Italia, non è dovuta a una semplice crisi economica o a una saturazione dell’offerta, quanto a una profonda crisi culturale, che porta nelle alte sfere della dirigenza persone per le quali la cultura è solo un modo come un altro per fare profitto. E’ a causa di questa gente che autori vengono ridotti a “manovalanza” sottopagata.
Oddio, mi rendo conto di essere stata un po’ troppo pessimista, oltre che prolissa.
Mi fa piacere che qui ci siano persone che hanno pubblicato con successo e spero di poter imparare i trucchi del mestiere, per quando tenterò anch’io la pubblicazione.
E’ che a volte, purtroppo, il mio eccesso di realismo, trabocca!
Il realismo in genere ci evita sonore nasate . A proposito di fantasy, quel che ho letto negli ultimi anni somiglia tutto a Tolkien, Rowling e Dick. Difficile creare qualcosa di nuovo, ma anche riprodurre non mi pare così efficace. Tu a chi ti ispiri?
La ricerca di un proprio stile è forse uno dei compiti più difficili per uno scrittore. Richiede anni di esercizi, prove, esperimenti, tentativi (molti) falliti e (qualche volta) riusciti. Poi, naturalmente, lo stile di qualsiasi autore è ispirato e influenzato da qualcun altro. Siamo tutti nani sulle spalle di giganti, no?
L’importante è non cercare di copiare, ma al massimo, rendere omaggio attraverso la nostra voce.
Definirei il mio stile un fantasy-umoristco con un pizzico di amarezza di fondo.
Quelli che considero i miei “maestri” sono Terry Pratchett, Diana Wynne Jones e Neil Gaiman su tutti, con influenze anche da Monicelli.
I libri che imitano gli autori da te citati stanno ormai saturando librerie e negozi online perché sono quelli che rendono di più: la gente ha paura di uscire dalla propria zona di comfort e ancora di più ne hanno le case editrici.
Forse il mio stile non è così vendibile come quelli che vanno oggi di moda, ma anche quei generi sono stati in qualche modo dei pionieri e si spera sempre che prima o poi si possa fare spazio per qualcosa di vagamente nuovo.
Seguiré una strada nuova è fatica e rischio. Ti fa onore. La zona di comfort è comoda ma spesso diventa una gabbia. In bocca al lupo