La chiamerò M.
Ha un marito abusante che continua a cercarla, violento, sopraffattore. Lo ha lasciato una notte in cui aveva bevuto troppo ed era certa non si sarebbe svegliato al rumore della porta chiusa dietro di sé.
Una spalla che le doleva forte e che le ha fatto decidere che no, un’altra notte come quella non ci sarebbe stata. Ha preso il caricabatterie del telefono, la collana di sua madre che lui non aveva ancora avuto il coraggio di impegnare e se li è messi in tasca. Poi ha raccolto qualche vestito, un paio di scarpe di ricambio e li ha messi nel borsone della palestra che non usava più da tempo ed è andata.
Senza avere una meta precisa.
Come M. sono molte le donne che attraversano storie simili. Per le sorelle che non hanno un posto sicuro dove stare, spesso la prima risposta è la strada.
Quando ti va bene ti è amica, con spazi di incredibile libertà e angoli bui che proteggono dagli occhi degli aguzzini ma non dai giudizi della gente, che si fa domande, elabora giudizi, ma non è mai in grado di dare risposte concrete. Gesti concreti.
Poi qualche volta va male, come è accaduto a M. E allora a quello messo nel borsone si aggiunge altro dolore.
In quel momento ha temuto di cedere, convinta che la sua disperazione non avrebbe avuto mai fine. Pensare che la vita non vale niente, che non ha mai avuto valore, perché così le ha fatto credere, per anni, e lei ci ha creduto.
In quel tempo dilatato che improvvisamente è stato suo, soltanto suo, ha pensato che se almeno avesse avuto un lavoro, uno di quelli che sudi ma poi ti basta per vivere, con uno stipendio dignitoso, forse ce l’avrebbe fatta da sola. Che una non ci pensa mai quando le cose sembra vadano bene e accetta, gradualmente, che perimetri sempre più stretti della propria indipendenza vengano disegnati, per amore, solo per amore.
Invece ha solo un lavoretto part time in quel negozio che lui conosce bene e dove non può tornare. Un lavoretto che non basta ad arrivare nemmeno alla seconda settimana ma che non importa perché tanto a te ci bado io.
Allora forse è meglio tornare indietro e sopportare.
M. ha trovato un centro che lotta ogni mese per ottenere le risorse che servono e ha ritrovato un po’ di tranquillità per curare la sua anima e il suo corpo.
La prima cosa che farà, ha giurato, sarà trovare un lavoro vero.
Come M. molte donne vittime o meno di violenza camminano da tutta la vita su un pavimento di cristallo così fragile che quando si rompe le getta nel baratro.
Questi pensieri li dedico a loro, a tutte le donne che non hanno nessun soffitto di cristallo sulla testa da rompere.
Il pavimento di cristallo
Per anni ho guardato all’insù quel soffitto di cristallo che avrei voluto rompere per salire anche io verso i piani alti, quelli dove il potere si possiede e si agisce, quelli in cui non sei la benvenuta, perché tutti i posti sono già occupati. Le femministe ne hanno fatto un mantra a ragione, perché senza le leve non si cambia una società che è basata sulla disuguaglianza, non solo di genere.
Il problema è che mentre parliamo del soffitto non ci accorgiamo del pavimento. Quel pavimento di cristallo su cui sempre più donne camminano ogni giorno, sperimentando l’assurdità di una società in cui si è povere lavorando.
Sotto questo pavimento sottile e trasparente non c’è il piano nobile del palazzo, ma un buco nero che si chiama povertà femminile e disuguaglianza, un baratro in cui sempre più donne cadono sotto le sferzate di arretramenti legislativi, tagli ai servizi pubblici, contratto a part-time “involontari” e carriere stoppate.
Quando il pavimento to fa criic
Ogni passo sul pavimento di cristallo fa un rumore secco: criic.
Una proroga di due mesi invece di un contratto stabile? Magari facciamo una pausa che tanto sto mese non c’è molto lavoro. Criic.
Un part-time flessibile “che tanto a te conviene, no? Così hai tempo per fare le commissioni ecc. tanto poi se c’è bisogno stai tranquilla che ti chiamo, ma tu non fare cazzate, eh?”. Criic.
Un servizio pubblico che chiude, un taglio al welfare, una mansione svalutata, l’ambulatorio pubblico che chiude perché tanto c’è quello privato a due passi e che fai, quando stai male mica badi alla spesa, no? criic, criic, criic e ancora criic
Quanti altri criic abbiamo sentito in questo tempo così buio? I prezzi che salgono e i salari che stanno fermi, le cose che non puoi più comprare e le cose che non avresti mai pensato di acquistare e che oggi utilizzi, perché non puoi fare diversamente, si deve pur sopravvivere.
È qui che si apre la voragine della povertà. Non quella distante, astratta, sociologica, ma quella concreta, che bussa alla porta quando il terzo contratto breve ti taglia anche l’ultimo margine di sicurezza, o quando il part-time involontario ti condanna a uno stipendio da cui non puoi scappare.
C’è un nome per tutto questo: si chiama violenza economica.
Non è solo “avere meno soldi”: è essere intrappolate in un sistema che ti toglie autonomia, possibilità di scelta, margine di negoziazione. Un modo elegante per dirti: “Puoi lavorare, ma alle mie condizioni”.
È una gabbia: silenziosa, legale, normalizzata. E come tutte le gabbie serve a tenerti ferma. Subalterna. Fragile, come il pavimento su cui sei seduta.
Se il pavimento si spacca: le radici della povertà femminile nel lavoro
Le donne sono sovra rappresentate nei settori dei servizi e del turismo, notoriamente più fragili, discontinui e con salari più bassi. Ma anche quanto a contratti a termine, intermittenti, stagionali non si scherza. Quando sentite parlare di un milione in più di posti di lavoro (cosa vi ricorda?) chiedete anche di che lavoro si tratta. Che si fa in fretta a redistribuire la povertà dal basso al basso, piuttosto che redistribuire la ricchezza.
Senza continuità, senza tutele, senza possibilità di programmare nulla, la precarietà non è più un incidente ma un meccanismo di controllo.
Chiamiamo part time involontario quel lavoro con meno di trenta ore settimanali che spesso è di sole dodici ore o anche meno, che è involontario perché le persone vorrebbero lavorare di più per ottenere più salario ma non si può. Non lo vuole l’organizzazione del lavoro, non lo vuole il bilancio economico finanziario dell’impresa, che usa la flessibilità come un pallottoliere dove a ogni pallina colorata spostata corrisponde un guadagno in più e a pagare sono le maestranze. L’arma privilegiata per far quadrare i bilanci, giorno per giorno, è il costo del lavoro. Non fisso, ma variabile, cioè da prendere e lasciare. Così se oggi non c’è da fare vai che torni domani e ti fermi e se fai qualche ora in più te la do fuori bista. Sono discorsi che di certo avrete sentito anche voi.
Altro che riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. L’orario ridotto non è una scelta, ma un’ imposizione, anche quando te la fanno passare come un’agevolazione per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. In altri termini, lavorare meno ti serve per badare alla famiglia e ai figli. La stessa trappola dello smart working o lavoro agile, di cui ho già parlato qui.
Risultato: metà orario, metà salario, intera responsabilità di mandare avanti casa, cura e lavoro.
Che poi anche se ci fosse un lavoro a parità di tutto, le donne guadagnerebbero sempre di meno, lo dicono le statistiche mica le femministe. Il così detto gender pay gap è oltre il 18%.
Dai salari più bassi alle carriere bloccate il salto è breve. Il risultato è lo stesso: difficile raggiungere indipendenza finanziaria. Il pavimento di cristallo serve per produrre fragilità, non emancipazione. E dove la fragilità serve come strumento di controllo sociale, fino a quando la pentola non scoppia.
Scoppierà? In modo civile ce ne sarebbe bisogno, ma qui si continua a pensare ad altro o a credere alle fandonie di Vespa.
Volete fare davvero qualcosa di buono? Cominciate a retribuire il lavoro di cura, che rappresenta un buon 20% dell’intera giornata.
Il pavimento di cristallo è sotto i piedi di tutte e di tutti
Torniamo a M. : per dire che il pavimento di cristallo non riguarda solo lei, è sotto i piedi di tutte e di tutti. Avrà pure un bell’aspetto ma è pieno di insidie.
La riprova che una società che cresce, che evolve, non può che partire dall’emancipazione femminile e la lotta a tutte le disuguaglianze, sta nel fatto che quando queste realtà fattuali non cambiano in meglio, l’intera società va giù, in quel buco nero di cui abbiamo parlato.
Se anche ci raccontano che tutto va bene. Se ci crediamo allora vuol dire che ce l’hanno fatta. Che sono riusciti a stendere un vecchio e bisunto tappeto colorato, su cui farci camminare nella direzione e col ritmo che decidono loro, coprendo le crepe. Fino a quando non fanno criic.
Se avete sentito anche una sola volta quel rumore, allora la questione vi riguarda. Perché quel pavimento non serve lucidarlo: serve rinforzarlo. E serve farlo subito.
La battaglia contro le disuguaglianze è questione di ciascun3 di noi
Chi di voi ha già sentito quel criic?
Siete d’accordo sulla metafora del pavimento di cristallo? (okkio che questa locuzione la brevetto :) )




“Pavimento di cristallo” è una bella metafora, rende bene l’idea della precarietà. Purtroppo la propaganda del governo parla di aumento dell’occupazione con toni trionfanti ma alla fine l’aumento riguarda spesso questi lavori part time e sottopagati. Come può una donna liberarsi dalla violenza quando non ha un lavoro (o ce l’ha ma è insufficiente a garantirle un’indipendenza economica) e dipende esclusivamente dall’uomo che la maltratta? L’Italia sta diventando sempre più un paese di precari dell’esistenza…
Più del 50% dei part time sono involontari. Praticamente la totalità della nuova occupazione è precaria. Di che parliamo! Di esistenze precarie e di grandi solitudini. So bene che non si può risolvere con un colpo di spugna questa povertà così diffusa, ma di certo bisogna cominciare. Oggi è il giorno dell’elezione di Mamdani a New York, una vittoria straordinaria da parte di un uomo schierato ed emblematico quanto a contraddizioni, come sosterrebbe Trump. Eppure si apre una speranza. La speranza che la mediazione della mediazione non funziona. Spero che questa grande lezione arrivi anche qui amica mia
Mi piace questa metafora e trovo questo tuo post davvero interessante. Se il soffitto di cristallo fa pensare a certi vertici difficili da raggiungere, il pavimento di cristallo è in effetti la dura realtà opposta cui non si pensa. Io ho un lavoro fisso, lo stesso mio marito. Siamo ottimi risparmiatori, abbiamo fatto innumerevoli sacrifici in un paio di decenni e adesso possiamo dirci a buon punto. Abbiamo faticato non poco per far quadrare i conti quando, appena sposati e per sei anni, abbiamo vissuto in una casa in affitto (nel ’97 600 mila lire erano tante), con un solo stipendio e tutte le spese cui far fronte. In particolare per chi, come noi, “emigrò” da una regione a un’altra (con costi della vita decisamente differenti). Tuttora non sprechiamo nulla. Ci concediamo belle cose, ma sempre al momento giusto e ponderate. Estingueremo i debiti fra diversi anni ma non ci lasciamo scoraggiare.
Insomma, il pavimento di cristallo non scricchiola per me, ma provengo da anni davvero difficili e con non pochi momenti di avvilimento. Tenere duro, studiare, sacrificarsi, affrontare concorsi, tentare. Per me è valso tutto questo, per tante altre persone purtroppo no. :(
Grazie @Lux! Sono lieta che il pavimento per te non scricchioli, anche se come per molte altre sacrifici ne hai fatti. Ma oggi come oggi avere una famiglia con due tempi indeterminati full time è davvero una ricchezza. E’ incredibile dover fare questa considerazione, quando il primo articolo della Costituzione parla chiaro, centrale è il lavoro dignitoso, ma guardando i dati reali dell’occupazione ci rendiamo conto che la realtà della maggioranza delle persone è un’altra. Eurostat ha appena rilasciato gli ultimi dati sui salari e sul potere d’acquisto degli italiani, ormai siamo al passo con la Grecia, con tutti i problemi che ha avuto è davvero un paragone che fa riflettere. La mia piccola ma unita famiglia conosce bene questa condizione. Se perdi un lavoro da adulto è molto difficile riprenderlo e per ottenere un sostegno dallo Stato devi essere praticamente alla miseria. Insomma, tempi duri e pavimenti di cristallo su cui fasce sempre più ampie della popolazione scivoleranno. Fino a quando? Beh, l fondo non è vicino, meglio agire prima. Reagire. Non mi stancherò mai di farlo. Mi rallegro per voi che avete realizzato importanti obiettivi e siete ancora solidi, come coppia e come famiglia. Un abbraccio
Bella l’immagine del pavimento di cristallo se non riguardasse tutti noi o meglio quella fascia debole o debolissima che sta ai piedi della piramide sociale.
Si continua a sbandierare che gli occupati crescono senza misurare la qualità del lavoro e delle retribuzioni. Però c’è qualcosa che non convince in questa narrazione visto che gli indicatori economici tendono al piatto o peggio.
Un pavimento di cristallo è pericoloso perché si sa che il vetro e in particolare il cristallo è fragile per non dire fragilissimo. Quindi chi vi cammina su rischia ad ogni passo di precipitare nel vuoto.
Come giustamente osservi, l’andamento dell’economia per la maggioranza delle persone non va per il meglio, lo dimostrano i dati della finanziaria e le scarse risorse messe a disposizione. Sempre più persone camminano su un pavimento di cristallo, le donne, certo, che sono le più colpite, ma anche molti uomini espulsi dal mercato del lavoro che perdono casa e dignità. Non so se dalle tue parti accade, ma a Torino gli homeless sono sempre di più e presso le mense caritatevoli arrivano già da tempo molti italiani, mentre prima accoglievano quasi esclusivamente stranieri. Ma la narrazione del tutto positivo continua. Queste favole mi hanno proprio stufata