È stata un’estate travolgente. Di quelle in cui capitano così tante cose che, mentre le stai vivendo, non hai nemmeno il tempo di capire bene che cosa ti sta succedendo.
Adesso che settembre è ricominciato e la vita quotidiana ha ripreso il suo ritmo, provo a guardarla un po’ da fuori, per vederla meglio.
Le cose che non avevo previsto
In questi mesi ho letto molto più del solito, questa è forse la prima cosa che mi viene da rilevare. Ho riscoperto il piacere di leggere senza necessariamente doverlo fare per lavoro, per studio, per scrivere qualcosa a mia volta.
Libri scelti perché avevo voglia di scoprirli e basta. Così ho letto E. F. Edinger, Veronica Raimo, Claudio Naranjo, Agatha Christie, Alex Michaelides e ora sto scoprendo un altro autore a me fino a tre giorni fa sconosciuto, Gregory David Roberts e Pierre Martin.
Una boccata d’aria fresca, e qualcuno di questi libri l’ho recensito sul blog, cercali nella home page.
E poi, naturalmente, c’è stato il libro. Non più scriverlo, per quello ho già dato, ma lasciarlo andare.
Questa estate è successo qualcosa di strano e sorprendente: il libro ha cominciato a uscire da me, è diventato una cosa pubblica e ha preso una tale rincorsa che faccio fatica a stargli dietro.
Ho scoperto che scrivere un libro e farlo arrivare alle persone sono due mestieri completamente diversi. Mi ero sperimentata con i romanzi, ma un saggio non è esattamente un oggetto che si mette sul tavolo e aspetta che qualcuno passi a prenderlo.
Bisogna raccontarlo. Segnalare che esiste. Scrivere alle riviste, ai podcast, alle persone che potrebbero essere interessate. Pensare a come presentarlo, a chi potrebbe leggerlo, a dove potrebbe aprire una discussione e con chi.
Ho mandato mail pensando e soppesando ogni riga. Ne ho scritte alcune che mi sono sembrate brillantissime e altre che, rileggendole, mi hanno fatto pensare: Elena, ma perché?
Ho immaginato modi per raccontarlo. Ho ricevuto richieste ancora prima che uscisse e, soprattutto, ho scoperto persone.
Questa è forse la cosa che mi ha sorpreso di più. Ho scoperto amici che non sapevo di avere, persone da cui non mi aspettavo necessariamente qualcosa e che invece si sono fatte avanti, hanno chiesto, letto, condiviso, incoraggiato, festeggiato.
Ma ho scoperto anche il contrario. Persone da cui mi sarei aspettata più vicinanza. Più affetto. Magari semplicemente un po’ di entusiasmo per una cosa importante per me. Cosa posso fare per supportare questa iniziativa?
Invece, niente.
Sì, mi ha delusa, è inutile fare finta che non sia così.
Quando raggiungi qualcosa a cui hai lavorato a lungo, inevitabilmente guardi intorno per vedere chi c’è. E qualche volta scopri che le persone che pensavi avrebbero fatto un passo verso di te sono rimaste ferme. Ma per fortuna, altre volte qualcuno che non avevi nemmeno messo in conto è lì. Magari con una parola, un messaggio, una telefonata, un gesto piccolo che ti sorprende.
Forse è una delle cose che la vita continua a insegnarci, anche quando pensiamo di averla già capita abbastanza: le persone non sono necessariamente quelle che immaginiamo.
Il pesce rosso
Quest’estate ho scoperto anche Ted Lasso e probabilmente arrivo tardi. È una serie sul calcio, mai avrei immaginato di potermici affezionare così tanto. Forse perché in realtà è molto più di una serie sul calcio. E contiene una delle metafore che mi sono rimaste più addosso: quella del pesce rosso.
Il pesce rosso secondo Ted avrebbe una memoria talmente breve da dimenticare quello che è appena successo dopo pochissimo tempo. Lasso la usa come una specie di filosofia di vita.
Succede qualcosa che non ti piace?
Pesce rosso.
Qualcuno ti delude?
Pesce rosso.
Hai fatto una figuraccia?
Pesce rosso.
Hai passato tre giorni a rimuginare su una cosa che avresti potuto dimenticare in tre minuti?
Pesce rosso, per favore!
Non significa fare finta che niente sia successo, ma imparare quello che c’è da imparare e poi non trascinarsi dietro tutto. Lasciare andare.
Mi piace, perché vale anche per le cose belle che mi stanno accadendo.
La festa per il lancio del libro
Sto organizzando la prima festa per il lancio del mio libro, La partecipazione come agente trasformativo. mappe per cambiare le organizzazioni, ben venti giorni dopo l’uscita.
Ho scelto di fare una festa e non una presentazione come prima uscita pubblica perché mi sembrava il modo più giusto per cominciare. Quando succede qualcosa di bello, secondo me, bisogna festeggiarlo, insieme alle persone con cui un pezzo di strada l’hai condiviso e vorresti che nessuno lo dimenticasse.
E poi festeggiare con quelle che ci sono state sempre e con quelle che magari hanno semplicemente voglia di condividere con te un momento importante.
Sarà il 24 settembre a Volere la luna. Alle 18. Per chi è da queste parti, siete le benvenute, care Volpi!
Poi arriverà la prima presentazione ufficiale, il 29 settembre alla Libreria Trebisonda, alle 18.00. E poi un’altra a Ivrea il 19 ottobre, presso lo ZAC.
E poi, spero, altre ancora.
Perché adesso il libro non è più soltanto mio. Io l’ho scritto, certo. Ma adesso è lì fuori. Qualcuno lo leggerà, qualcuno lo discuterà, qualcuno magari non sarà d’accordo e qualcuno ci troverà dentro una cosa che io non avevo nemmeno pensato di aver scritto.
Ed è proprio questo, in fondo, il bello che è emerso già dalle recensioni che ho ricevuto da riviste specializzate e che trovate qui.
Non si scrive solo per noi stesse
Quando scriviamo, una parte di quello che abbiamo dentro prende una forma e diventa nostra. Quando qualcuno legge, quella stessa cosa torna a essere un po’ sua.
Forse è per questo che non sono mai stata molto d’accordo con l’idea che si scrive soltanto per se stessi. Certo che scriviamo anche per noi. Perché qualcosa ci preme dentro, perché abbiamo bisogno di capire e perché una storia, un pensiero, una domanda chiedono di trovare una forma.
Ma scriviamo anche perché dall’altra parte ci sia qualcuno disposto a leggere una storia per passare un bel momento o una riflessione sul perché il cambiamento non decolla senza il contributo reale delle persone.
Quando chi legge riconosce una parte di sé, ecco che scatta l’aggancio. Allora parlare di quanto sia difficile e necessario costruire organizzazioni in cui le persone non siano semplicemente chiamate a eseguire decisioni già prese, ma possano contribuire a comprenderle, discuterle, modificarle diventa un modo per ciascuno di riflettere sulla propria condizione individuale e collettiva.
Perché un libro sulla partecipazione non può essere una semplice decorazione ma deve diventare lo strumento per trasformare le cose che ci accado intorno e dentro di noi.
Ma adesso non voglio fare una lezione sul libro! Voglio semplicemente tornare a questo spazio. A voi che mi leggete da anni, da qualche mese o magari siete capitati qui per caso.
Perché mi sono accorta che, mentre quest’estate succedevano molte cose, mi è mancato un po’ questo rapporto diretto.
Quello con le mie Volpi, dove posso semplicemente raccontarvi che cosa mi passa per la testa.
Questa volta, però, una cosa ve la chiedo io
Se il libro vi incuriosisce, se lo avete letto e vi è piaciuto, se pensate che possa interessare a qualcuno che conoscete, fatelo camminare.
- Segnalatelo.
- Parlatene.
- Fatelo conoscere a una rivista, a un podcast, a un gruppo di lettura, a un’associazione, a una libreria.
- Invitatemi, se avete un posto in cui pensate che si possa parlare di partecipazione, magari online (che bello sarebbe organizzare dei webinair!)
- Recensitelo sui vostri blog.
Un tempo non mi sarei mai osata a chiedervelo così direttamente, ma ora non mi vergogno più. Forse è un’altra delle cose che ho imparato quest’estate.
Chiedere una mano non significa avere meno valore. A volte significa semplicemente permettere agli altri di partecipare a qualcosa che per te conta.
E guarda caso, proprio questo è il tema del libro.
Per tutto il resto… Pesce rosso!
Nuota, Elena.




“Quando raggiungi qualcosa a cui hai lavorato a lungo, inevitabilmente guardi intorno per vedere chi c’è. E qualche volta scopri che le persone che pensavi avrebbero fatto un passo verso di te sono rimaste ferme. Ma per fortuna, altre volte qualcuno che non avevi nemmeno messo in conto è lì. Magari con una parola, un messaggio, una telefonata, un gesto piccolo che ti sorprende.”
Cara Elena, quando scrivi può accadere, purtroppo è così, non é detto che le persone a te vicine ti diano il dovuto supporto. A me è capitato con i miei romanzi (i primi) ne ho parlato con alcune mie amiche e nessuno ha avuto voglia di leggere il libro, tranne una che invece li ha letti tutti (comprandoli) spontaneamente. Riflettendo ho capito che non dobbiamo aspettarci attenzione da amici e parenti, non è loro che dobbiamo conquistare con i nostri libri ma il lettore sconosciuto che viene conquistato dell’argomento, dalla nostra scrittura o dalla semplice curiosità. Però tieni presente che per un saggio può essere più difficile conquistare i lettori.
Mi piace però la filosofia del pesce rosso, può essere molto rasserenante in questi tempi tormentati.
Una domanda: ho visto che nel link c’è solo il cartaceo, ci sarà anche l’ebook?
Ciao Giulia, la frase che tu hai sottolineato era una presa d’atto di ciò che accade spess. Quello che affermi è condivisibile, permettimi però di riaffermare che, almeno per amicizia o per pudore un piccolo sforzo si può fare per un’amica. Ma per fortuna il libro sta andando benissimo, oltre le aspettative. Le prenotazioni hanno mandato in tilt l’editore (prima ancora che uscisse, il 4 settembre scorso) e ha dovuto sospendere gli invii per stampare altri libri. Hai profondamente ragione su una cosa: ciò che scriviamo non ha senso resti tra la nostra stretta cerchia ma deve conquistare terreno altrove. PS: Non ho ancora affrontato con Deriveapprodi il tema ebook. Chiedo e ti farò sapere. Intanto grazie per essere passata di qui. Abbracci
Provvedo a procurarmi il tuo libro, nonostante i saggi non siano proprio nelle mie corde, e lo promuoverò come posso.
Goditi il momento, perchè il risultato del proprio lavoro creativo deve essre davvero una festa, sempre.
Cara Brunilde, sono stati giorni travolgenti di emozioni e belle compagnie e riemergo ora leggendo i vostri commenti. Grazie per quello che potrai fare. Scrivere questo libro mi ha cambiata, e le prime lettrici e lettori hanno la stessa sensazione. Spero che possa offrire un piccolo contributo anche a chi come te non ama questo genere di scritture. Un abbraccio
Bello il pensiero di festeggiare l’uscita con una bella festa, perché lo è per te e anche per chi lo ha comprato o lo comprerà.
Il passa parola è il miglior viatico per un libro. Lo leggerò, non subito, e dirò il mio pensiero.
Con il passaparola ho venduto un centinaio di libri in passato, non di più. Sembra facile, tutti dicono sì, bello, lo compro, ma poi non tutti vanno avanti. Ho imparato che va promosso, inviato a persone che possono essere interessate, devo dire che sulla promozione mi sto trovando più “comoda” con il saggio piuttosto che con i romanzi. Chissà, forse anche questo è un segno :). Grazie per la tua attenzione quando e se lo leggerai leggerò volentieri la tua opinione. Un caro saluto
Chiedere una mano è anche dare a qualcuno la possibilità preziosa di sentirsi utile. Ho già il tuo libro, lo leggerò e lo recensirò.
Sono molto d’accordo sul fatto che non si scriva (soltanto) per se stessi, anche se forse c’è chi lo fa. Per te scrivi un diario, non lavori come un matto sulle revisioni, la pubblicazione, la promozione. Immaginare che scrivere un libro e farlo arrivare alle persone sia un unico percorso non corrisponde alla realtà, per quanto io ho sperimentato. Un “buona fortuna” e un abbraccio.