A cosa serve il dolore
Crescita personale,  Storie libri e racconti

A che serve il dolore?


“Prese la parola una donna che disse: Parlaci del Dolore.
Ed egli disse:

Il vostro dolore è il rompersi del guscio che racchiude il vostro intendimento.
Come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo seme possa ricevere il sole, così dovete conoscere il dolore.
Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita, anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;

E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.
Molte pene le avete scelte voi.

È la pozione amara con cui il medico in voi cura il vostro io malato.
Fidatevi del medico e bevete il rimedio tranquilli e in silenzio;
Perché la sua mano, anche se rude e pesante, è guidata dalla
mano premurosa dell’Invisibile.
E la tazza che vi porge, anche se brucia le labbra, è stata modellata con l’argilla che il Vasaio ha bagnato con le Sue lacrime sacre.”


dal libro “Il Profeta” di Khalil Gibran

A cosa serve il dolore? Ce lo racconta Il Profeta, di Khalil Gibran

Sono grata a Grazia Gironella che ha parlato di questo testo in un suo recente articolo del blog, questo. Molte letture, in rete o di altro genere, passano attraverso i nostri sensi senza lasciare alcuna traccia.

Quanti libri o racconti avete letto e di quanti davvero ricordate qualcosa di più se non il titolo e talvolta nemmeno quello?

Così accade a me, ma non con l’estratto del racconto di Kahlil Gibran, Il profeta, pubblicato da Feltrinelli nel 2013 e tradotto da Giovanna Francesca Brambilla.

Le ragioni sono racchiuse nel tema che tratta, il dolore, in questi giorni presente in modo piuttosto persistente nella mia vita.

Un dolore che quando accade desideriamo soltanto cancellare dalla nostra esistenza e che invece il profeta, protagonista del racconto, ci invita ad accettare come parte della nostra vita, come il guscio che si rompe perché il nostro intendimento appaia. Come il seme che con fatica spacca la sua buccia perché la pianta viva.

Così il dolore porta alla luce, fa emergere ciò che dentro di noi desidera nascere e che fino a quel momento non può farlo, perché imprigionato in noi stesse.

Come un inverno della nostra esistenza che attende con pazienza l’arrivo della primavera e che nel silenzio protegge ciò che è dentro di noi per dargli presto vita.

Talvolta, come ci insegna il profeta, l’inverno non è che una stagione dell’anima che abbiamo scelto noi. Così siamo soltanto noi a poter decidere di abbandonarlo, bevendo senza indugi l’amara pozione, facendola nostra e poi lasciandola andare.

Così mi accingo a trattare la mia parte di dolore che non vuole morire. Eppure, morrà.

Come il seme muore per dare corso alla vita.


Quali sono i sentimenti che provate nei confronti del dolore?

Come siete in grado di superarlo?

E' gentile condividere
0 0 voti
Article Rating
Iscriviti
Notificami per
guest

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

12 Commenti
Recenti
Vecchi Più votati
Opinioni in tempo reale
Vedi tutti i commenti
Marina
1 anno fa

Credo sia difficile non temere la morte. Lo so che da cristiana credente dovrei vederla come il passaggio a una vita migliore (lavorando durante la vita per questo), ma non è cosa facile: sono affezionata alla vita, all’ essere qua e ora sulla terra, consapevole dell’esistenza; forse è l’ignoto che mi mette in soggezione, il cosa potrei trovare “di là”. Se guardo alla morte degli altri, la risposta è più facile: la mancanza fisica, la consapevolezza di non potere vedere mai più quella persona, l’idea di vivere solo di ricordi e non più della sua presenza nella stessa mia dimensione terrena.

Giulia Mancini
Giulia Mancini
1 anno fa

Cara Elena hai subito un lutto e il dolore ti accompagnerà per un po’, ti starà accanto in silenzio, qualche volta lo sentirai più forte, altre volte sembrerà assopito per riemergere quando meno te lo aspetti; serve tempo, almeno un anno di vita, dopo il dolore resterà lì in un angolo dell’anima insieme agli altri dolori della vita, ma tornerai a sorridere con pienezza. Parlo per esperienza personale, la morte l’ho affrontata molto presto con la scomparsa di mia madre all’improvviso, è stata la prima grande mancanza della mia vita, ma sono tornata a sorridere, abbiamo dentro noi delle grandi risorse per affrontare il dolore, anche se non lo sappiamo mai davvero finché non lo affrontiamo.

Marina
1 anno fa

Ho paura di affrontarlo e scongiuro in ogni modo il momento in cui dovesse sopraggiungere: associo il dolore alla morte, soprattutto, dunque è un dolore dell’anima (come dice sopra Newwhitebear), perché affronto il dolore fisico in maniera diversa. Però, devo dire la verità, come ormai sempre più spesso negli ultimi tempi mi piace sottolineare, ho un sistema infallibile per combattere ogni paura: ricorro alla preghiera, che mi è utile, mi aiuta, è diventata il mio rifugio irrinunciabile.

newwhitebear
newwhitebear
1 anno fa

Esiste dolore fisico e quello dell’anima. Sono due dolori diversi nella loro percezione ma ugualmente profondi. Il dolore fisico si fa fatica a conviverci, perché spesso è sordo e limita le nostre capacità. Quello dell’anima è più profondo e più difficile da accettare perché non esiste una cura che possa mitigarlo.

Brunilde
Brunilde
1 anno fa

Al dolore associo il pudore: perchè ho ben compreso come il dolore spaventi, e induca gli altri alla compassione ( sterile ) e alla fuga. Ho sempre preferito evitare, e tenere per me ciò che sento.
Vivere con pienezza il proprio dolore è un’esperienza lacerante attraverso la quale occorre passare, per uscirne poi segnati, certo, ma più profondamente sensibili e umani. E, paradossalmente, più capaci di godere di tutto ciò che la vita ci offre.
Un grande e fortissimo abbraccio cara.
E un grande abbraccio anche a Grazia: perdere un compagno di vita a quattro zampe è tremendo.

12
0
Che ne pensi? Dì la tua!x