Il quadrante di Ofman applicato alla scrittura. Definire i personaggi della storia
Scrittura

Il quadrante di Ofman e la scrittura. Definire i personaggi della storia

 

Eccoci come promesso alle prese con quanto abbiamo approfondito in merito alle nostre qualità autentiche utilizzando il quadrante di Ofman.

Se ti sei perso l’articolo in questione, prima di proseguire leggilo a questo link.

In questo articolo vedremo come utilizzare il quadrante di Ofman applicato alla scrittura. Definire i personaggi della storia e individuare le sfide che dovranno affrontare nel corso del romanzo.

 

L’idea di utilizzare il quadrante di Ofman, un coach che ha sviluppato grandi capapcità di analisi delle organizzazioni complesse e delle relazioni che intercorrono tra i loro membri, è di Arsenio Siani, che ne parla nel suo Corso di scrittura creativa. La grammatica dell’anima, un libro che consiglio disponibile gratuitamente per chi ha Kindle Unlimited.

 

 

Non è la prima volta che prendo spunto da questo testo per un articolo sul blog.

Forse ricorderete il mio racconto Sono tornato per restare

L’avevo scritto proprio seguendo il corso di Arsenio e il risultato era più che soddisfacente, per questo ho proseguito con interesse la lettura, anche se Siani non è nel radar dei blog che trattano di scrittura.

Pazienza, rimediano le Volpi 😀 

 

Nella Lezione 4 del suo manuale, Siani ci parla del punto di vista che suddivide in tre categorie:

  • Grammaticale con cui si indica la posizione assunta da chi racconta la storia. Prima persona singolare, terza persona singolare, terza persona plurale. Per qualche ragione omette la seconda persona singolare, punto di vista più complicato da rendere, d’accordo, ma senza dubbio nelle disponibilità del narratore e assai originale.

 

  • Stilistico che riguarda la scelta delle parole, la sequenza della narrazione, l’intreccio, ovvero il modo in cui l’autore scandisce la storia.

 

  • Straniante che considera la combinazione tra punto di vista grammaticale e stilistico. E’ il narratore onnisciente, l’estraneo, l’alieno che osserva stranito la nostra storia e la narra così come la vede, senza tentare di comprenderla o, peggio, giudicarla.

 

La sua classificazione dei punti di vista a mio avviso è troppo scarna, ma qui mi interessava proporvela per rendere esplicito come ciascuno di noi abbia una sua idea più o meno precisa di cosa sia il punto di vista e accidenti, non c’è verso di avere due versioni coincidenti!

Tornando al racconto che citavo sopra, Sono tornato per restare, il punto di vista che ho assunto per la narrazione è quello di Marco, figlio scapestrato di una copia borghese che decide di tornare a casa, questa volta forse per davvero, dopo una vita passata in balia della droga e della delinquenza di strada.

L’ho raccontato in terza persona, come narratrice affatto estranea al contesto. Non solo lo conoscevo, ma in qualche modo parteggiavo per lui, il mio protagonista.

Capita, non è così?

Se avessi scelto la seconda persona tutto ciò sarebbe stato ancora più evidente, ma non mi sono mai cimentata con questa modalità di scrittura, chissà, un giorno dovrei proprio provarci.
E voi? Ve la cavate con il tu?

Se avessi scelto, come probabilmente qualcun altro avrà fatto, di narrare lo stesso episodio attraverso l’uso della prima persona, quella della madre o del padre ad esempio, di certo il senso del racconto sarebbe cambiato e forse, anche il suo epilogo.

Ma questo cambiamento dipende dalla scelta del punto di vista oppure dal nostro grado di coinvolgimento nella storia?

 

Immaginazione vs fantasia

 

Il protagonista di “La mia vita di uomo“, di Philip Roth, insegnante di scrittura creativa, a un certo punto intima ai suoi allievi:

 

Non potete limitarvi a propinare le vostre fantasie chiamandole “finzione”.

Dovete basare i vostri racconti su ciò che conoscete.

Attenetevi a quello

 

Accidenti se è un buon consiglio, tutti noi dovremmo seguirlo.

Ma come possiamo evitare che le nostre storie siano semplici ripetizioni di ciò che abbiamo osservato?

Come possiamo superare le nostre fantasie, intese come la capacità di collegare qualcosa ad un’altra come libera associazione di idee, come saggiamente suggerisce Giulio Mozzi nel suo Oracolo manuale di cui ho parlato in questa Pillola, e farle diventare immaginazione?

 

Cos’è l’immaginazione?

 

L’immaginazione è la capacità di costruire nuovi mondi partendo da ciò che conosciamo.

Non è la semplice ripetizione, ma il motore del processo creativo, la creatività in sé, la mente che si libera e scompone e ricompone ciò che già conosce per creare qualcosa di nuovo.

L’immaginazione è ciò che osserviamo, arricchito da ciò che siamo in grado di inventare.

Cambiare il punto di vista di una storia o di una nostra osservazione ci aiuta a dare corso a questo delicato quanto fondamentale processo creativo.

 

 

Il quadrante di Ofman applicato alla scrittura. Definire i personaggi della storia

 

Nell’articolo della scorsa settimana abbiamo fatto un piccolo esercizio parlando di noi e della nostra qualità autentica.

Oggi parliamo di un argomento correlato: Il quadrante di Ofman applicato alla scrittura, e, più nel dettaglio, ai personaggi delle nostre storie.

 

La fase della costruzione del personaggio è la più divertente, non c’è alcun dubbio.

“Lui” o “lei” ci piombano davanti e poi ci restano appiccati per giorni fino a quando non diamo loro un’identità, un aspetto, un carattere, un difetto, e via dicendo.

Il processo di creazione del personaggio principale della nostra storia è, per quanto mi riguarda, la parte più appassionante dello scrivere.

 

Leggi anche Come creare le voci dei personaggi di una storia

 

Per evitare che somigli a ciò che siamo noi stessi o sentiamo noi stessi però, occorre lavorarci sopra, scomporlo e ricomporlo.

In una parola, osservarlo da un altro punto di vista.

Osservare i suoi movimenti, le sue qualità, i suoi tic, le sue abitudini.

 

L’esercizio che vi propongo oggi ci aiuta ad allontanarci dal nostro personaggio, e a dipingerlo esattamente come dev’essere e non come vorremmo che fosse.

Lo so, è difficile. Il protagonista è un po’ come un figlio. Allontanarci da lui/lei sfida la nostra emotività e il grado di affezione che proviamo.

Può anche farci male.

Ecco perché uno strumento neutro come il quadrante di Ofman può aiutarci.

 

 

Esercizio pratico di applicazione del quadrante Ofman: i personaggi

 

Proviamo ad applicare il quadrante di Ofman per definire la curva di evoluzione del vostro personaggio.

Sappiamo che per funzionare il nostro protagonista deve subire un’evoluzione, un cambiamento, crescere.

Quanto più è dolorosa e difficile la sfida, tanto più i nostri lettori saranno coinvolti nella storia.

 

Scegliamo uno dei personaggi che abbiamo definito o su cui stiamo lavorando, il nostro preferito. Può anche non essere il protagonista.

Riprendiamo il foglio di carta su cui avevamo lavorato la settimana scorsa. Lo avete conservato?

Si tratta di un semplice incrocio di assi cartesiani, per definire quattro quadranti di uguale ampiezza.

E ora, pensando al vostro personaggio e al suo percorso di crescita, cominciamo a giocare.

 

Le qualità autentiche di Ofman

 

Nel quadrante superiore sinistro scrivete la caratteristica positiva del vostro personaggio, ovvero la sua qualità autentica.

Dev’essere qualcosa di positivo che lo/la contraddistingue, ad esempio la gentilezza, l’umanità, la simpatia, la generosità.

Qualunque cosa sia andrà bene, non preoccupatevi.

 

I limiti

 

Nel quadrante in alto a destra invece scrivete i limiti di questa caratteristica.

Ovvero come ciò che consideriamo positivo del nostro personaggio possa diventare un limite, una zavorra, o, nell’analisi di Ofman, la sua trappola.

Per il nostro personaggio cominciamo a intravedere un conflitto, non trovate?

Avremmo così una serie di opposizioni:

gentilezza/scontrosità, umanità/egocentrismo, simpatia/antipatia, generosità/avarizia, e via dicendo.

Scrivete senza giudicare e dettagliate bene le caratteristiche dell’una e dell’altra e i riflessi sul suo comportamento.

 

La sfida, ciò che la trappola insegna ai personaggi

 

Subito sotto la trappola, nel quadrante in basso a destra, fate un piccolo sforzo per individuare quale insegnamento positivo può consegnare al vostro personaggio la caratteristica negativa che gli avete affibbiato e che sta scritta nel quadrante superiore destro.

Certo, supponendo che si tratti di avarizia, risulterebbe piuttosto antipatico e meschino, ma se quella negatività fosse presa in piccole dosi, potrebbe apportare benefici al personaggio?

Se sì, quali?

L’avarizia porta a tenere per sé tutto ciò che di valore abbiamo. Il nostro personaggio potrebbe avere un tesoro che, al momento giusto, potrebbe essere messo a disposizione di qualcuno che ne ha bisogno. Un gesto che redime, non vi pare?

Ma andiamo avanti, che immagino avrete già inteso quali opportunità può offrirci questo “gioco”.

 

Nel quarto quadrante scrivete i pregi che la caratteristica oscura potrebbe portargli.

In questa fase cominciamo a intravedere il processo di maturazione del personaggio, ovvero la sua sfida personale.

Incontra l’opposto, prende ciò che di buono può dargli, e lo porta dal lato del bene.

 

Non so se ora scrivere la vostra storia si diventato più semplice, ma certo il quadrante di Ofman offre una moltitudine di opportunità che possiamo indagare facilmente.

Grazie a Arsenio Siani per averlo intuito!

 

E voi care Volpi, che ne pensate?

Provereste un metodo come questo per disegnare l’arco di evoluzione del vostro personaggio?

 

9 Comments

  • Rebecca Eriksson

    Proverò ad applicarlo, ma come Barbara probabilmente anche con me è destinato a fallire.
    Invece non riesco proprio ad immaginare un’intera narrazione in seconda persona singolare. Mi risulterebbe veramente troppo strana.

    • Elena

      Ciao Rebecca, sulla seconda persona sono d’accordo con te. So che @Sandra ne è una fan e credo che abbia un non so che di speciale che di sicuro attirerebbe il lettore meglio della solita narrazione onnisciente in terza. Però provandoci ho trovato tali e tante difficoltà che ho desistito. Mi pare alla fine che possa apparire addirittura piatta e monotona. Ho sperimentato un pò, e alla fine ho scoperto di essere una tradizionalista. Pazienza 😉

  • Barbara

    Probabilmente funziona benissimo… con qualcun’altro. 😀
    Già non riesco ad applicare a me stessa questo quadrante di Ofman, non trovando un’unica qualità eccelsa da cui partire. E’ il problema delle persone poliedriche (o gli Slashers come li chiama Montemagno), che si applicano in molteplici direzioni e non hanno una caratteristica prevalente. Io purtroppo sono poliedrica, non me lo dico io perché fa figo, ma mi è stato ripetuto sovente da psicologi del lavoro e selezionatori con sui ho avuto un colloquio per un impiego, la poliedricità traspare dal mio curriculum (io l’avrei chiamata piuttosto creatività senza confini…).
    Tra l’altro, come mi spiegò un amico matematico, ragionare per quadranti in un ambito diverso da quello scientifico rischia di incapsulare le idee in confini troppo definiti, netti. Mentre nell’asse delle x e delle y ci sono anche i valori vicini allo zero e agli assi stessi o quelli più lontani. In matematica esistono diverse sfumature, ma quando usiamo un quadrante a livello creativo ci viene troppo naturale mettere quella caratteristica al perfetto centro di ogni quadrato.
    Probabilmente è un buon metodo di partenza, per chi si avvicina alla scrittura da completo neofita, oppure per chi attraversa il blocco dello scrittore e tutto fa brodo. Ma lo prenderei con le pinze quando si vogliono dei personaggi “ricchi”. 😉

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