Imbastire un romanzo, come una sarta
Scrittura

Imbastire un romanzo, come una sarta. Provateci così

Lo so, scrivere ci piace e non riusciamo a farne a meno.

Dedichiamo le ore rubate al sonno o alle relazioni sociali, alcuni di noi tentano di farne una professione, un lavoro.

Per altri rimane solamente un hobby.

Ma la scrittura non è solo passione, è arte.

Richiede competenze, abilità, talento.

Attenzione, studio, pratica continua. Manualità.

Imbastire un romanzo, come una sarta è il punto di partenza.

 

Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio;

un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano;

un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista.

San Francesco d’Assisi

 

E voi, cosa avete deciso di diventare?

Un operaio, un artigiano, o un’artista della scrittura?

Se la risposta è quella che immagino, allora forse dovete cominciare a imparare da una sarta.

Da una sarta, sì.

Perché a chi scrive, una sarta ha molto da insegnare.

 

Imbastire un romanzo, come una sarta

 

Forse pensate che io stia scherzando, o che questa settimana di Coronavirus mi abbia fatto partire la testa.

Nessuna delle due ipotesi è vera.

Sono serissima.

Quando penso a come imbastire un romanzo, la prima cosa che mi viene in mente è il lavoro di sartoria, che ho imparato rubando il mestiere a mia madre che a sua volta lo aveva imparato dalla sua.

Il lavoro di scrittura è un lavoro sartoriale, progettato a pennello su un cliente ideale, il lettore.

Fatto con tutto l’amore che un artigiano come il sarto puo’ offrire e con il tempo e la calma che richiede.

Scrivere e prendere lezione da una sarta.

Ecco cosa troverete in questo post.

 

Scrivere, un lavoro sartoriale

 

Ho una certa confidenza con il lavoro manuale.

Mi piacciono i ricami, il refashion, cucire e lavorare a maglia.

Qualche volta mi sono cimentata con il trapano e il pennello, i lavori che ho realizzato non sono venuti poi così male.

Per un’autodidatta, va più che bene.

Si può dire che sono un’artigiana in molte cose, compresa la scrittura.

Ma quando ho conosciuto per la prima volta la frase di San Francesco d’Assisi, mi sono resa conto che la ia vita mi chiedeva di più.

Che dovevo fare un passo in avanti e che avrei dovuto scegliere gli ambiti delle mie passioni e diventare, in ognuno di essi, un’artista.

Ci ho provato anche con la scrittura.

Ho lavorato, letto molto, mi sono cimentata con prove che non consocevo.

Poi sono tornata alle origini, ai giorni in cui la parte creativa di me è esplosa, i giorni della mia adolescenza.

Mentre studiavo e mi prepararvo alle sfide della vita, quattro cose occupavano il mio tempo: il volontariato, lòa lettura, i lavori così detti dìfemminili, la scrittura.

Non voglio scrivere che facevo la sarta perché è ben lontano dalla realtà.

Ma che confezionavo alcuni miei abiti sì.

Così, tornando alle radici della mia scrittura (ve le ho raccontate qui) ho pensato che la sarta avrebbe molto da insgnare a noi scrittori.

 

Imbastire, come fanno le sarte

Il lavoro di una sarta è più o meno questo:

  1. dapprima occorre immaginare il modello dell’abito da realizzare
  2. poi bisogna disegnarlo, ovvero progettarlo
  3. prendere le misure a chi dovrà indossarlo
  4. disporre la stoffa su un tavolo piano, ben distesa, per osservarla meglio
  5. appoggiare sul tessuto il nostro cartamodello, ovvero il nostro progetto
  6. disegnare con il gessetto i contorni
  7. tagliare la stoffa di troppo
  8. imbastire l’abito
  9. farlo indossare per vedere se funziona o se c’è qualcosa da modificare
  10. infine, cucirlo, stirarlo et voilà, consegnarlo a chi di dovere.

Si può stare al gioco, immaginando di sostituire all’abito imbastito il vostro manoscritto.

E per partire con il nostro gioco, occorre …

 

… trovare l’idea giusta

 

Le idee sono il fondamento della nostra passione e dell’arte della scrittura, ne ho parlato qui, discutendo di come diventare una scrittrice migliore.

Proteggetele.

La ricera dell’idea da cui cominciare è forse la parte più divertente, ma anche più frustrante, specie quando questa idea non arriva, e non sappiamo come andare a cercarla.

Non sono tra coloro che ritengono di utilizzare espedienti vari per trovare un’idea, ritengo piuttosto che debba essere l’idea a raggiungerci, perché amo l’autenticità.

Ma per fare in modo che lo scrittore sia pronto a catturarla occorre essere allerta.

Voi lo siete abbastanza?

Se vi sentite in difficoltà da quetso punto di vista, ho solo un suggerimento, piccolo piccolo:

scrivete di tutto ciò che vi accade intorno e

cimentatevi con qualunque tipologia di contenuto.

Avete sempre scritto racconti? Bene, cimentatevi con un romanzo.

Siete dentro il tunnel di un genere e non riuscite ad uscirne?

Bene, cimentatevi con una storia che appartenga a un genre totalmente differente.

Provate! Lo so che spaventa, ma dovete almeno provarci!

Potreste scrivere un saggio o un tutorial e magari pubblicarlo sul vostro blog o descrivere un evento particolare di cui siete testimoni come farebbe un buon giornalista.

Fatelo. Sfidate voi stessi, cambiate!

 

Come trovare l’idea

Aveva visto in faccia l’amore, ne era certa.

Lo avrebbe riconosciuto di nuovo

Così passano le nuvoleElena Ferro

Per scrivere di qualcosa che amiamo occorre averlo vissuto.

Nessun sentimento, emozione, situazione reale riesce ad esser descritto con chiarezza e autenticità se non è stato vissuto in prima persona.

Ci sono scrittori che ritengono sia sufficiente una ricerca su Google per essere in grado di parlare di qualcosa di cui non hanno mai avuto esperienza.

Io lo considero un rischio, al pari di rivolgersi a una fattucchiera.

 

Se non siete disponibili a vivere la vita più che potete con intensità e partecipazione, scrivere non ha alcun senso.

Il mito dello scrittore eremita che vive chiuso nella sua casa di campagna e scrive come un matto tutto il giorno è appunto un mito.

Lo scrittore è un artista e come tale interpreta una realtà che conosce bene.

Dunque non possiamo a mio avviso scrivere di qualuqnue cosa, ma solo di ciò che consociamo bene e abbiamo vissuto direttamente.

Lo scrittore a mio avviso vive le migliaia di vite che ha intorno, le porta tutte su di sé come uno zaino stracolmo di doni, ne narra gli aspetti più acuti, altri li tiene per sè o per una prossima volta.

Lo scrittore ha un urgenza: comprendere la vita fino in fondo.

Dunque vivete, senza domandarvi il perché.

Vivete e basta.

E se qualcuno dovesse proporvi qualcosa di inatteso e inaspettato, che so, un’esperienza o un’uscita non programmata, accettate e assaporate il gusto dell’imprevisto.

Sapevate che il cervello si sviluppa più armoniosamente se vi allenate a superare le abitudini e a confrontarvi con cose distanti da voi?

Io l’ho fatto con questo racconto, e mi pare sia andata alla grande 😉

Crescete, dunque.

Più crescerete come persone più potrete crescere come autori.

Vivete e lasciate vivere gli altri intorno a voi

La scrittura o è autentica o non è.

 

Strumenti per “salvare l’idea”

Temete di non ricordare gli abbozzi di idee che via via sopraggiungono?

Viaggiate con un piccolo notes dove segnare tutto, ma proprio tutto, ciò che vi viene in mente da scrivere.

Oppure usate lo strumento “registratore” del vostro smartphone con cui fissare subito le idee che vi vengono, proprio come le pensate e mentre le pensate, ad alta voce.

Poi le trascriverete, sul vostro taccuino.

Persino i sogni sono una buona fonte di ispirazione.

Tengo sul comodino una moleskine dove annoto ciò che di tanto in tanto il mio bravo inconscio vuole suggerirmi.

Altro su come scrivere?

La cassetta degli attrezzi dello scrittore

 

Progettare una storia, come un cartamodello

Al pari del sarto che progetta l’abito sulla carta velina, così lo scrittore progetterà la sua storia a tavolino, avvalendosi di tutti gli strumenti che ha a disposizione.

Partità dall’idea, si porrà le domande giuste, deciderà il momento storico in cui dovrà esplicitarsi e i luoghi che essa attraverserà.

Immaginerà i personaggi e deciderà il protagonista che poi via via presenterà al lettore.

A meno che, come accade spesso, non sia proprio il protagonista a decidere per sé.

Poi sceglierà la voce narrante e definirà un indice o una sequenza di eventi che definirà l’intreccio.

Avrà l’intero romanzo concepito nella sua testa e lo tratteggerà, con il suo gessetto, sulla stoffa intonsa che è il canovaccio dell’autore.

Taglierà ciò che è di troppo, limiterà al minimo l’uso degli avverbi.

 

Ho fatto molta fatica a limitare l’uso degli avverbi, ho l’abitudine di usarne tanti.

Ma un avverbio nasconde ciò che non riusciamo a descrivere, appesantisce il narrato e denuncia errori di progettazione e di scrittura.

Tutti ne abbiamo alcuni cui siamo affezionati.

Basta inserire l’ultimo che abbiamo utilizzato nel motore di ricerca del programma di scrittura che utilizzate e attendere il risultato.

Non soprendentevi,  normale trovare anche molte decine di ripetizioni in uno stesso testo.

Sono certa che saprete sostituirli.

Leggete molto.

Senza leggere e osservare gli altri abiti come sono tagliati e quali modelli si utilizzano, non sarete in grado di fare del vostro un abito fuori dal comune.

Leggere è importante perché la scrittura, cambia, evolve, si trasforma, con moto perpetuo.

Anche la vostra scrittura deve evolvere, insieme a voi stesse.

 

Ascoltate che cosa ha da dirvi il cliente dell’atelier: la vostra beta reader

 

Prima o poi vi capiterà di sentirne il bisogno.

Una/un beta reader è qualcuno che legge il vostro manoscritto con affetto e senza penna rossa in mano.

Non lo conosce affatto e lo leggerà con tutto lo stupore di una prima volta.

Vi terrà per mano e si affezionerà al vostro lavoro, evidenzierà le parti del testo che non funzionano o errori che a voi sono completamente sfuggiti.

Se volete capire meglio cosa fa un beta reader, allora leggete questo articolo, in cui vi parlo della mia esperienza con Nadia di Svolazzi e scritture.

Dolcissima e spietata (ma così dev’essere).

Ma prima, siate voi stesse ad ascoltare il vostro testo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa da una lettrice forte di questo blog, Luz di Io, la Letteratura e Chaplin, che ha commentato il mio ultimo racconto “Sono tornato per restare”  dicendo che ne aveva recitato il testo e , a suo avviso, funzionava (lei è una regista di teatro molto brava, doppio gulp quindi).

Questo complimento, molto lusinghiero, mi ha fatto riflettere su una cosa che conosciamo bene: la musicalità delle parole e l’importanza del ritmo nella scrittura.

Perciò, quando pensate di aver raggiunto una forma soddisfacente per il vostro testo, stampatelo, leggetelo nella vostra mente, apportate le necessarie correzioni e poi leggetelo ad alta voce.

Non avete idea di come cambia l’impressione, pur buona, che ci aveva fatto in precedenza.

 

Non mollate, specie se avete sbagliato a “progettare il modello

Semplicemente, mettelo in prova e se qualcosa non va, cambiatelo.

Non scoraggiatevi!

Scrivere è un lavoro complicato, pieno di soddisfazioni ma anche di dure sconfitte e di intenso lavoro.

Per questo non basta la passione, ma occorre mestiere.

Un mestiere artigianale, però.
Che la scrittura creativa ha bisogno di quetso, spintaneità e autenticità.

Scrivere è un gesto di libertà, non dimenticatelo.

Siamo giunti alla fine della riflessione di oggi.


Avete mai provato a imbastire un romanzo, come una sarta?

Vi sentite più artigiani, artisti o semplici scribacchini?

 

21 Comments

  • Alex

    Ho trovato molto interessante la questione del passaggio dalla prima alla terza persona.
    Ho cercato di applicare le tue regole ma poi ho constatato di non averle recepite. Potresti fare un esempio?

    • Elena

      Ciao Alex, benvenuto nel blog. A quali regole fai riferimento? Di passaggio da prima aterza persona ho parlato in u altro articolo, ma non vorrei aver capito male io la domanda … 🙂

  • Barbara

    Tu non lo sai, ma con questo post mi colpisci al cuore… 🙂
    Sono figlia di sarto, diplomato alla scomparsa scuola Ligas di Torino, taglio e cucito di eccellenza prima che arrivasse la produzione di abbigliamento industriale. Ora è in pensione, ma era uno dei pochi ad avere una vera sartoria in città, di taglio esclusivamente maschile (poi adattato al femminile). Gli ultimi anni arrivavano dall’estero per avere i suoi vestiti su misura. E sai la cosa divertente? Quando chi lo vedeva cucire a mano a velocità impressionante e chiedeva come facesse, lui rispondeva “Io non sono un sarto, io sono un’artista!”
    E no, di sicuro non ha mai letto Francesco d’Assisi! 😀
    Quando il mio ex capo durante una presentazione aziendale disse “Noi non siamo consulenti informatici, noi siamo sarti, i nostri progetti sono fatti su misura del cliente”, io risposi “Ah bene, sarà contento mio padre di avermi fatto studiare così tanto per poi fare il suo stesso lavoro…” 😀
    Che poi anche mia madre si arrangiava con qualche lavoretto di cucito, con la sua minuscola Pfaff: accorciare, restringere, cambiare cerniere, qualche gonna semplice… Tutto quello che mio padre si rifiutava di fare, “perché lui è un’artista!”
    E adesso tu mi parli di imbastire un romanzo…
    Non potremmo invece prendere in considerazione che so… la scultura? O la pittura? Anche loro partono dalla bozza… 😉

    • Elena

      Possiamo prendere in considerazione qualunque arte Barbara. Ma io ho fatto riferimento alla sartoria, non perché sia brava, ma perché mi è molto familiare. Ho imparato da mia madre tutto quello che so e oggi sono orgogliosa di saper attaccare un bottone o fare un orlo a mano. Una sorta di eredità che non vuole morire, che resiste, non so se sia arte la nostra, la ia no di sicuro, ma artigianalità sì. E mi rende orgogliosa. Perché ogni piccolo passo mi riporta indietro al mio passato di giovincella. Studiavo, mi divertivo, facevo volontariato, lavoravo. E cucivo. Ho un bel ricordo e ho coluto condividerlo con voi. Sono sorpresa della carriera di tuo padre e della sua formazione, proprio nella mia città! Non avevo mai sentito parlare di questa scuola di cucito e taglio professioanle così famosa. Sono felice di averlo scoperto e di averti fatto ricordare spero qualche tratto piacevole del tuo tempo che fu. Abbracci

  • Luz

    Uh, mi ritrovo citata e lusingata non poco. Vabbe’, senza autoincensarmi, ho sempre dichiarato di essere una lettrice difficile. O meglio, probabilmente col tempo sono diventata molto, anzi forse troppo, esigente. Non c’è più l’energia di un tempo per gettarsi anche in letture poco piacevoli ed estenuanti, leggo quello che mi piace… e nel tuo racconto, ribadisco, c’è qualcosa che funziona molto bene.
    Quanto alla bella metafora della scrittura come lunga e articolato lavoro di imbastitura… concordo perfettamente. Bisogna ripercorrere molte volte quello che si scrive, fermo restando che, se alla base di questa metafora c’è un gran lavoro di pianificazione, a volte val bene anche quell’istinto dello scrivere, anche se non ci esime dal ripercorrere per lavorare di cesello.
    Sullo scrivere di quello che si conosce… sì, se si fa genere mainstream. Oppure se semplicemente si scrive di un ambito in cui si è fatta esperienza, che si vive in prima persona (io per esempio potrei scrivere un racconto su una prof, oppure su un’attrice o un attore e magari mi verrebbe anche piuttosto bene). Però vale anche prepararsi bene, studiare, per mettere in piedi un romanzo storico, genere insidioso e molto difficile. Insomma, vale l’esempio del buon vecchio Salgari. 🙂

    • Elena

      @Luz sono cresciuta sentendo mio pare tessere le lodi di Salgari. Quando lessi il primo racconto, non riuscivo a credere che non avesse mai visto una tigre in vita sua! Talento, si chiama talento e buona immaginazione. Quanto all’annoso dilemma tra programmazione e improvvisazione, le opinioni sono molto polarizzate. Io credo che un tessuto che duri nel tempo debba essere di qualità e avere una buona trama, per restare nella metafora. I guizzi però sono occasioni speciali per lasciarsi trasportare e suggerire dal nostro vecchio e buon istinto… O vissuto, se preferisci. Grazie ancora per le tue belle parole. Buona domenica

  • Maria Teresa Steri

    Quando avevo più o meno diciotto anni, ho attraversato anche io una fase da sarta, ovvero mi piaceva farmi da sola alcuni indumenti. Non sono andata molto lontano, giusto qualche vestitino semplice e delle gonne, però era esaltante!
    Mi piace comunque il tuo paragone e il tuo metodo, benché dubiti di poterlo applicare al mio approccio alla scrittura. Per dire, fare il cartamodello all’inizio implica avere un’idea molto precisa sui contorni della trama, cosa per me attualmente impossibile. Diciamo che una volta tagliata la stoffa, non si torna indietro. Invece io sento l’esigenza di costruire la storia passo passo, perché inizialmente ho un’idea molto generale, paragonabile all’idea di fare una gonna piuttosto che un abito da sera…

    • Elena

      Passare da un abito a una gonna è fattibile, il problema è agire al contrario. Quando si ha un’idea minima è poi si vuole arricchirla in seguito di particolari, si rischia di fare dei “tacun” (dal piemontese toppe). Le aggiunte si sentono sempre
      È quest’ora il difficile : partire da un ricco godé per arrivare a una gonna che stiamo bene è un lavoro di tagli, appunto, non di aggiunta. Ma questa è solo la mia opinione. Bentornata MT!

  • Grazia Gironella

    Il termine “artista” mette decisamente soggezione, anche se non ci si dovrebbe spaventare di parole che sono etichette. Artigiana sì, senza dubbio, ma senza pormi limiti. Chissà cosa c’è dentro di me, e cosa ne farò. Sarà un bel viaggio.

    • Elena

      Eh sì, anche a me il termine artista mette soggezione. Forse un vero artista non perde tempo indefinizioni, ma agisce e basta 😉 Il tuo viaggio è ricco di tappe @Grazia. Ogni tanto ti fermi un po’ di più e ci lasci una traccia di essa nei tuoi romanzi. Buona domenica

  • Banaudi Nadia

    Mi piace molto la tua analogia. Mia madre, anche se non sarta sa da sempre cucire molto bene e spesso mi accorgo che quello che ha reso eterne le sue creazioni è stata la preparazione attenta e puntigliosa dell’imbastitura, cosa che invece a me annoia a morte. Forse è il mio tallone d’achille.

    • Elena

      AHHHHHHH. Beccata! La cosa che detestavo di più è proprio l’imbastitura, per anni ne ho fatto a meno (con danni evidenti sui lavori eseguiti). Chissà che questo non ci dica anche qualcos’altro? Forse è la ragione per cui ora sono più attenta a tutte le fasi. Un tempo, come ho scritto nella risposta al commento di @Marco, improvvisavo di più, mi lasciavo scrivere. Ora devo almeno avere tre punti saldi: da dove parto, dove voglio arrivare e il climax nel mezzo. Tu come lavori? Buona domenica

  • Giulia Lu Dip

    Mi piace la definizione di San Francesco, io scrivo soprattutto con il cuore poi ci metto anche il cervello, altrimenti uscirebbero scritti deliranti. Capisco molto bene il lavoro di “sartoria” avevo una zia sarta e mi incantavo a osservarla quando ero ragazzina.

    • Elena

      Ho sempre adorato questa professione, poi la vita mi ha portato invece a lavorare con il cervello e con il suore, lasciando le mani a riposo. Forse ne sento la mancanza e per questo di tanto in tanto mi dedico a sedute serali di refashion o modifica di abiti vecchi o che non uso più. Mi diverte donargli nuova vita, fosse anche solo per un’uscita. Ma con la scrittura non mi comporto così. Non riciclo mai. Se una cosa funziona, funziona. Altrimenti la lascio cadere. resta sempre un utile esercizio… Buona domenica

  • newwhitebear

    non sarò mai un sarto perché non ho la pazienza di fare quel lavoro di ncesello. Per scrivere sono ruspante. Trovata l’idea, penso al finale e a testa bassa per arrivare dove avevo in mente di arrivare.

  • Sandra

    Da figlia di sarta molto capace, le proposero di lavorare per Valentino e lei rifiutò, conosco benissimo i passaggi che citi, ho vissuto in mezzo alle stoffe e io.. non so attaccare neppure il classico bottone (metaforicamente invece sono bravissima a farlo). Però trovo che ci sia un’interessante sovrapposizione tra le due arti. Personalmente mi sento un’autrice, vivo sempre all’erta per captare qualcosa che potrebbe dare il via a una storia scrivibile.

    • Elena

      Ciao Sandra, conosco quell’attitudine, quell’apertura alle storie che circolano nell’etere e che attendono solo di essere raccontate. Una “mania” che immagino molti di noi condividano. Spesso mi mette in difficoltà, eprché per quanto mi riguarda il problema è sempre selezionare le idee, non certo averne. Ma vivere in una sorta di narrazione continua è davvero bellissimo. C’è il rischio che ti porti altrove, ma mi sento di correrlo. Buona domenica

    • Elena

      Ciao Marco, i primi componimenti erano proprio così. Mi lasciavo condurre dalla storia e dai personaggi che pian piano venivano fuori e volevano esprimersi, per così dire. L’ultima stesura invece è andata in modo diverso. Ho imbastito, cucito, rivisto e poi provato a indossare. La libertà nello scrivere è un bene prezioso ma a volte può generare confusione…

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