Femminile, plurale

“La ragazza azzurra”. Nuovo racconto per Storie di donne

Torna Storie di donne, con un racconto dell’ospite privilegiata della rubrica, Brunella Borsari, avvocata e scrittrice bolognese, amica e sodale del blog delle Volpi (il suo ultimo romanzo lo trovate qui) .

Il racconto, scritto in presa diretta in esclusiva per noi, tratta un argomento molto forte: lo sfruttamento della prostituzione e la condizione femminile nelle carceri.

Il racconto si intitola La ragazza azzurra. Ho scelto di farne anche il titolo del post perché questo titolo ha il potere di rappresentare la speranza anche là dove spesso è difficile vederla.

Una ragazza azzurra come un cielo capace di esistere e di attenderci, anche al di sopra delle nuvole.

Grazie Brunella per essere di nuovo tra di noi!
A tutte le Volpi, buona lettura!

Storie di donne: “La ragazza azzurra”

La ragazza azzurra

Non ero mai stata né appassionata né ferrata in materia penale, i detenuti incatenati che vedevo sfilare nei corridoi del Tribunale mi facevano impressione, ma per il sacro fuoco di cui sopra volevo mettermi alla prova. Iniziai con le difese d’ufficio e mi beccai una sfilza di tossicodipendenti, io che non mi ero mai fatta neppure una canna. Un giorno, finalmente qualcosa di diverso: avevano arrestato una ragazza dell’est, non ricordo il capo di imputazione ma c’era di mezzo un coltello.

La incontrai nei corridoi, davanti all’aula in cui avrebbero convalidato l’arresto, indipendentemente dai miei sforzi. Era pieno inverno e faceva molto freddo, io indossavo pantaloni di panno, scarponcini, un pellicciotto. Lei aveva diciannove anni ed era bionda, minuta, magrissima, con la pelle diafana: sembrava azzurra. Indossava un giubbottino e una minigonna cortissima, le calze erano sottili e trasparenti, e ai piedi aveva un paio di scarpe scollate, coi tacchi altissimi, uno dei quali si era rotto e la costringeva a claudicare.

Pensai che dovesse avere un freddo terribile. Mi chiese subito di quanto sarebbe stata la cauzione da pagare per uscire , cercai di spiegarle che in Italia la cauzione non esiste. Capì che sarebbe tornata in galera, fece l’udienza senza battere ciglio, anche quando il Giudice le chiese la professione rispose indifferente “Prostituta“.

Sapevo che non l’avrei più vista, avrebbe nominato un avvocato di fiducia ( uno di quelli del suo racket ) , si sarebbe fatta un po’ di carcere e sarebbe tornata in pista appena fuori.

Se fossi nata in un villaggio dell’Ungheria, o della Polonia, come lei anch’io avrei fatto la fame, avrei subìto le attenzioni di un patrigno, di un cugino o di qualcun altro, e avrei colto l’occasione di scappare senza starci troppo a pensare. E sarei stata al suo posto, a prendere freddo, legata a protettori violenti e in balia di clienti a volte pericolosi. Si, decisamente anch’io mi sarei portata un coltello .


L’agente P

Cominciai a frequentare il carcere, avevo qualche cliente detenuto.

Le visite ai detenuti erano gestite da un agente penitenziario, tale P., un calabrese basso, con i capelli a spazzola e gli occhietti piccoli, sulla quarantina, forse anche più giovane.

In attesa che il detenuto venisse condotto a colloquio potevano passare anche ore, la casa circondariale è enorme, occorre che gli agenti scortino il detenuto dalla cella per tutto il tragitto.

Una collega mi aveva avvertita di stare attenta all’agente P.

Inizialmente non avevo capito la dimensione del problema: ci provava con tutte, indistintamente, ripetutamente, proponeva di incontrarsi in centro nel tardo pomeriggio (sua moglie lavorava in un ristorante e prendeva servizio a quell’ora) e anche a fronte di cortesi rifiuti, se ti beccava da sola ti metteva le mani addosso.

Correva voce che qualche avvocatessa di bocca buona gli desse corda, in cambio di nomine fiduciarie ( il tam tam del carcere, i detenuti seguono i consigli di una guardia che dice “ … nomina l’avv. Tizia, questa ti fa uscire, dammi retta …” ).

Fra colleghe ci si accompagnava e ci si aspettava a vicenda, per evitare incontri ravvicinati.

Ricorderò sempre una mattina ( di nuovo, freddissimo, c’era la neve, e la sala avvocati del carcere non era tanto confortevole, con un unico termosifone malfunzionante ). Dovevo parlare con urgenza con un detenuto e non ero riuscita a organizzarmi diversamente, ero sola. Forse non a caso, aspettai tutta la mattina, e quando arrivò il mio detenuto per il colloquio era ormai l’una passata e non c’era più nessuno. Nessuno tranne un anziano avvocato, dai modi di gentiluomo d’altri tempi, che si stava abbottonando il cappotto per andarsene quando realizzò la situazione e davanti all’agente P mi disse, con noncuranza: “Collega, la aspetto.“

Lo ringraziai, senza fare complimenti. E anche per quella volta fu scampato pericolo.

Andai allora a parlare con una penalista affermata, molto brava, famosa, assolutamente tosta e decisa.

Le chiesi com’era possibile che una situazione del genere, nota a tutti, andasse avanti come nulla fosse.

Non potevamo coinvolgere il Consiglio Dell’Ordine, fare un esposto tutte insieme, noi colleghe, all’amministrazione penitenziaria, insomma, muoverci?

Le obiezioni furono tante, avevo ragione, certo, ma forse non era il caso, si potevano scatenare ritorsioni, sovvertire misteriosi equilibri, l’agente P poteva perdere il lavoro, e poi lui era calabrese… insomma, non se ne fece mai niente.

Io smisi di fare penale ( non era mai stato il mio mestiere, diciamolo ), poi seppi che l’agente P andò in pensione anticipata per gravi motivi di salute.

Mi piace pensare che se succedesse ora le cose andrebbero diversamente, che io stessa troverei il coraggio per piantare una grana.

Ma non chiediamoci perché le donne spesso non si ribellano, quando anche le più evolute e dotate di strumenti per farlo rinunciano, per paura o per minacce.

Storie di donne

Il carcere, dall’orrore alla speranza

La privazione del bene supremo della libertà è orribile, gli spazi ristretti, le possibili violenze e la presenza di certe “ gerarchie “ interne fra detenuti può rendere il carcere un luogo terribile.

Ci sono però anche possibilità per i detenuti: laboratori, opportunità di seguire un corso di studi, di fare addirittura l’università. Io stessa ho regalato un computer e vari libri ai volontari del carcere.

C’è un bravissimo regista teatrale, si chiama Paolo Billi, ( mio stesso liceo, un paio di anni più avanti ) che da più di vent’anni lavora con gli adolescenti del carcere minorile di Bologna, il Pratello, allestendo spettacoli che vengono rappresentati anche in teatri all’esterno del carcere.

E’ direttore del laboratorio teatrale alla casa circondariale di Bologna, la Dozza. A febbraio 2019 ero andata a vedere, all’interno del carcere, uno spettacolo rappresentato dalle detenute della sezione femminile. E avevo riabbracciato Paolo, che non vedevo da una vita.

Anche l’anno scorso avrei dovuto andare, un nuovo spettacolo era programmato per fine febbraio, ma la pandemia ha bloccato tutto.


L’illusione di confinare la violenza

Elena: Sei stata dentro, sei stata fuori e sei stata anche in quel limbo dell’esistenza di un legale che tocca con mano le storie dei carcerati provando a ritirarla in tempo. Il carcere appare come un confinamento della violenza, come se nasconderla potesse rimuoverla dalla coscienza collettiva. Eppure essa è legata al nostro quotidiano, spesso senza che ne siamo consapevoli. Che ne pensi?

Credo che ci siano contesti sociali molto più orribili del carcere, molto più degradati, dove alcol, sostanze, promiscuità, coltelli e altre armi, violenza fisica e indigenza, disturbi mentali o casi borderline, tutto è mischiato, spesso sotto gli occhi di minori. A volte i Servizi sociali riescono a intervenire.

Leggendo certe relazioni sono rimasta molto scossa e ho pensato che , ecco, quello è veramente l’orrore.


Lascio a voi lo spazio per raccogliere e commentare il senso di questa profonda riflessione di Brunella.

Quanto a me, all’uopo di lasciarvi con fatal mistero, decisi quivi riportar terzine di Dante Alghieri che tanto paion appropriate. Godetele e assaporatene il colore.

Dal rosso inferno tornar si puote a riveder l’azzurro delle stelle.


`Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’ io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Dante Alighieri, La Divina Commedia – Inferno – Canto III


12 Comments

  • Giulia Lu Dip Mancini

    Questi racconti fanno davvero riflettere, ho sempre pensato alla realtà del carcere con molti brividi,
    al pensiero angosciante di essere privati della libertà e costretti a condividere spazi angusti con persone che possono prevaricare e opprimere.
    Credo sia l’inferno sulla terra, l’idea mi angoscia anche per il colpevole di un crimine.
    Mi ha fatto tenerezza la ragazza azzurra e mi ha indignato l’agente P, è bello però che il post finisca con il racconto sui ragazzi del Pratello e del regista Paolo Billi.
    Anche i versi di Dante, sempre bellissimi, hanno mitigato l’angoscia.

    • Elena

      Ti ringrazio Giulia per il tuo apprezzamento. Brunella è stata bravissima a portarci dove spesso non ci va di stare: in mezzo alle difficoltà di persone comuni che improvvisamente diventano da persone a carcerati, per aver commesso reati ma anche per averli coperti. In fondo all’inferno non c’è differenza tra il grado di calore che c’è tra un girone e l’altro, poiché il fuoco arde ovunque e uscirne illesi è molto difficile. Esperienze come quelle di Billi e come molte altre che si praticano quotidianamente nelle carceri sono utili per fermare il circolo vizioso in cui molte donne sono costrette, spesso senza possibilità di scelta. Mi chiedo se ci sia un altro modo per punire se non quello di indurre anche da parte dello stato, ulteriore condanna. Un pensiero particolare a tutte e tutti coloro che vivono il carcere e che in un periodo come questo immagino soffochino più di quanto sia immaginabile. Buona giornata a te e a tutte le donne libere e a quelle che vorrebbero esserlo

  • Marina

    Credo anche che rappresentare i fatti con la consapevolezza di ciò che si sta raccontando sia un valore aggiunto. Faccio i miei complimenti a Brunella.

    • Elena

      Sono d’accordo, Marina. Colgo anche il giusto distacco che non guasta e che rende la professione fattibile, senza perdere la parte emotiva che Brunella ci mostra in questi suoi racconti… Grazie per essere passata

  • BRUNILDE

    Grazie a tutti per l’attenzione e i commenti.
    E ancora una volta grazie ad Elena per lo spazio e il suo voler fare di questo blog un momento di incontro e di scambio, anche su temi dolorosi e difficili.

    • Elena

      Abbiamo deciso insieme cara Brunella e abbiamo fatto bene a mio avviso. Ogni tanto è utile riflettere e il fatto che tu abbia un’esperienza da avvocatessa accende una luce, un punto di vista differente sulle cose, almeno per quanto ne so io. E poi c’è sempre la tua scrittura… Sono contenta di contribuire a diffonderla. Te lo meriti. Abbracci pasquali

  • Barbara

    Come può andare avanti un orrore del genere… eh. Perché anche “in alto” l’orrore rimane uguale, vedasi il recente “sofa-gate”, lo scandalo che ha visto la nostra Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, prima rimanere in piedi di fronte a due maschi già comodamente seduti, e poi ripiegare a sedersi in un divano distante, troppo distante, dalla conversazione. Che esempio può essere questo per tutte le altre donne che versano in condizioni peggiori? Pessimo.
    Non riesco a capacitarmi di come Charles Michel non abbia avuto la prontezza di riflessi di rialzarsi in piedi (era meglio se capiva subito di non sedersi, ma vabbè), far accomodare la signora e rimanere lui in piedi al suo fianco. Sarebbe stata la prova che l’accoglienza non era stata preparata a dovere? Beh, Erdogan nel 2014 ha dichiarato che l’eguaglianza tra uomini e donne “è contro la natura delle cose”. In Turchia forse, in Europa no. Anche se è difficile portare avanti una cultura di parità quando accadono fatti così gravi.

    • Elena

      Cara Barbara, la polemica sulla vicenda Charles Michel è scoppiata , ma sai cosa mi ha davvero fatto incavolare? Le sue giustificazioni, sono incredibili, classico caso di una toppa peggio di un buco. Chissà come l’ha presa Brunella, forse potrebbe addirittura scriverci un… racconto! 😉

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