Le Regine di Gerusalemme. Le similitudini dell'amore di Cristina Cavaliere ~ Volpi
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Le Regine di Gerusalemme. Le similitudini dell’amore di Cristina Cavaliere

 
 Allungo la mano e colgo da un vassoio una melagrana, il mio frutto preferito. La accarezzo nel palmo, la sento morbida e cedevole come un seno femminile; e, nel frattempo, osservo Geoffroy con sguardo innamorato. “Dalle mie parti c’è una storia antica che riguarda l’albero di melograno. Volete ascoltarla?” 

Le Regine di Gerusalemme – Cristina Rossi

Le Regine di Gerusalemme


Le Regine di Gerusalemme

Marrakech, 1108. Lo schiavo cristiano Francesco è ora al servizio del sovrano almoravide. Dopo molte traversie egli è finalmente sereno, lontano dal principe Ghassan ibn Rashid, suo padrone e amante. 

Un giorno il giovane vede scaturire una visione dall’ametista che orna il suo anello. È la Città Santa di Gerusalemme. La spirale del tempo si riavvolge e procede a ritroso. Una regina armena attende il ritorno di un cavaliere, leggende di sante e streghe balenano dallo specchio di una donna morta e una fanciulla siciliana, ricamando una triscele, si prepara al viaggio oltremare. Ognuna di loro possiede una storia che attende di essere raccontata. E, in queste vicende, il conte Geoffroy de Saint-Omer e suo figlio entreranno nel cerchio di fuoco dell’eros, rischiando di rimanervi prigionieri per sempre, poiché “Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione”.

Tuttavia, l’amore ardente e i ricordi tormentosi non saranno i soli pericoli da cui guardarsi. C’è una presenza oscura e antichissima che si nasconde nelle profondità della moschea di al-Aqṣā a Gerusalemme, sede del futuro ordine templare: un demone che scuote le sue catene, impaziente di liberarsi e, finalmente, uccidere.

Come non rispondere all’appello della regina Arda al suo cavaliere, nel passaggio tratto da “Le Regine di Gerusalemme” e disporsi ad ascoltare quella storia, mentre assaporiamo il gusto della melagrana e ci addentriamo nella prima similitudine dell’amore, restando in sospeso nel decifrare l’amore che questo attacco descrive?


Oggi la rubrica “Le similitudini dell’amore” ospita Cristina Rossi, milanese, redattrice e ricercatrice iconografica con una grande passione per il Medioevo da cui trae il suo nome d’arte, Cristina Cavaliere.

Le Regine di Gerusalemme” è il suo penultimo romanzo (qui il link per l’acquisto) e appartiene al ciclo medioevale, una storia con molte protagoniste femminili e trame d’amore poliedriche e sfaccettate.

La similitudine della melagrana

Il brano con cui apriamo questo post, scritto a due mani con Cristina, descrive la similitudine dell’amore come un melograno, e subito comunica, almeno a me, la voluttuosità del rapporto d’amore tra i due, il forte legame al di là della mente e basato su uno dei sensi più fortemente interessati alla dimensione d’amore, il tatto, con le mani dell’amato sul corpo dell’amata.

La leggenda armena che la regina Arda racconta al suo cavaliere compare in una scena d’intimità in cui la bellissima donna si appresta a sedurre Geoffroy, sorella della principessa Shahrazād come negli infiniti racconti de “Le Mille e una Notte”. Le leggende che arricchiscono la storia sono frutto di una ricerca storica attenta e circostanziata che Cristina ha realizzato e poi descritto nel romanzo.

Non solo per questa ragione ma anche per la ricostruzione di costumi, abitudini, usi e linguaggio i romanzi di Cristina Cavaliere sono a tutti gli effetti “romanzi storici”, storie nella Storia, arricchiti da un uso fecondo di metafore e similitudini di cui in questo post richiamiamo alcune.

L’impressione che ne ricaviamo è che la storia, le leggende, i percorsi dei personaggi, saranno tutti caratterizzati dall’amore voluttuoso e strabordante, sensuale come la morbida buccia della melagrana.

L’amore protagonista del romanzo storico

La scelta del romanzo storico, appare spinta da una passione che non trascura il fronte dei sentimenti, come da quelle prime righe già possiamo intuire.

Siamo abituati a guardare a questo genere narrativo come a qualcosa di distante dal romance, mentre nella scrittura di Cristina la cosa che colpisce di più è proprio la capacità di tenere insieme l’approfondimento e la cura della ricostruzione storica con la descrizione dell’amore, anche attraverso le similitudini, utilizzate spesso nel testo, quasi a suggellare un patto che ci riporta alle origini del romanzo medioevale e della storia degli individui e dei casati che fu storia di potere ma anche e soprattutto di legami personali, saghe e intrighi familiari, storie di relazioni che hanno varcato la soglia del tempo.

Il lato oscuro

Come nella vita, anche nel romanzo di Cristina ci sono amori al negativo, ossessivi e funesti, alcuni guidati persino dalla magia e dagli inganni.

Il lato oscuro della bellezza e dell’amore che l’autrice descrive usando una pietra, l’ossidiana. Incastonata in un anello, essa richiama niente meno che l’occhio del demone.

Vorrei qui richiamare il significato simbolico ed esoterico della pietra di ossidiana, un potente talismano considerato capace di guarire e proteggere chi lo indossa.

La proprietà autentica della pietra è la capacità di mettere in luce i lati oscuri di chi la indossa, lati di noi stessi spesso intimi e inconsapevoli.

Pergamena medievale
Geoffroy scorse l’argento dell’anello che luceva al suo stesso dito, e l’ossidiana che lo fissava, ancora più nera del consueto, come l’occhio di un demone in cui ci si smarrisce. Afferrò sua moglie, che arrovesciò la testa; i capelli rossi si sparsero sul cuscino e sembrò che l’ossidiana scoppiasse in una risata.
Le candele gemelle, sul tavolino e accanto all’uscio, continuarono a danzare insieme, nella notte. Danzarono e danzarono, fino a quando non si furono consumate in una pozza di sego, deformandosi fino a diventare irriconoscibili. 

Qui l’occhio di Geoffroy si perde nell’occhio del demone.

Demone, che in greco è dáimōn, essere divino. L’ossidiana dunque, capace di riflettere l’essere divino che è in Geoffrey e, traslando, in ciascuno di noi. Un divino che spinge l’uomo a possedere la sua donna e a conoscerla interamente, mentre l’ossidiana compie la sua risata quasi di scherno.

Cosa rivela dunque la pietra? Bisognerà proseguire nella lettura del romanzo per scoprirlo. A voi la libertà di immaginare e, perché no, di provare a indicare un possibile significato.

La similitudine ossidiana/occhio/demone diventa capace di parlare a ciascuno di noi. A quell’amore tumultuoso e forte che riesce a mettere in luce ciò che nemmeno noi, a occhio nudo, siamo capaci di vedere.

L’amore come scoperta dell’altro e di noi stessi. Un messaggio forte che ricavo da questa abile narrazione.

E cos’è il diavolo, in un tale contesto?

Non solo l’aspetto negativo, ma il lato oscuro e sconosciuto di noi stessi. La pietra, nella sua splendente bellezza, non fa che metterlo in evidenza, mostrando ciò che di noi che non sapevamo.

Resta da svelare un ultimo mistero celato nella similitudine: la danza delle candele. Come non ritrovare in questa immagine il fuoco di un amplesso che consuma ma allo stesso tempo fonde le due anime in una cosa sola?

Il gioco insieme a Cristina e al suo romanzo, “Le Regine di Gerusalemme”, finisce qui. Spero che le suggestioni vi siano sembrate interessanti e che abbiano stimolato la voglia di leggere il romanzo, che è un po’ il senso di questa rubrica, presentare in modo originale la scrittura di amiche e amici del blog.

Ma prima di congedarci, una domanda è d’obbligo: quale delle similitudini vi ha colpito di più? Cos’altro c’è ancora da raccontare a proposito di queste immagini?

Come sempre vi aspettiamo qui, nei commenti al blog. A presto e grazie per averci lette fino a qui!


Biografia dell’autrice ospite della rubrica

Cristina Rossi è nata a Milano nel 1963. Lo pseudonimo di Cavaliere è il suo omaggio al Medioevo.

Da molti anni lavora nel campo dell’editoria scolastica per le lingue moderne come redattrice e ricercatrice iconografica.

Ama scrivere ed è appassionata di Storia al punto da essersi iscritta di recente all’Università degli Studi di Milano per conseguire la laurea in Storia Moderna.

Se volete conoscerla meglio potete visitare il suo blog www.ilmanoscrittodelcavaliere.it, oppure scriverle a [email protected]

Ha scritto e pubblicato un romanzo sulla Venezia del Cinquecento (“Il Pittore degli Angeli”), e tre romanzi sulla Prima Crociata (“La Terra del Tramonto”, “Le Strade dei Pellegrini”, “Le Regine di Gerusalemme”). Il suo ultimo romanzo s’intitola “I Serpenti e la Fenice” ed è ambientato durante la rivoluzione francese.

Cristina è anche autrice di drammi teatrali, tra cui “Il Diavolo nella Torre” su Bernabò Visconti, signore di Milano nel Trecento. I suoi racconti “La Mendicante della Pusterla” e “Il più grande dei Re” sono arrivati finalisti in concorsi a tema storico. “Notte di Natale ad Arras” è comparso in un’antologia di raccolta fondi a scopo benefico.


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22 Comments

  • Cristina

    Ti ringrazio di essere passata a leggere e commentare, Grazia, e per le tue gentili parole. 🙂 In effetti l’uomo rimane sempre uguale, cambia la società, la mentalità e le circostanze anche ambientali in cui si trova a vivere e a cui deve giocoforza adattarsi… ma è emozionante vedere come rimanga riconoscibilissimo attraverso i secoli.
    Elena, quando una persona riesce a superare la diffidenza per il romanzo storico grazie anche ai miei lavori, per me è un bellissimo regalo! 🙂

  • Grazia Gironella

    Cristina riesce a combinare l’accuratezza storica e i sentimenti dei personaggi in modo mirabile. Anch’io sono attratta dall’ossidiana, e in particolare dal ruolo che gioca in quella scena ricca di suggestioni.

    • Elena

      Ciao Grazia, penso che attraverso la sua scrittura molti non appassionati al genere romanzo storico medioevale si ricredano. Sono contenta di aver ospitato una delle sue regine

  • Cristina

    Grazie di aver letto e commentato, Ariano. Quello che hai scritto è un ulteriore spunto che impreziosisce il discorso sulla “nostra” ossidiana, è molto molto interessante!

  • Cristina

    Cara Marina, ti ringrazio molto per il tuo commento. Hai detto bene! Le scene erotiche sono difficilissime da scrivere, perché insistere sui particolari anatomici fa scivolare nel ridicolo, cosa che peraltro accade spesso anche nei film. In generale preferisco lasciare al lettore la facoltà di usare la sua fantasia, dando soltanto qualche spunto. L’uso della similitudine è uno strumento potente perché consente di usare il linguaggio in maniera poetica e ricca, offrendo nuove suggestioni.
    Altre scene difficilissime da scrivere, almeno per me, sono quelle belliche, perché qui viceversa bisogna essere molto precisi nel comunicare al lettore come è il terreno, in quale modo sono schierati gli eserciti in battaglia, come sono articolati, come si muovono e come si scontrano, chi sono i protagonisti. Non è facile perché lo scenario è confuso e turbolento a priori. Non a caso le scene di conquista amorosa sono spesso paragonate a vere strategie, però! Sempre per rimanere nel tema degli accostamenti, mi viene in mente il romanzo epistolare “Le relazioni pericolose” di Laclos dove la strategia di conquista viene assimilata a una tattica militare di assedio ed espugnazione. Mi piacerebbe rileggerlo…

  • Cristina

    Mi è venuto in mente un’altra cosa, Luz, a proposito della figure del “demone”, ma riguarda il suo opposto, l’angelo. In un altro testo avevo letto che la Chiesa diffidava della devozione dei credenti per le figure angeliche perché in qualche modo associabili al “demone” pagano. Come direbbe qualcuno, “tout se tient”!

  • Ariano Geta

    Indubbiamente l’immagine dell’ossidiana è quella più intrigante, anche perché è una pietra che ha ricoperto un ruolo importante nelle epoche remote della storia umana anche per utensili e armi, prima di cadere in disuso e essere utilizzata quasi solo per scopi ornamentali. In qualche modo però è come se contenesse al proprio interno la memoria ancestrale degli esseri umani, per così dire.

    • Elena

      Ciao Ariano, benvenuto sul blog! Trovo molto interessante il richiamo alla pietra come memoria storica, codice primigenio degli esseri umani. Offre una lettura ancora più ampia della scena proposta e ne amplia il significato. Grazie

  • Cristina

    Ti ringrazio per il aver evidenziato il particolare del daimon, Luz, anche a me questa figura affascina. A questo proposito mi hai fatto ricordare un libro molto bello che avevo letto qualche anno fa. Forse ne hai sentito parlare, si chiama “Il codice dell’anima” di James Hillman che studia le strutture archetipiche e si concentra in modo particolare sul “demone” che ciascuno di noi possiede e che scatena le nostre potenzialità soprattutto creative. Lo consiglio vivamente!

  • Marina

    Il bello nell’uso di metafore o similitudini è la capacità che esse hanno di raccontare qualcosa senza dirla espressamente. L’associazione di idee viene spontanea e dà la possibilità a ciascun lettore di usare l’immaginazione senza ricorrere a elementi esterni. Questo è ciò che mi ha trasmesso la danza delle fiamme delle candele, a simulare il rapporto intimo fra i due protagonisti: allusivo, molto e concreto nella ripetizione del verbo “e danzarono e danzarono”, quasi onomatopeico.
    Una scena di grande efficacia che non mi sorprende, sapendo che l’autrice è Cristina.

  • Luz

    A me piace il rimando dell’ossidiana al “dáimōn”.
    Mi è capitato di seguire una conferenza di Umberto Galimberti su questo potente dettaglio incastonato nelle nostre anime e ne sono rimasta affascinata. A parte che mi è piaciuto ricollocare la parola nel suo significato originario, quando invece non la pronunciamo nemmeno per il suo rimando al male. Il nostro dáimōn è la parte più profonda e autentica del nostro essere, quel nocciolo nascosto che dovremmo conoscere tutti, che abbiamo la possibilità di incontrare idealmente solo quando ci mettiamo in ascolto, incontriamo le nostre pulsioni più profonde.
    Ecco, Cristina nel suo romanzo colloca questi elementi in modo magnifico, manifestando una grande conoscenza dell’argomento.
    Grazie a entrambe per l’opportunità di questi approfondimenti. 🙂

    • Elena

      Cara Luz, questo è un romanzo che può essere letto attraverso differenti piani. Credo un punto di forza. Offre spunti e soddisfa interessi distinti, è un vero e piacere per me parlarne. Condivido la tua sottolineatura della parola dàimon, mi piacerebbe indagare come mai nella nostra storia abbia assunto un significato negativa legato appunto ai demoni. Chissà se qualcuno di noi ne sa qualcosa…

  • Cristina

    Ti ringrazio molto del commento, Brunilde. 🙂 Ti rivelo una curiosità sull’ametista: non soltanto è la mia pietra preferita, ma sembra che insegua i miei personaggi anche nei romanzi. Non appare soltanto in questo che appartiene al ciclo medievale, ma comparirà anche nella serie sulla rivoluzione francese. Per usare un paragone un po’ pomposo, nella critica letteraria si parla di cosmogonia nei romanzi di un autore, cioè più semplicemente di quegli elementi che l’autore inserisce in romanzi anche molto diversi tra loro e che tutti insieme formano una sorta di costellazione. Posso affermare senza ombra di dubbio che l’ametista sia un elemento ricorrente nelle mie storie, e di solito funge da legame tra due personaggi in forte conflitto tra loro.

  • Cristina

    Grazie di cuore del commento, Giulia. In primo luogo ringrazio anche Elena che con la sua rubrica “Le similitudini dell’amore” mi ha fornito il giusto terreno per partecipare. Per me è una grande emozione essere qui nei suoi spazi. 🙂
    Venendo al tuo commento specifico, penso che il cibo in generale abbia una grande valenza per unire una coppia, e la frutta in particolare con la sua sinuosità, i colori, i profumi, il sapore sia molto sensuale. Per quanto riguarda le leggende armene presenti nel libro, qui ho inserito la storia del melograno perché mi sembrava perfetta per questa scena. Pensa che avevo contattato anni fa a suo tempo una signora armena che fa la guida turistica per italiani, e che avevo incontrato alla Borsa Internazionale del Turismo. Mi aveva portato il libro di questa sua carissima amica che contiene una miriade di leggende e storie di quella antichissima terra, una più bella dell’altra, così ho voluto inserirne qualcuna nel romanzo. Tra l’altro non era affatto facile reperire questo materiale, ho dovuto fare un po’ l’investigatrice!

    • Elena

      Il materiale che hai cercato e trovato, Cristina, su Armenia e le sue leggende è prezioso, credo sia uno dei valori aggiunti delle romanzo

  • BRUNILDE

    Anch’io ho un anello con un’ametista che però non mi ha ancora suggerito alcuna visione…o forse la dovrò osservare meglio, con gli occhi dell’immaginazione e della fantasia.
    Una grande ammirazione per chi riesce a coniugare l’arte di raccontare storie insieme alla narrazione della Storia. Leggere diventa così un viaggio nel tempo e un modo per conoscere e capire periodi lontani e dinamiche umane che comunque rimangono le stesse nei secoli.

    • Elena

      Ciao Brunilde, trattando il romanzo di Cristina mi sono accorta delle molteplici possibilità che un romanzo storico offre, sia alla scrittrice che alla lettrice. Aiuta a capire la vita quotidiana si un periodo che abbiamo studiato ma non così nel dettaglio. Quanto alla pietra, la tua ametista puoi provare a posizionarla sul terzo occhio. A differenza dell’ossidiana, che rimanda i lati oscuri e sconosciuti, l’ametista ha proprietà legate alla meditazione. Chissà che visioni produce, e chissà ch’è che similitudini può suggerirti!

  • Giulia Lu Dip

    La similitudine della melagrana è davvero molto evocativa e sensuale, anche la danza delle candele diventa una danza d’amore, sembra davvero di assistere al gioco erotico dei due amanti.

    • Elena

      Trovo anch’io che la caratteristica di questa similitudine sia la sensualità, la voluttuosa relazione tra una regina e il suo cavaliere. Un amore consumato e che consuma. Bella immagine, Cristina ha azzeccato la scelta! Lascia melagrana poi mi fa pensare subito a qualcosa di cui cibarsi con piacere e godimento. Insomma, invidio questa capacità di rendere scene che per me sono sempre molto difficoltose

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