Femminile, plurale

Linguaggio di genere. Asterisco, chiocciolina o…

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci

Isaac Asimov

Siamo quasi alla fine di un anno bisesto che mai avrei immaginato tanto duro e doloroso. Non sono superstiziosa, ma accidenti, dovrò ricredermi. Anche in regime di distanziamento sociale mi pare di toccarla la sofferenza, tanto è diffusa, pervasiva, ferente.

Ma alla vigilia dell’ennesimo 25 novembre di lotta, è alle donne che va il mio pensiero.

Chiuse in casa non stiamo tutte bene. Alcune di noi sono come in gabbia, fianco a fianco, senza soluzione di continuità, con i propri carnefici. Non le senti, se non quando è troppo tardi. Le loro sono urla sussurrate quando la porta si chiude un istante dietro di sé e i muri non sentono.

Siamo il paese del silenzio, non solo per via delle strade deserte dei lockdown a scalare. Le parole di indignazione gettate nel web come briciole di pane sui social sono solo il modo più semplice di lavare la coscienza. Costa poco, lo sforzo di qualche clic.

L’indifferenza pare mutata nella sua forma più grave, il non voler guardare. Sono parole dell’attrice Valeria Bruni Tedeschi, che porta in scena uno dei personaggi de “Gli indifferenti”, ultimo adattamento cinematografico del libro di Alberto Moravia in uscita proprio oggi, 24 novembre.

Il libro non l’ho letto ma ho intenzione di farlo.

Posto qui il trailer ufficiale. A me pare un film per i nostri giorni.

Ci invita a interrogarci se l’indifferenza sia davvero la cifra distintiva di questo scorcio di secolo.

Un’indifferenza che per secoli ha colpito le donne e i loro talenti. Chissà che non possa essere sconfitta anche mettendo in campo una forza meravigliosa e pacifica, il linguaggio. Il linguaggio di genere.

Linguaggio di genere, una piccola grande rivoluzione

E allora facciamola questa piccola rivoluzione del linguaggio di genere, che possiamo agire noi stesse, proprio ora, ovunque ci troviamo.

Ne parlò Lidia Menapace a Torino nel 2016, durante un incontro da me organizzato tra la grande partigiana e le donne della CGIL che vi ho raccontato qui. A proposito del linguaggio di genere Lidia disse queste parole:

Cambiare la cultura e rivendicare la pari opportunità di tutti i generi, significa chiamare le cose con il loro nome.

E se è femminile, bisogna coniugarlo.

Se tutto è indifferente, facciamo che il linguaggio non lo sia.

Se ci pensate, la lingua è il primo strumento di modulazione dei costrutti sociali in relazione alle trasformazioni di una società. E’ potente perché può arrivare a chiunque, stimola riflessioni, fa sorridere e talvolta anche arrabbiare.

Ho fatto questa scelta tempo fa, non ricordo bene quando. Utilizzare un linguaggio che non mortificasse il genere femminile cui appartengo. Poi mi sono scontrata con i cliché e non so se sono riuscita ad affrontarli.

Nel mio lavoro i miei pari grado di genere maschile si indicano come Segretario Generale.

Io mi firmo e parlo di me al femminile. Sono la Segretaria Generale. Non è questione di estetica, il bello è frutto della cultura in cui è identificato tale. E’ piuttosto una questione di sostanza.

Tante volte mi sono sentita fare l’osservazione: ma la segretaria non è quella che batte a macchina le lettere? E via con il solito sorriso. E non erano soltanto uomini.

Oppure quando una donna a capo di un Ministero si fa chiamare Ministra. A me non dispiace affatto, e poi, persino l’Accademia della Crusca ha sdoganato il linguaggio di genere in tutte le sue declinazioni.

Tuttavia mi rendo conto che non è abbastanza, perché i generi non sono solo maschile e femminile e la nostra lingua, per le sue caratteristiche, non mi pare adeguata (non ancora) all’attuale evoluzione della società.

La nostra lingua non utilizza il genere neutro quando si rivolge alle persone in modo generalizzato, a differenza del tedesco. E’ flessiva (leggi la definizione di lingua flessiva qui), a differenza di lingue isolanti (leggi la definizione di lingua isolante qui) come il cinese o lo youruba; il che significa che ogni articolo, pronome, sostantivo e aggettivo viene declinato per genere.

Che cosa succede se non possiamo differenziare per genere? Pensate a un saluto di benvenuto che si rivolge a più generi, una cosa che ci accade praticamente ogni giorno.

Ebbene, fin dalle scuole elementari ci insegnano che, nel dubbio, il maschile, cosiddetto “maschile generico” o “neutrale”, va sempre bene. Ma da tempo abbiamo detto che non è così.

Oggi è davvero un gesto di sgradevole etnocentrismo culturale quello di far finta che il maschile sia rappresentativo del tutto mentre ne è solo un sottoinsieme.

Semplicemente, non è più tollerabile.

La lingua è sostanza

Linguaggio di genere

Non è solo questione di declinazioni.

Tutte quelle “piccole distrazioni” di cui spesso nemmeno gli osservatori attenti si accorgono più lasciano un segno.

Così i femminicidi diventano omicidi familiari in cui “lui uccide lei, ma era un bravo ragazzo”, giustificando un atto che non è un errore, una deviazione, ma un gesto criminale che va condannato senza se e senza ma.

Oppure quei gesti che strappano sorrisi sbavati, parole buttate lì per far ridere, che suscitano ilarità, anche nei luoghi di lavoro. Quante donne sono ingabbiate in “goliardate” di questo tipo, e chissà, se fate mente locale, a quanti piccoli grandi episodi avete assistito o che avete vissuto voi stesse.

Quando non sono mani invadenti, dure come le nocchie di un pugno.

Il linguaggio è potere. Lo produce e lo riproduce. Ecco perché è importante correggerlo, renderlo inclusivo, assumerne i significati che nella società stanno generandosi.

Ogni cosa non è piccola, trascurabile, una bravata. Tocca la nostra fragilità e la sollecita, fino a farci paura. Fino a urlare di fronte alla violenza. Fino a chiedere una reazione che vogliamo pacifica, con un significato quasi maieutico per noi e per gli altri. La lingua, la nostra rivoluzione.

Asterisco, chiocciolina, o…

Cancellare la violenza contro le donne comincia da qualcosa che possiamo maneggiare tutte e tutti: il linguaggio.

Ma come deve evolvere la lingua? Basta la semplice giustapposizione di un asterisco?

Me lo chiedo perché anche la sfida di scrivere su un blog adottando il linguaggio di genere è tutt’altro che vinta, sono ancora in cammino e vorrei ampliare le mie conoscenze attraverso i vostri contributi per rendere questo blog “inclusivo” e capace di rivolgersi anche con il segno linguistico a tutte e tutti.

Ci sto pensando da qualche giorno e vi svelo il perché.

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da un mio nuovo lettore. Sono sempre molto felice quando ricevo notizie da voi. So che siete lì, dietro il mio monitor, a leggere e formare pensieri sui miei pensieri, ma è solo quando vi palesate, nei commenti o con una mail, che capisco che davvero ci siete. E’ una sensazione molto bella.

Ebbene, il mio nuovo lettore, che non cito, se crede può farlo da sé nei commenti, mi rivolge una critica molto precisa circa l’uso dell’asterisco al termine delle parole che lo permettono al fine di includere sia l’univero maschile che femminile.

La risposta automatica mi saluta con un benvenut* che mi irrita. 
Il tema dell’inclusività è importante ma sono convinto che l’asterisco, come del resto lo schwa o altre espedienti involontariamente comici, non sia l’arma giusta per combattere questa battaglia.

Un’argomentazione seria, circostanziata, che ha destato in me piena attenzione.

Così, pensa che ti ripensa, convengo su una cosa:  l’asterisco è brutto, appartiene a quello spazio sulla tastiera dove si trova l’elenco dei simboli numerici e non delle lettere, è ostico al punto che taluni gli preferiscono la @.

Tuttavia, è ciò che in questo momento io, che non sono per niente una linguista, posso utilizzare per meglio rappresentare quella diversità.

Quando cambia la cultura deve cambiare anche il linguaggio.

Abbiamo fatto tanti passi in avanti. Mentre aspettiamo che anche la rivoluzione del linguaggio si compia pienamente,  assumiamo questa come una fase di transizione.

E’ una scelta, quella di accettare l’imperfezione, che può passare attraverso l’uso dell’asterisco o della @, in attesa che nelle nostre forme si insinui oltre al genere maschile femminile e neutro un modo nuovo di rappresentare la complessità.

*  e @ sono solo stratagemmi che utilizzo e utilizzerò nella misura in cui ne sentirò il bisogno e al solo scopo di indicare con chiarezza che un problema esiste.

E perché no, anche per provocare una reazione. Di disturbo, di distonia, di apprezzamento, di insufficienza.

Se il mezzo non è dei migliori, almeno salviamo l’obiettivo: generare una vera e duratura trasformazione della società in un progetto più inclusivo ed egualitario al quale credo ciascuno di noi partecipa come sa e come può.

Provo a raggiungere l’obiettivo con asterisco e chiocciolina, oppure, a costo di essere ridondante, ripetendo una parola al maschile e al femminile in ciò che scrivo.

Anche questa per me è democrazia.

E voi care Volpi, usate il linguaggio di genere? Siete più da * o da @?

Articoli sull’argomento pubblicati sul blog

14 Comments

  • Brunilde

    Confesso che, pur nella convinzione che la forma sia ( anche ) sostanza,la questione del linguaggio di genere mi lascia un po’ indifferente.
    Mi sono sempre presentata come avvocato, non avvocata o avvocatessa ( che fa rima con pitonessa, manco fossi la moglie di Sir Bis nel libro della giungla ): ma rispetto chi fa altre scelte, o ha una sensibilità diversa dalla mia.
    Non si è mai sentita la necessità di volgere al maschile pilota, guardia, pediatra ecc, forse per l’annoso predominio maschile nel mondo del lavoro, da qui l’esigenza più recente di adeguare il linguaggio anche per affermare e sottolineare la presenza crescente delle donne nei vari campi professionali.
    Ben diversa invece la denominazione di fattispecie di reato, quali molestie, violenze sessuali, femmincidi, in cui la definizione esatta prelude alla esatta attenzione e sanzione, non solo morale ma anche penale, del fenomeno.
    Tenere alta la guardia include anche il linguaggio, e sicuramente va oltre.
    Sono felice e orgogliosa di quel poco che la mia professione mi ha portato e i porta a fare in favore delle donne.
    Mi permetto di segnalare, in tema di affermazione dei diritti della persona ( in un accezione più ampia e inclusiva rispetto alla realtà delle fliudità di genere ) un recentissimo libro, scorrevole, interessante e profondo:
    ” Nessuna causa è persa” di Cathy la Torre, che vive e lavora a Bologna, eppure non ci siamo mai incontrate, spero di poterle fare presto i miei complimenti di persona.
    In questa giornata speciale un grazie affettuoso a Elena e un caro saluto a tutte le amiche volpi
    ( o volpesse?! )

    • Elena

      Cara Brunilde, volpi, volpesse, l’importante è essere. Il libro di La Torre, appena uscito, è senza dubbio una lettura attuale e necessaria, perché ci vuole coraggio e perseveranza per cambiare il cuore e la mente delle persone, far sì che si affermi una cultura dell’accettazione, dell’autodeterminazione e della libertà di ciascuna e ciascuno. Questo cammino, a volte doloroso, può essere anche prezioso, specie quando ci fa incontrare amiche e amici che seppur lontane, hanno nel cuore i nostri stessi pensieri. Ne è un esempio per me averti incontrata, se pure attraverso un mezzo come questo. A Bologna c’è tanto fermento. Un giorno dovresti raccontarcelo . Un abbraccio, grazie per l’augurio affettuoso che ricambio

  • Grazia Gironella

    Ho letto con interesse il tuo post e trovo condivisibili le idee che esprimi, almeno in linea teorica. Non sono invece d’accordo sul fatto che si debba distorcere il linguaggio per arrivare al rispetto del genere. La lingua nasce e si evolve seguendo le proprie strade, nel bene e nel male, anche nella discriminazione. Se la storia è piena di esempi in questo senso, perché la lingua non dovrebbe portarne traccia? Creare cambiamenti artificiosi – perché tali sono, nati non dall’uso ma da una scelta a tavolino – secondo me non porta nella direzione voluta, ma rende il linguaggio uno strumento meno nobile. Quante volte con il maschile alla vecchia maniera si è comunicato rispetto, empatia, inclusione? Tante. Credo allora che il rispetto verso le donne debba nascere da altro.

    • Elena

      @Grazia, perché dici che che il cambiamento della lingua nasce da una scelta a tavolino? C’è un movimento che si batte contro la discriminazione che sta agendo un cambiamento, magari non diffuso come vorremmo, ma un cambiamento. Non dovrebbe essere espresso anche dal linguaggio?

  • Cristina

    Trovo sinceramente insopportabile l’uso dell’asterisco o della chiocciolina. Secondo me ciò che si scrive deve poter essere letto a voce alta e non vedo come, in un discorso orale, si possano tradurre questi segni. Forse con una pernacchia? Con uno schiocco di lingua? Capisco profondamente il problema – il linguaggio è potere- ma trovo preferibile declinare al femminile quando è possibile o usare i due generi (attenzione, ce ne sarebbe anche un terzo!!) . Care tutte e cari tutti… farraginoso, ma sempre meglio di car* tutt*. Ripeto, se devo leggerlo a voce alta come lo traduco???

    • Elena

      Ciao @Cristina, benvenuta nel blog, frizzante lettrice! Hai reso benissimo il fastidio che provocano asterisco e chiocciolina 😀 Declinare è più complicato ma necessario , sono d’accordo. Siccome per me al momento il problema non è “se”, ma “come”, sai come mi regolo, in attesa che qualcuno più adeguato di me risolva? @ e * li uso nelle comunicazioni spicce, es WA, sms, mail già mi piace meno. Per tutto il resto, compreso il linguaggio pubblico e la comunicazione istituzionale, declino e raddoppio. Più facile da leggere e molto piacevole da ascoltare . A me fa piacere quando mi includono con la declinazione al femminile in una frase o discussione. Che ne pensi? Hai altri suggerimenti o soluzioni?

  • Grazia Gironella

    Dovrebbe essere espresso attraverso il linguaggio così come si è evoluto nel tempo, non modificando il linguaggio. Inventare chioccioline o altri simboli è una scelta forzata, avulsa dalla storia. Battersi contro la discriminazione, sia chiaro, è “sostanza”, ma modificare la lingua per me è cosmetico e anacronistico, un po’ come guardare indietro e dire “sai cosa, questo stile architettonico ricorda il duce, buttiamo giù tutto”. Secondo me ogni giorno siamo al punto zero, ed è da qui che dobbiamo partire per il cambiamento vero, quello nella mente e nel cuore delle persone. Non credo che dare importanza a cambiamenti simbolici come la chiocciolina o altro ci aiuti davvero a progredire in quella direzione. Con tutto il rispetto per la tua opinione, naturalmente, e per quella di chi la pensa come te.

    • Elena

      Si, è un argomento su cui le opinioni possono divergere molto. Come scrivevo a Cristina, forse la cosa più giusta è la declinazione. Capisco il tuo punto di vista, ma per me il linguaggio è inclusione e mi sforzo di adeguarlo a una società che riconosce o , a mio avviso, deve riconoscere, le differenze. Ma convengo con te che @ e * siano proprio brutti, forzature, simboli matematici che raffreddano la discussione. Sono approssimazioni. La soluzione è ancora lontana. mi pare, mentre invece è a portata di mano, almeno per chi come noi ci crede, la possibilità di agire un cambiamento. Vero? Certo. Anche se dovremmo intenderci su cosa questo significhi :D. Buon proseguimento di giornata

  • Giulia Lu Dip

    Ti confesso che l’asterisco mi irrita, quando mi trovo delle mail di lavoro che esordiscono con “car*” mi chiedo sempre, ms davvero le donne hanno bisogno di questo? È molto più importante avere il rispetto che non c’è il più delle volte.
    Comunque pensa che io, nelle mail rivolte a uomini e donne, comincio con un semplice “buon giorno, vi comunico che…” altrimenti uso: gentili colleghi e colleghe, mi sembra più onesto. Giovedì scorso ho seguito un corso on line sugli abusi sessauli negli ambienti di lavoro e mi sono resa conto che spesso certi atteggiamenti che sembrano “normali” sono già un abuso. È l’atteggiamento culturale che bisogna cambiare.
    Bello il trailer de Gli indifferenti, mi sembra che gli attori scelti siano molto azzeccati.
    Io ho letto Gli indifferenti da ragazzina e l’ho riletto uno o due anni fa, ci ho anche scritto un post, è davvero illuminante leggere qualcosa dopo parecchi anni con gli occhi degli adulti. È un’opera degli anni del fascismo, quando la visione della donna era particolarmente denigrante, ma socialmente accettata, eppure Moravia riesce a mostrare la pochezza del protagonista maschile con incredibile capacità per gli anni giovanili in cui lo scrisse.

    • Elena

      Andrebbe riletto Moravia. Da ragazza mi dava l’impressione di distanza siderale dalla mia esperienza. Oggi godrei meglio delle sue riflessioni. Vedo che prevale la scelta di non utilizzare ✳ e @ ma di declinare la lingua. Concordo. Sarei molto interessata a sapere qualcosa di più di quel corso online @Giulia… Mi pare una cosa molto utile e formativa

  • Rebecca Eriksson

    Un vecchio indovinello di quando ero bambina: se è maschio comanda, se è femmina è comandata. Chi è?
    Governante.
    E qui non cambia neanche il termine, ma semplicemente l’articolo.
    Proprio di recente ho fatto delle ricerche sulla Schwa /ə/, un carattere che viene dalla fonetica ed alcuni propongono di usarlo proprio per un linguaggio più inclusivo.

    • Elena

      Rebecca grazie per questo prezioso contributo, mi hai aperto un mondo! In rete ci sono video in cui insegnano a riconoscere nel palato la pronuncia della schwa e devo dire che, facendo un pò di pratica, è un esercizio utilissimo per parlare correttamente inglese con la giusta pronuncia. Non so come si possa introdurre nell’italiano, ma l’idea è ottima. Il punto è la prospettiva : bisogna porsi il problema di introdurre un linguaggio non neutro, cioè indifferente, ma inclusivo. Un caro saluto

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