Ci sono libri che finisci e pensi di aver capito. E poi ce ne sono altri che, quando li chiudi, ti lasciano soprattutto qualche domanda in più.
L’ego patriarcale di Claudio Naranjo appartiene decisamente alla seconda categoria.
È un libro non semplice, a tratti persino difficile da seguire. Non è una lettura da fare distrattamente, magari mentre si aspetta il treno o tra una cosa e l’altra. Richiede attenzione, e soprattutto disponibilità a mettere in discussione alcune idee che diamo per scontate.
L’ho letto perché il titolo mi aveva incuriosita. E perché parlare di patriarcato significa, inevitabilmente, parlare di qualcosa che conosciamo bene: il potere, la gerarchia, il controllo, la violenza, il dominio.
Ma Naranjo prova a fare un passo ulteriore. Non gli interessa soltanto descrivere il patriarcato come un sistema sociale costruito dagli uomini e a vantaggio degli uomini. Gli interessa capire come la logica patriarcale finisca per abitare anche dentro di noi.
Ed è qui che il libro diventa interessante.
Quanto patriarcato ci abita dentro?
La prima domanda che mi sono posta leggendo Naranjo è stata questa: quanto della cultura patriarcale abbiamo interiorizzato?
Perché il patriarcato non è soltanto il potere esercitato da un uomo su una donna. È una modalità di stare al mondo fondata sulla gerarchia, sul controllo, sulla necessità di imporsi, sulla separazione tra chi comanda e chi obbedisce.
È una cultura che premia la forza, la razionalità portata all’estremo, la competizione, l’autocontrollo. E che spesso guarda con sospetto tutto ciò che non può essere facilmente governato: il corpo, le emozioni, il desiderio, la vulnerabilità.
Il punto più interessante, per me, è proprio questo: possiamo combattere il patriarcato fuori di noi e contemporaneamente riprodurne alcune logiche dentro di noi.
È una contraddizione che vale la pena guardare. Anche perché il potere non si manifesta soltanto nelle grandi decisioni politiche o economiche. Si nasconde nelle relazioni, nel linguaggio, nelle aspettative che abbiamo su noi stessi e sugli altri.
E, naturalmente, nel modo in cui pensiamo di dover essere.
Il padre, la madre e il bambino
Naranjo utilizza una lettura psicologica nella quale convivono dentro di noi diverse dimensioni: il padre, la madre, il bambino. Il problema nasce quando una di queste parti prende il sopravvento sulle altre.
Il “padre” può diventare la voce della regola, dell’autorità, del controllo. La “madre” quella dell’accudimento e della protezione. Il “bambino” rappresenta invece una parte più spontanea, vitale, capace di desiderare e di giocare.
Non si tratta, almeno così l’ho letto io, di scegliere quale delle tre debba vincere. Al contrario: il lavoro dovrebbe essere quello di ricomporre, trovare un equilibrio.
E qui entra in gioco uno degli strumenti a cui Naranjo attribuisce importanza: la consapevolezza, anche attraverso la meditazione. Imparare a osservare ciò che accade dentro di noi senza identificarci completamente con quella voce. Non sono soltanto la persona che controlla. Non sono soltanto quella che accudisce. Non sono soltanto quella che desidera.
Posso accorgermi di tutte queste parti e provare a farle dialogare.
Tutto quello che abbiamo imparato a controllare
C’è poi un altro passaggio che mi ha colpita. Naranjo parla della dimensione dionisiaca, quella legata al corpo, all’istinto, alla vitalità, al piacere. È forse la parte che una cultura fondata sul controllo ha più bisogno di tenere a bada.
Abbiamo imparato a essere efficienti, responsabili, produttivi. A controllare il corpo, le emozioni, il desiderio. A non perdere il controllo. Ma cosa succede quando il controllo diventa il modo principale attraverso cui viviamo?
Forse perdiamo qualcosa.
Non necessariamente la ragione o la disciplina, che hanno evidentemente un loro valore, ma quella parte di noi capace di lasciarsi attraversare dalla vita senza doverla immediatamente mettere in ordine.
Ed è una riflessione che trovo sorprendentemente politica.
Perché una società composta da persone che devono continuamente controllarsi, adeguarsi, competere e dimostrare il proprio valore è anche una società più facile da governare.
L’avidità e l’ego del potere
C’è poi un’immagine che mi è rimasta in testa: quella dell’ingordigia. Non soltanto l’ingordigia intesa come peccato individuale, come incapacità di fermarsi davanti al cibo, al denaro o al piacere.
Ma l’ingordigia del potere.
Quella sensazione che, per alcune persone, il potere non sia mai abbastanza.
Più denaro. Più influenza. Più controllo. Più visibilità.
E allora viene da chiedersi: quanto c’è di “necessità” e quanto, invece, di ego? Una riflessione che occupa un capitolo del mio saggio sulla partecipazione questa e che ho trovato consonante con il pensiero di Naranjo.
Perché se il potere non conosce mai un limite, se chi lo possiede continua ad accumularlo anche quando ne ha già più che abbastanza, forse non stiamo più parlando soltanto di economia o di politica.
Stiamo parlando anche di una struttura interiore.
Ed è qui che il concetto di ego patriarcale diventa, per me, particolarmente interessante: non riguarda soltanto chi comanda, ma il bisogno di comandare. Non soltanto il potere, ma il modo in cui ci rapportiamo al potere.
E noi?
È probabilmente questa la domanda che mi ha lasciato il libro. Non quanto sono patriarcali gli altri?, che sarebbe una domanda piuttosto comoda. Ma:
Dove, nella mia vita, il controllo prende il posto della fiducia?
Dove la gerarchia sostituisce la relazione?
Dove ho imparato che essere forti significa non avere bisogno di nessuno?
Sono domande che rivolgo anche a voi, ben sapendo che non ci sono risposte semplici.
Per fortuna ci sono libri che servono a guardarci un po’ più da vicino.




Avevo visto questo saggio in giro su Instagram e mi aveva incuriosita, mi fa piacere tu lo abbia letto, mi sono fatta un’idea e non è escluso lo legga anch’io (che oltretutto adoro la saggistica). Mi piace l’approccio che fa l’autore a questo fenomeno così radicato nella nostra cultura. Erroneamente si crede sia sparito, lo si crede quando si pensa che il patriarcato sia quello solo quello di 50/60 anni fa, quella forma di controllo maschile sulla donna. Ma non è affatto così, purtroppo. Il patriarcato è un fenomeno ancora molto evidente, ha assunto nuove forme, non smette di esercitare il proprio potere. Perfino tramite i social si è come reinventato. Negarlo è perfino pericoloso.
Anche io adoro la saggistica e questo libro come ho raccontato mi è capitato per caso. Ma la sua tesi è ancora assolutamente attuale. proprio ieri uno dei Vice Ministri del nostro Governo, Tajani, suggeriva ai suoi amici maschietti in una iniziativa pubblica di sposare donne per bene, non appariscenti, individuando nella lunghezza della gonna il metro e la misura per definirle tali. Naturalmente qui c’è un combinato disposto di aderenza alla cultura neo fascista che vuole la donna angelo del focolare tutta casta casa e chiesa, e l’incultura che avanza e che riguarda anche i più alti rappresentanti del mio paese, di cui francamente non mi sono mai vergognata tanto. Leggilo, è un po’ ostico in un alcuni passaggi ma illuminante
Il titolo incuriosisce molto. In effetti spesso le parole non battono pari con i fatti. C’è una dicotomia a volte subdola, a volte più evidente dove il nostro pensiero non è valorizzato dai fatti, anzi.
Io per natura prediligo la fiducia anche se spesso questa viene tradita. Avere fiducia nel proprio prossimo non è mai un esercizio semplice, anche perché si rischia di finire manipolati.
Io mi metto sempre al livello di chi mi circonda. Tendo a creare relazione e non gerarchia. Ma gli altri come si comportano con me?
Nessuno è forte tutti abbiamo bisogno del nostro prossimo. Chi si ritiene non aver bisogno degli altri è di sicuro più debole e lo maschera manifestando la propria superiorità.
Sono spesso in sintonia con le tue riflessioni e anche oggi confermo la nostra consonanza. Personalmente sono convinta che per ottenere fiducia occorra prima fare un investimento. Tutti siamo così certi di avere diritto che spesso ci dimentichiamo che le relazioni sono piccoli passi in avanti verso l’altro. Quando qualcuno si sente investito di fiducia e responsabilità, se ha qualcosa da dare allora è liber3 di farlo. Ciò non significa che si sia disponibili alla manipolazione o che accettiamo, parlo per entrambi, di essere tacciati come stupid3. Il punto è che quando qualcuno tradisce l’investimento di fiducia fatto nei suoi confronti, il problema non è di chi ha dato fiducia ma di chi non ha saputo e non sa valorizzarla, non sa esserne all’altezza. Quando accade io sono spesso definitiva. Non perdo l’educazione, ma una porta si chiude Ho deciso da tempo che la perdita di tempo e di energie è il più grosso dispetto che posso farmi…