Nel 2017 ho aderito con il mio blog al Manifesto della comunicazione non ostile, una carta che elenca dieci princìpi di stile utili a migliorare il comportamento di chi sta in Rete. Il suo obiettivo è favorire comportamenti rispettosi e civili e fare in modo che la Rete sia un luogo accogliente e sicuro per tutti.
Potete sottoscriverlo liberamente sul sito di Parole Ostili, dove troverete le 10 buone pratiche per una comunicazione non ostile nel nostro quotidiano. Vale in rete, sui social o nella vita reale.
Il primo punto del Manifesto è il principio che il virtuale è reale.
Di cosa significa nella mia vita e in rete discuto in questo articolo.
Il virtuale è reale
Il Manifesto della Comunicazione non Ostile sostiene che la realtà virtuale debba coincidere con quella reale per poter realizzare una comunicazione positiva. Il virtuale è reale significa in pratica
essere tanto coerenti in rete come lo siamo nella vita reale
E’ un monito difficile da seguire, specie di fronte allo sviluppo di tecnologia ormai accessibile a chiunque che permette qualunque tipo di mistificazione.
Regolare il virtuale, ecco come “obbligarci” alla trasparenza
I rischi sono amplificati dall’accesso di massa agli strumenti dell’Intelligenza Artificiale (di seguito IA). Su questo fronte però arrivano i primi segnali positivi: il 13 marzo 2024 il Parlamento Europeo, prima istituzione al mondo, ha promosso una norma che regola l’uso dell’IA indicando con chiarezza la strada di uno sviluppo basato sull’essere umano. Se pensate alle manipolazioni che l’IA può fare su notizie e fotografi (molto noto il caso della fotografia della Principessa Kate con i suoi figli, ma non certo l’unico) o all’uso di ChatGPT, questa è davvero una buona notizia.
Secondo l’Internazionale, la nuova legge prevede un approccio a due livelli. I modelli di IA per “uso generale” dovranno rispettare gli obblighi di trasparenza e le regole europee sul diritto d’autore, mentre i sistemi considerati “ad alto rischio” – usati, per esempio, nelle infrastrutture cruciali, nell’istruzione, nelle risorse umane e nella sicurezza pubblica – dovranno invece rispettare requisiti più severi. In particolare, dovranno includere una valutazione obbligatoria delle loro conseguenze sui diritti fondamentali.
L’eterno tema della maschera
Quando parliamo di coerenza tra il nostro profilo in rete e quello reale tocchiamo inevitabilmente un argomento già a lungo indagato non solo dagli psicologi comportamentali e dalla sociologia ma anche dalla letteratura. Faccio riferimento al Maestro e ai suoi Sei personaggi in cerca d’autore, il dramma di Luigi Pirandello metafora insuperabile della condizione dell’uomo moderno, in bilico tra realtà e apparenza, verità e finzione. Oggi quelle domande dei sei personaggi circa l’arte e il teatro, identificata come unica realtà per loro possibile, sono vere anche per quanto riguarda la nostra presenza in rete, in quel palcoscenico di byte che è la rete, in cui, teoricamente, tutte e tutti possiamo esser ciò che ci pare.
Funziona? Fino a un certo punto. E non parlo della possibilità di ingannare gli altri, ma di ingannare a lungo noi stesse.
Quando parliamo di virtuale stiamo ancora parlando di maschere, ovvero di personaggi che interpretiamo e indossiamo a ogni occorrenza. Le maschere servono proprio ad assumere un’altra identità. Oggi le nuove maschere sono i nostri innumerevoli profili social, tanto pesanti quanto più si industriano a rappresentare una versione di noi più consona a ciò che vorremmo essere.
Ha molto a che fare con il tema della nostra identità, della quale talvolta ci dimentichiamo di essere fiere o al contrario ci è impedito di rappresentarla, così com’è realmente.
Nel caso della rete il rischio è assumere un’identità social, che ci colloca in una realtà virtuale di cui spesso conosciamo molto poco e controlliamo ancora meno. Camminare su un tratto di strada di cui non conosciamo né l’ampiezza né la tenuta, rende più facile sprofondare.
Dico e scrivo in rete ciò che sono pronta a dire e fare di persona
Questa è una delle più importanti affermazioni contenute nel Manifesto della comunicazione non ostile e centra il punto: perché assumiamo identità virtuali per compiere azioni, tenere atteggiamenti, usare parole molto distanti dalla nostra realtà quotidiana?
Come mai la nostra identità ci sta stretta? Abbiamo la forza di cambiarla nel mondo reale se on ci rappresenta o ci accontentiamo di farlo soltanto nel mondo virtuale?
Il primo “mondo” parallelo che ho conosciuto è stato Second Life. Ho scoperto che esiste ancora ma in realtà non è mai riuscito ad appassionarmi. Ciò che per altri rappresentava un vantaggio, vivere una seconda vita in copertura, mi infastidiva e mi metteva in difficoltà. Forse non sono mai stata capace di essere qualcos’altro e non è detto che sia un vantaggio. Ma perlomeno non ho il dubbio di aver agito cose che non si attestavano perfettamente alla me rionsocibile in ogni amnnito della mia vita.
Questa che suona come una rivendicazione, lo è. La prima caratteristica che si perde quando si adotta un’altra identità, anche temporaneamente, è l’autenticità, ovvero l’essere irrimediabilmente sé stesse, sempre, senza limitazioni e costrizioni.
Ciò non significa non cambiare mai. L’identità reale è in continuo divenire, si nutre di esperienze, relazioni, atti e fatti compiuti nella realtà della nostra vita. Affidarsi al web per viverla, in qualunque modo decidiamo di farlo, impedisce questa crescita o ne devia il cammino. Il virtuale ci costringe all’interno di uno spazio fisicamente limitato e virtualmente illimitato. Queste due dimensioni prima o poi cozzeranno. Quello che non siamo più in grado di garantire nella realtà, ovvero la possibilità di cambiare, di trasformarsi, di eccedere e uscire dagli schemi, possiamo forse garantirlo a noi stesse nel mondo virtuale?
L’IA, la capacità delle macchine di creare mondi magnifici e secondo i nostri desideri, gli assistenti virtuali, le amiche virtuali e tutto ciò che oggi IA può inventare o ha già inventato, generano un mondo parallelo in cui saremo come un palloncino cui si è staccata la cordicella. Voliamo alto per un po’ e il viaggio è gradevole, fino a quando non saremo troppo in alto e incontreremo il sole.
La cortina di byte
Ciò che chiamiamo realtà virtuale è solo una cortina di byte dietro la quale ci nascondiamo tutti, nel bene e nel male.
Una cortina di byte che aiuta a farci sentire meno coinvolti nella conversazione e dunque più liberi di esprimere i nostri istinti più repressi. Nella vita quotidiana seguiamo, chi più chi meno rigidamente, delle regole di convivenza civile che stanno alla base del nostro vivere insieme. Regole che in rete valgono solo teoricamente, perché talvolta possiamo addirittura violarle, cambiando ad esempio la nostra identità o correggendo il tiro ogni volta che vogliamo, basta cancellare e riscrivere se ci è partita la frizione.
Ma ciò che non sappiamo o meglio che non vogliamo considerare, è che in rete tutto resta esattamente dov’è, anche se non lo vediamo. I nostri dati, cui abbiamo offerto il consenso in modo automatico (fa parte del gioco, rende l’autorizzazione alla privacy semplice e immediata, senza lasciare il tempo di pensarci su troppo) sono a disposizione teoricamente di chiunque. La compravendita di dati per profilare ad esempio abitudini, gusti, interessi, molto utili per le campagne di vendita, non solo on line, è legale una volta ottenuto quel consenso.
Avete mai provato a googolare un prodotto che vi serve e su cui volevate informazioni e trovarvi le bacheche dei vostri social preferiti piene di sponsorizzazioni sul tema?
Comunicare via social
Per la verità oggi alcuni social sono utilizzati per la comunicazione istituzionale. Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe mai immaginato di trovare una dichiarazione ufficiale della Presidenza della Repubblica su X, o gli scambi di gentilezze tra politici di cui quella bacheca è piena. Qui la questione dell’identità si complica poiché l’identità è pubblica, cioè riconoscibile e riconosciuta da molti. Impossibile in questo caso fuggire da sé stessi. Anche cancellare un post può non essere abbastanza, non solo perché la cortina di byte resta, ma perché con lo strumento dello screenshot è facile tenere traccia di una scivolosa dichiarazione o di un’affermazione di cui poi pentirsi, amaramente.
Non ditemi che non vi è mai capitato di essere screenshottati o addirittura registrati. L’inciviltà tocca ormai vette che vorrei pensare insuperabili. Ma forse mi illudo.
Di questi dialoghi violenti e pesanti, fino alle ingiurie e allo stalking che ormai molte, soprattutto donne, denunciano, hanno anch’essi un effetto virale. Possono generare due tipi di reazioni:
- rifiuto e condanna
- accettazione ed emulazione
Il mondo sta andando in una precisa direzione e noi ne siamo già in qualche modo travolti.
Il virtuale è virtuale e non ha niente a che vedere con la realtà. Siamo noi a dargli una veste credibile, quando credibile non dovrebbe essere (e non è)
Dunque l’affermazione “Il virtuale è reale” appare una sorta di contraddizione in termini.
Abbiamo tutt* un’identità virtuale
L’identità virtuale è la parte del nostro sé che si interfaccia con gli altri nel mondo della rete. Assumiamo un’identità nostra, spesso definita Avatar, e navighiamo sul web come tali. Nella maggior parte dei casi siamo noi a decidere cosa offrire del nostro vivere quotidiano e come farlo, ma non sempre è così.
Pensate alle profilazioni dei gusti o delle abitudini eseguite per il tramite dei social cui siamo iscritti.
L’identikit di ciascuno di noi che ne viene fuori (sono archiviati milioni di modelli comportamentali che ci riguardano nel web e non ne controlliamo che una minima parte) dice molto di più di noi di quanto vorremmo.
Prendiamo una qualunque questione civile di rilevanza, anche solo momentanea (c’è qualcosa di durevole, sul web?). Il punto non è il merito, ma il metodo.
Una protesta che si scatena sui social ha un effetto di sfogo momentaneo e raramente produce effetti concreti, se non su chi l’ha agita.
Che belli i tempi in cui la piazza reale (o la sua minaccia) era l’unico modo concreto di farsi ascoltare! Ora, mentre i social pullulano di rivoluzionari, i luoghi delle decisioni sono vuoti. Ma il tempo sta cambiando. Lo dimostrano le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori e dell’Università con la loro voglia di cambiamento, che stanno disegnando un quadro dell’adolescenza che sarà la classe dirigente del paese molto diversa da quella che molti vorrebbero descrivere.
La reazione dello Stato, violenta e repressiva, dimostra che questa Onda Alta (rubo alla canzone di Dargen che ho molto apprezzato) fa paura. Perché è un’onda che chiama democrazia.
I rivoluzionari da tastiera in fondo giovano allo status quo. Odorano di disimpegno sociale camuffato da impegno civile sul web. Che resta a mio avviso il rischio più pesante.
Il virtuale è reale, noi siamo reali
Il web trasforma, modifica, rifrange la nostra personalità. Occorre farci attenzione, perché a lungo andare potrebbe cambiarci in una direzione che non possiamo controllare.
La consapevolezza e la capacità di maneggiare gli strumenti di uso quotidiano, come i canali sociali, sono elementi indispensabili per evitare di esserne travolti.
Torno da dove sono partita, a Pirandello. Il padre a un certo punto del dramma si rivolge al capocomico così:
Il padre: Comprendo, signore. Forse lei, invece, non può comprendere noi. Mi scusi! Perché—veda—qua per lei e per i suoi attori si tratta soltanto—ed è giusto—del loro giuoco. La prima attrice (interrompendo sdegnata): Ma che giuoco! Non siamo mica bambini! Qua si recita sul serio. Il padre: Non dico di no. E intendo, infatti, il giuoco della loro arte, che deve dare appunto—come dice il signore—una perfetta illusione di realtà. Il capocomico: Ecco, appunto! Il padre: Ora, se lei pensa che noi come noi indicherà sé e sommariamente gli altri cinque Personaggi noi non abbiamo altra realtà fuori di questa illusione! Il capocomico (stordito, guardando i suoi Attori rimasti anch'essi come sospesi e smarriti): E come sarebbe a dire? Il padre (dopo averli un po' osservati, con un pallido sorriso): Ma sì, signori! Quale altra? Quella che per loro è un'illusione da creare, per noi è invece l'unica nostra realtà. Ma non soltanto per noi, del resto, badi! Ci pensi bene. (Lo guarderà negli occhi) Mi sa dire chi è lei? E rimarrà con l'indice appuntato su lui. Il capocomico (turbato, con un mezzo sorriso): Come, chi sono?—Sono io! Il padre: E se le dicessi che non è vero, perché lei è me? Il capocomico: Le risponderei che lei è un pazzo!
Pirandello, Luigi. Sei personaggi in cerca d’autore
Non rinunciate dunque alla vostra realtà quotidiana. Bella o brutta che sia, è tutto ciò di vero che possedete
Quanto virtuale c’è nella vostra vita?




Bene che il parlamento europeo abbia emesso una legge per regolare l’intelligenza artificiale, spero che entri in vigore presto e non tra due anni come ho sentito.
Riguardo alla mia realtà per me quella virtuale è vicina a quella reale, sono me stessa sempre, il mio comportamento è in linea con quello che farei di persona. L’aggressività che vedo in rete (da parte dei leoni da tastiera) mi fa capire che per molti non è così, per questo preferisco talvolta restarne lontana e vivere la vita reale nel reale…
È l’impressione esatta che dai Giulia, anche a chi non ti conosce!
Argomento caliente! E’ decisamente un problema che molte persone vivano la rete come occasione per fingere di essere ciò che non sono. In questo modo vengono sdoganati, se non del tutto almeno in parte, comportamenti e toni che non si userebbero mai nella realtà-reale, per semplice buonsenso e persino per prudenza. Quando leggo certi commenti odiosi non posso fare a meno di immaginare la situazione tradotta nella vita quotidiana, con le ovvie conseguenze. Fa ridere, ma si ride a denti stretti. La regola di dire in rete soltanto ciò che si direbbe dal vivo mi sembra perfetta. Non ci salva da tutto, ma taglia via una buona parte del peggio.
Ciao Grazia, ho trovato molto condivisibili le tesi del Manifesto per la Comunicazione non Ostile e questa in particolare, che è la prima, è quanto mai necessaria. Penso che la rete abbia allontanato le persone da sé stesse e dagli altri in modo pericolosamente irreversibile. Mi rende molto più triste, certo, perché penso ai rischi che corrono le loro esistenze e le nostre. Ma mi fa anche molta rabbia. Non è impossibile monitorare certi comportamenti. Qiando l’essere qualcun altro è un modo per nascondere sotto mentite spoglie la rabbia e la violenza, si deve intervenire. Soprattutto con la cultura ma anche con regole. La digitalizzazione lo consente. Invece promuoviamo personaggi che fanno dell’amore mistificazione la fonte del loro successo. Quand’è questo riguarda qualche posa ben riuscita con un prodotto da pubblicizzare in mano, passi. Ma non per tutto il resto? Quando non sei tu, chi Si nasconde dietro di te?
Mamma mia! Quanto tempo è passato dal mio intervento! Quello che ho scritto allora, lo riscriverei punto per punto.
Hai citato second life. Ricordo che mi ero iscritto per curiosità ma l’ho trovato fuorviante, almeno per me, perché non sono mai riuscito a calarmi in altri panni diversi da quelli che indosso tutti i giorni.
Per quanto riguarda AI ho ancora alcuni link del 1996 dove si parlava di questa nuova frontiera. Ricordo che la ritenevo pericolosa. Un dr. Stranamore c’è sempre e AI sarebbe perfetta. Bisogna tener presente che dietro il codice di AI c’è l’uomo e quindi le possibilità di un uso improprio esiste sempre. Sembra che i Call Center che ci assediano di continuo la stiano usando per imbrogliare il prossimo con contratti mai richiesti. Ma non solo questi ma anche con dei vocali apocrifi per truffare le persone. Insomma ben venga una legge ma dobbiamo stare tutti attenti per evitare di incappare in brutte sorprese.
Sono felice che tu ti sia ritrovato nel tuo vecchio commento, anche io quando mi rileggo, qui o nei miei diari, mi emoziono quando mi riconosco in pieno. Sembra una cosa scontata ma non lo è, la coerenza, anche quando cambiano le situazioni, è un valore importante. Ho sentito parlare proprio in questi giorni della truffa del “si” al contratto. Personalmente sono molto infastidita dal numero impressionante di telefonate che ormai mi arrivano anche sul cellulare del lavoro o sul fisso in ufficio. Cerco di essere gentile ma ormai le sedicenti finanziarie che ti propongono qualunque cosa mi irritano. Per evitare guai quando mi chiedono “Lei è la signora Elena?” (capite, oltre che “rubarmi” il numero sanno anche il mio nome!) rispondo sempre con “chi parla?”. Così evito la fatidica sillaba. Ma non il nervus. Vedremo tra qualche settimana cosa è davvero questa prima legge al mondo sulla IA. Pare che stia ricevendo già le prime critiche: non considera le evoluzioni che in questo settore, come tu mi insegni, sono molto veloci. Stiamo a vedere, ci ritorneremo. Buona serata e grazie per aver accettato di rileggermi in un vecchio post che però è sempre gustoso.
Il virtuale non è reale, punto. Il virtuale, i (a)social, tutti questi costrutti di plastica, di sabbia, di nulla, non sono reali. Il reale è tangibile. Può essere un libro, una mano da stringere, due occhi da guardare, un tramonto sul quale scrivere centinaia di pagine senza bisogno di condividerlo con un filtro aspettandosi i like. Il mondo sta diventano un posto grottesco. Miliardi di bipedi che camminano curvi su un telefono. E non guardano davanti a loro. E non incontrano più nessuno. E non parlano più con nessuno. Non leggono, non scrivono. Perché un post su facebook non è scrivere. La scrittura è solitudine, solitudine con il proprio animo. Quel che abbiamo attorno è solo un teatrino di maschere ridicole. Concludo: il virtuale non è reale. Sarebbe come dire che la pornografia è amore. O i fiori di plastica profumano. Basta con queste idiozie e ricominciamo a vivere.
Ciao @Cincinnatus, benvenuto nel blog! Capisco molto bene il tuo punto di vista e mi convince. Ammetto che tra quegli esseri curvi ogni tanto i riconosco anche io, sebbene sia consapevole di quanto tempo tolga la consultazione continua del telefono, delle mail, dei social da aggiornare…. Una follia di gruppo che in questo periodo di lockdown (quando scrissi questo articolo eravamo così distanti da questa odierna realtà, ma non sento troppo distante quel mio pensiero, per fortuna) è diventata più pressante. Per lo scrivere è lo stesso: scriviamo solo quando c’è silenzio. Dentro e fuori di noi. Nei periodi come questo infatti faccio fatica a scrivere. Troverai nel blog molti articoli in proposito, spero tu possa tornare a trovarci. Buona giornata
Ciao, complimenti per l’articolo e ti consiglio un libro di Sherry Turkle “La Conversazione Necessaria” che analizza in maniera approfondita l’argomento
Ciao Giuseppe, grazie per i complimenti e il suggerimento di lettura, non ne avevo mai sentito parlare. Ti do il benvenuto tra le Volpi, a presto!