Il mestiere di scrittore
Scrittura

Sono troppi gli scrittori in Italia?

Quante volte avete sentito dire qualcosa del genere, magari proprio mentre tentavate di promuovere il vostro ultimo romanzo o difendere la categoria cui ritenete di appartenere.

In Italia si scrive troppo.

Sono troppi gli scrittori in Italia

Quel retropensiero maligno che siete certi persista nella mente di coloro che pronunciano siffatte volgarità non si può esplicitare. Ma in buona sostanza significa:

Datti pace. Non ti leggerà nessuno, non sei mica Elena Ferrante!

E poiché vi piacciono le sfide e non amate retrocedere davanti alle provocazioni, forse avete pensato:

E’ solo invidia, ingenuità. Io ce la farò a farmi leggere

e siete andati avanti, senza più pensarci sopra.

A me è successo qualche giorno fa e ho deciso di vederci più chiaro.

Sono andata a spulciare qualche dato sul mercato editoriale per capire quanto ci sia di vero in questa affermazione.

Sarà sufficiente la statistica per risolvere la vessata quaestio?

Domanda retorica. Intanto proviamo a ragionare, sul serio, su questa domanda:

Sono troppi gli scrittori in Italia?

La strada che in Italia lo scrittore medio ha di fronte quando intende proporre il proprio libro a una casa editrice è impervia e dolorosa.

Le difficoltà sono molte, tra cui individuare editori di provata serietà (scopri come difenderti dalle EAP) e raggiungere un buon livello di scrittura per poter presentare il proprio manoscritto in modo efficace ed efficiente (Come revisionare un romanzo? Qui hai una traccia).

Piuttosto mi interessa prendere la questione dal punto di vista della produzione culturale: quantità, qualità, orientamento di mercato.

Perché temo che la faccenda non si risolva affermando che sono troppi gli scrittori in Italia, piuttosto evidenziando se sono troppi i libri che si scrivono su temi che interessano pochi e con un livello di qualità discutibile.

La produzione di libri in Italia

Gli ultimi dati ISTAT disponibili sono quelli del dicembre 2018.

Riguardano le performance del 2017, li trovate per esteso a questo link.

Se non avete voglia di leggere tutto il pistolotto, qui di seguito analizzerò i dati per me più significativi.

Nel 2017 gli editori attivi erano 1459.

Di questi l’85% pubblicava non più di 50 titoli all’anno,  il 54% ne pubblicava al massimo dieci, il 31% da 11 a 50 opere annue.

I grandi editori (quelli che di solito ci interessano) ovvero che pubblicano più di 50 pere all’anno, erano solo il 15%, poco più di 200.

Saranno anche i più seri?

Pare di sì, visto che pubblicano l’85% dei titoli che troviamo sul mercato, ma ne vendono meno della metà.

Il 22% degli operatori del settore dichiara infatti che è rimasta invenduta più della metà dei titoli pubblicati nel 2017, percentuale che arriva al 26% per i piccoli editori e all’11% per i boss del settore.

Chissà se i numeri del 2018 (tra pochi mesi li avremo) saranno differenti.

Troppi scrittori in Italia o troppi libri invenduti?

La domanda non è affatto peregrina e cambia il paradigma con cui di solito ragioniamo.

Ci obbliga ad accedere a un terreno di discussione che mette in gioco la qualità piuttosto che la quantità.

Domanda al brucio: quanti dei libri che avete letto nell’ultimo anno potevano non essere scritti?

Se siete onesti, la percentuale dovrebbe essere significativa.

E ora ditemi quanti di questi erano pubblicati da grandi case editrici?

Quando andiamo alla ricerca del colpo grosso con quel 15% di editori di cui sopra, dobbiamo sapere che scegliamo di partecipare a un gioco che ha regole ferree e impietose, chi ci ha già provato lo sa.

Non c’è spazio per l’autocommiserazione, né per le false speranze.

Tolto qualche personaggio famoso che può permettersi di scrivere sostanzialmente ciò che gli pare perché la sua notorietà farà il resto, per la maggior parte degli autori italiani e stranieri la qualità della propria opera è tutto.

Valutarla con oggettività non è semplice, per questo bisogna affidarsi a qualcuno che ne sappia più di noi e dal quale accettare un rifiuto se non siamo (ancora?) pronte (noi o il nostro romanzo).

Il mercato editoriale non è l’Eden che immaginiamo quando cominciamo ad accarezzare il sogno di scrivere.

Finestre temporali strettissime per la presentazione dei manoscritti, lunghe liste e tempi di attesa per la valutazione, ricerca della perfezione nella stesura (così il testo è già pronto) qualche pretesa sulla gestione non solo della forma ma ache dei contenunti.

Tutte cose con cui dobbiamo confrontarci.

La conclusione per me è che semmai sono troppi gli scrittori che non sono disponibili a farlo e che scelgono scorciatoie che ci fanno arrivare prima ma con le scarpe rotte 🙁

Ehi, avevi letto La scrittura, un sentiero impervio e faticoso

Le statistiche di lettura in Italia

Leggiamo poco. La ragione sta nel basso livello culturale della popolazione (scusate se ci vado giù piatta) e nella mancanza di un’educazione alla lettura a partire dalle famiglie e soprattutto dalla scuola.

Voi ricordate qual è stato il primo libro da adulti che avete letto in vita vostra?

Io non posso dimenticarlo, ve ne ho appena parlato sul blog.

Si tratta di Professione poliziotto, di Carlo Castellaneta.

Ma quanti hanno un ricordo così netto? Quanti hanno un ricordo di questo tipo? 😯

Se nonostante la mia memoria da criceto mi è rimasto in mente qualcosa letto quasi quarant’anni fa, significa che il lavoro della mia insegnante di Italiano di allora ha funzionato a dovere.

Prova adesso a regalare un libro a un ragazzino .0 e vedrai la reazione…

Se poi guardiamo alla statistica di lettura in Italia come a una bella figura femminile, nelle sue curve grasse si colloca il 60% della popolazione che non ha mai letto un libro in vita sua, con una preoccupante flessione per quanto riguarda la fascia adulta (fino ai 55 anni) delle letture.

24 milioni di persone hanno letto almeno un libro all’anno, pari al 42% della popolazione. Il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo 100.

Scriviamo per una popolazione esigua, bisogna saperlo. E che ha gusti consolidati e fatalmente influenzabili dalle mode.

Ma noi, scriviamo per le mode?

Se volete qualche paragone europeo sui numeri, eccovi serviti.

In Spagna il 68,1% della popolazione legge più di un libro all’anno, in Inghilterra la percentuale sale al 75%.

Colpa del lavoro? Della vita troppo stressante?

Tutto può essere e a tutto possiamo dare la colpa. Ma la ragione è sempre la stessa: la cultura in Italia non conta che poco o nulla, guardatevi intorno.

Con orgoglio annoto che la popolazione femminile si conferma in grande confidenza con i libri, ma i dati statistici sono in calo anche per questa coorte.

Dal 48,5% del 2017 al 47% del 2018.

Perché smettiamo di leggere?

Ci sono tre ragioni:

  • la prima: il 42% delle persone non ha tempo di leggere, con buona pace della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.
  • La seconda: L’8% dichiara che il costo è troppo elevato, ed è il valore più alto di tutti.
  • La terza:  Il 31% non è interessato e un 2% non ha l’informazione. Non conosce, non ha accesso.

Ma il bello è che il resto della popolazione legge e ha diritto di scegliere testi di qualità.

L’approccio “C’è troppa gente che scrive in Italia” è sbagliato e francamente persino un po’ ingenuo.

Se dovessimo usare esclusivamente la misura della quantità per giudicare la bellezza o la validità di qualcosa, mezzo mondo resterebbe sommerso, invisibile. Ciò vale anche per la lettura.

In Italia le persone che leggono i quotidiani sono in drastica riduzione, forse anche meno di chi legge libri.

Eppure non mi sognerei mai nemmeno per un istante di suggerire a un giovane che intenda intraprendere la carriera giornalistica di mollare perché ci sono tanti giornali che non vendono nulla.

Credo che un’aspirazione di questo tipo vada indagata, supportata, valorizzata. Gli augurerei di scrivere qualcosa di straordinariamente originale, per offrirci il suo personale punto di vista sul mondo e ci aiuti a crescere.

Ma non a scrivere in qualunque modo e a qualunque costo.

Vinciamo non se ci ostiniamo ad andare avanti ma quando capiamo quando dobbiamo fermarci.

Altrimenti facciamo del male a noi stesse, alimentando le mire economiche di supposti imprenditori senza scrupoli che ambiscono al nostro narcisismo per raggiungere i propri scopi economici e impreditoriali.

Che ne pensate, care Volpi?

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Barbara
4 anni fa

Ah, le statistiche dell’Istat… si va sempre a finire con i polli di Trilussa.
Al di là dei dati vecchi (perché gli editori sono lenti e restii a consegnare i loro preziosi dati), nonché le corrette segnalazioni di Darius, che un libro acquistato non è un libro letto (vedesi alla voce Tsundoku, di cui ho scritto da poco), ci si deve aggiungere che Amazon non fornisce alcuna statistica del mercato del self publishing. E formalmente non fa nemmeno parte della categoria “editori italiani”.
Eppure là dentro ci sono libri, migliaia di nuovi titoli ogni anno che vanno ad aggiungersi ai circa 60.000 degli editori italiani ufficiali.
Alla domanda che ha scatenato il post si può rispondere in due modi, a seconda di chi la fa.
Se è uno scrittore o aspirante tale:
“Ci sono troppi gli scrittori in Italia?”
“Eh si, facci un favore, smetti di scrivere…” 😀 😀 😀
Se è un lettore o, peggio, un non-lettore:
“Ci sono troppi gli scrittori in Italia?”
“Nah, ci sono pochi lettori in Italia, e si vede, cavoli, se si vede…Quanti libri hai letto tu l’anno scorso?” 😀 😀 😀

Che poi… nessuno che dica che ci sono troppi avvocati in Italia, eh!

Rebecca Eriksson
4 anni fa

Intervengo solo per le statistiche di lettura in merito alla cultura.
In Inghilterra la scuola elementare mi dava un libro da leggere a settimana. Ogni sera dopo cena, prima di poter guardare la TV leggevo mezz’ora/un’ora con i miei genitori.
Alla scuola elementare in Italia ho il ricordo di essere entrata nella biblioteca al massimo un paio di volte ed era una vecchia aula con delle librerie alle pareti: nulla a che fare con le labirintiche biblioteche scolastiche inglesi.

Calogero
Calogero
4 anni fa

La domanda: Sono troppi gli scrittori in Italia?
Le risposte:
1) SI, ma agli editori fa comodo così. Nessun editore conta di sopravvivere vendendo mille miliardi di copie di un solo best seller. Tutti (gli editori seri, non l’EAP, che per ovvi motivi non includo nel ragionamento) però tengono a galla la barca vendendo poche decine o centinaia, nei casi migliori, di copie di molte pubblicazioni, e gli altri (chi pubblica pochi titoli) arrotondano offrendo servizi editoriali.
2) Scrittori o scribacchini?
I primi sono contati, gli altri invece una quantità abnorme da sfoltire con ogni mezzo possibile (ma solo se si intende offrire letteratura che sia quantomeno di buon livello).

Calogero
Calogero
Rispondi  Elena
4 anni fa

Ciao Elena.
Giusto con un miracolo, lo dico da scribacchino.
La quasi totalità degli aspiranti autori privi di talento non si rende conto di esserlo, altrimenti immagino che buona parte di essi avrebbe il buonsenso di autocensurarsi. Ma forse dovrei cominciare io per primo, almeno eviterei di fare cattiva pubblicità al self publishing.
Comunque non ho ancora mollato. Ce la sto mettendo tutta per imparare bene, nel limite delle mie possibilità. Di passi avanti ne ho fatti ma sono consapevole che mi manca ancora qualcosa. Ma non mi abbatto, significa solo che devo andare avanti a studiare.
Auguri per Cascara.

Darius Tred
4 anni fa

Tocchi diverse tematiche che andrebbero approfondite singolarmente. Comincio con un appunto: quando dici “valutarla con oggettività (la propria opera, ndr) non è semplice, per questo bisogna affidarsi a qualcuno che ne sappia più di noi.”

Peccato che quel “qualcuno” che dovrebbe saperne più di noi è il diretto responsabile di tutte le opere invendute. Se infatti questo “qualcuno” sapesse veramente il fatto suo (e non credo ci sia distinzione tra editore BIG ed editore sconosciuto), credo che le opere invendute sarebbero davvero poche perché sarebbero tutte di successo, o quasi. Ma vediamo che le opere che stanno in libreria, editore BIG o no, non sono affatto tutte di successo. Anzi.
Quindi la domanda è lecita: esiste veramente qualcuno che ne sappia più di noi? 😛

Quanto alle statistiche di lettura, direi che come sempre (eh, sì, mi sono letto tutto il pistolotto… 😛 ) lasciano molto a desiderare. Includono persone che non leggono i quotidiani. Eccomi, io sono tra questi: non leggo un quotidiano da anni, nel senso che non vado più in edicola a comprarli. Ma li leggo quasi tutti i giorni dai rispettivi siti web. Come mi conteggiano le statistiche di lettura? Dovrebbero includere statistiche web ma quelle, si sa, sono anonime: vengono conteggiati accessi ai siti, pagine visualizzate e tempi di lettura.

Si confonde spesso (in rapporti come quello dell’Istat) il libro venduto con il libro letto, come se fosse un’equazione: copia venduta = copia letta.
Sbagliato: nemmeno sua maestà Amazon è in grado di sapere quanti libri vengano effettivamente letti tra quelli venduti. Quanti di noi hanno il kindle pieno di libri non ancora letti? O anche libri cartacei?

Il rapporto Istat che citi è riferito al 2017. Io ho ancora libri non letti che ho acquistato tre o quattro anni fa. Come viene conteggiata la mia lettura di un libro acquistato nel 2015 che magari leggerò nel 2020? E i prestiti? Come la mettiamo con i prestiti? Io compro un libro, lo leggo e poi lo passo a mia sorella: quindi un libro venduto = due letture. E viceversa, naturalmente. Senza contare la gente che va a pescare i libri in biblioteca proprio perché vuole risparmiare soldi senza rinunciare al piacere della lettura…

Anche la definizione di “lettore forte” mi fa un po’ sorridere: viene solitamente indicato come lettore forte colui o colei che legge almeno un libro al mese. Bene: un libro di 1000 pagine vale quanto un libro di 100? Un libro come Frankestein (tanto per citare un classico) viene conteggiato come la grandiosa opera della De Lellis? Fabrizio Corona vale come Ken Follett?

Potremmo andare avanti all’infinito ma la sostanza è sempre quella: le statistiche di lettura, secondo me, non si potranno mai fare in modo attendibile.

Luz
4 anni fa

Non c’è dubbio però che si pubblichino troppi libri, pare circa 60.000 in un anno. La quantità non fa la qualità, pubblicare è facilissimo, con piccole case editrici riesci a farti pubblicare un libro scritto abbastanza bene, da soli ci si può pubblicare anche un libro pessimo.
Diffido delle piccole case editrici. Credo che a parte esempi virtuosi come Voland o Minumum Fax, la maggior parte siano imprese che non hanno a cuore il percorso di un libro. Leggo in giro di scrittori e scrittrici letteralmente abbandonati al proprio destino, costretti anche ad autopromuoversi, mentre la CE ha solo stampato e messo il proprio brand sulla copertina. Male. Malissimo.
Io proverei con quattro o cinque case editrici ben scelte, poi mi autopubblicherei. Il che credo non sia affatto male, non disdegno né deploro questo modo di diffusione di un proprio libro. Certo, il problema è che tutti credono di averne scritto uno imperdibile.

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