Femminile, plurale

Storie di donne

Ci sono storie che sono così vere che non hanno bisogno di essere arricchite dall’immaginazione.

Parlano un linguaggio del cuore e lì arrivano, senza mediazioni.

Quando Brunella e io abbiamo deciso di raccontare storie di donne in un’apposita rubrica sul blog, non ci siamo date un vincolo né una traccia precisa.

Ci siamo dette: ” Partiamo, raccontiamo e raccontiamoci” e così abbiamo fatto.

Questo è il primo post della serie “Storie di donne” (che è anche un tag) annunciata come una delle due novità del blog per il 2021 in questo post.

Terremo insieme le nostre rispettive sensibilità, le nostre professioni, il nostro vissuto, i nostri caratteri, unite da storie vere che ci hanno colpite e che Brunella ha deciso di raccontare.

Ha cominciato a scrivere storie che traessero ispirazione dalla sua vita quotidiana e in particolare dalla sua esperienza nella professione di legale, spesso a contatto con situazioni complicate in cui sono coinvolte le donne. Un punto di vista interessante e nuovo che Brunella ha accettato di buon grado di testimoniare, le sono grata, davvero.

Così è nata questa rubrica e così proseguirà per tutto il 2021, una volta al mese; con storie di donne che riguardano vita vissuta. La loro vita e anche un po’ nostra.

Ci mettiamo in gioco. E vediamo come va a finire.

Le storie che Brunella ci racconta sono frammenti di vita che ho tenuto così come erano stati descritti perché avevano bisogno di passare senza filtri da questa pagine a voi che li leggete.

Chissà se vi riesce di gustarli e se vi va di dirci cosa suscitano in voi queste storie.

Ad ogni modo, godetevele.

Storie di donne

“Auguri, signorina!

Laureata di fresco e colma di sacro fuoco, ero andata nello studio personale del Presidente del Tribunale di allora per prestare giuramento come “patrocinatore legale “ : una figura marginalissima, che mi avrebbe dato la possibilità di esercitare davanti al Giudice Conciliatore ( non esiste più ora ), e di fare poco altro.

Con me, un altro ragazzo, entrambi impacciati, entrambi conformi al dress code: giacca e cravatta lui, tailleur io.


“Avevamo la stessa faccia

Dopo questo incoraggiante esordio, ho iniziato
la professione e la tutela di donne e minori è sempre stato l’aspetto del mio lavoro più importante e più sentito, quasi sempre il più faticoso e difficile.


L’ho vissuto come una opportunità per capire meglio me stessa e il mondo femminile, in genere, e di essere utile.


Questo mi ha portato però a incontrare la violenza, imparando a riconoscerla anche là
dove non è così manifesta ed evidente.

Storie di donne

Il Presidente fu gentile, ci fece leggere, prima lui poi io, la formula di rito, e alla fine ci diede la mano, prima a lui: “ Auguri, dottore! “ e poi a me: “ Auguri, signorina! “


Ho avuto un padre svalutante e molto autoritario, so di cosa parlo, e riconosco la fattispecie al volo.

Mio padre si è impegnato a fondo nel trattarmi come una cretina, esprimendo in ogni occasione la sua assoluta sfiducia nelle mie capacità e tentando di gestire anche la mia vita privata.

Per fortuna, oltre all’aspetto fisico (avevamo la stessa faccia ) avevo preso da lui la stessa testa dura: la mia caparbietà mi ha salvato, ma spesso dall’altra parte della scrivania ho visto ragazze tanto più fragili di me. Non facile, difendere una donna da se stessa, dalla propria educazione e dalla propria famiglia, nel momento i cui si sente più debole.

Che cos’è la violenza, Brunella?

La violenza ha molti volti. Botte e lividi sono solo uno dei tanti, paradossalmente neanche il peggiore.

La più drammatica è la violenza psicologica agita dall’uomo nei confronti della moglie o compagna, anche quando moglie e compagna la donna non si sente più.

Avviene svalutando giorno dopo giorno la sua persona e il suo ruolo, rilevandole critiche continue, anche al cospetto dei figli. Mostrando disinteresse sessuale, per mortificarla, o, al contrario, perseguitarla con pretese di continua disponibilità.

La violenza è autoritarismo, ostacolo a relazioni interpersonali con amici e parenti di lei e soprattutto, il più diffuso e il più devastante, il ricatto economico.

L’autonomia economica è un tema ricorrente nei rapporti disfunzionali tra uomini e donne, anche all’interno di una relazione di coppia. Durate la pandemia i divari si sono acuiti, molte donne hanno perso il lavoro e le loro case sono diventate prigioni. Il tasso di occupazione femminile è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini e il lavoro part time, che riguarda per il 73,2% le donne, è involontario nel 60,4% dei casi. Per non parlare dei redditi, in media il 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini (qui i dati del rapporto del Ministero del Lavoro)

In un paese evoluto, in pieno terzo millennio, non immaginiamo neppure quante donne siano dipendenti economicamente dal proprio partner.

Se non hai un soldo, dove vai e soprattutto come dai da mangiare ai tuoi figli?

Nelle prigioni familiari, come le chiami tu Elena, il perdurante controllo che certi genitori (soprattutto padri) esercitano sulle figlie, in primis con un’educazione alla sottomissione e a principi patriarcali obsoleti, ma soprattutto attraverso la continua ingerenza nella loro vita, anche da adulte, genera insicurezze e fragilità che una volta fuori dal recinto protetto della famiglia non fanno altro che acuirsi. Alcuni padri arrivano addirittura a interferire con la gestione dei loro matrimoni o divorzi.

Ne incontro tante nel mio lavoro di donne così, immagino a te capiti lo stesso.

Le incontro, le riconosco, ma spesso non si palesano. I loro problemi restano sullo sfondo, nascosti da un velo di vergogna e timore. Il lavoro è uno spazio di autonomia fondamentale per le donne. Per questo è tanto grave quanto urgente intervenire per riportare le donne a credere in se stesse, a investire su se stesse in una società che liberi spazi di autonomia e di espressione anche in luoghi in cui di solito le donne non ci sono.

Penso sia una sfida per i prossimi mesi quella di garantire lo sviluppo professionale delle donne. Un obiettivo in capo a tutta la società, qualunque sia il genere di appartenenza.

Come donne abbiamo il dovere di non voltarci dall’altra parte.

C’è un’immagine che amo richiamare alla memoria ogni volta che affronto questi temi:

una donna con fatica supera l'ostacolo e sale il primo gradino di una scala verso uno spazio nuovo di conquista. Allinea l'altro piede, prende un attimo fiato, solo un attimo. Poi si volta, allunga il braccio più forte verso colei che è ancora a terra e, afferratolo, la solleva, facendole spazio sul suo gradino.

Si chiama solidarietà, io preferisco chiamarla sorellanza.

Tocca a voi, care Volpi: quanto vi riconoscete in queste storie?  Cosa significa per voi sorellanza?


Piccola legenda: nella parte del dialogo inserita in questo post, le parti in corsivo sono dedicate alle affermazioni di Brunella.

20 Comments

  • newwhitebear

    uhm! è difficile dirlo. Io ho sempre avuto rispetto verso mi moglie e mia figlia, esattamente che loro hanno avuto verso di me. In famiglia non c’è mai stata nessuna differenza tra me, unico macchio, e le mie sorelle. Tutti abbiamo avuto le medesime possibilità. Chi le ha sfruttate e chi no.
    Però oggi è molto cambiato e storie come quelle di cui sate parlando lo fanno da sole.

    • Elena

      Buongiorno Gian, sono felice di ricevere il tuo commento su questo articolo. La tua è un’esperienza senza dubbio positiva, anche se bisognerebbe sentire il parere di moglie e figlia da questo punto dio vista :D. MI sono fatta convinta che spesso ciò che a qualcuno risulti normale e perfettamente sopportabile, per altri non lo sia. Non faccio riferimento a te, s’intende, ma più in generale forse questa società avrebbe bisogno di poter assumere il punto di vista dell’altra, in questo caso delle donne, sulle questioni che di solito “leggiamo” con strumenti e lenti maschili. Mi spiego meglio, perché il tuo commento ha suscitato in me molte positive riflessioni: l’altra sera parlavo con una persona di mia conoscenza. Sosteneva di essere stanca di occuparsi di troppe cose riguardo alla famiglia e di misurare un certo disinteresse da parte del suo compagno. Fatalità, il suo compagno lo conosco bene e qualche volta mi ha parlato del suo menage, non aggiungo altro. Vuoi sapere cosa mi ha trasmesso lui? Che la sua eccessiva volontà di controllo stava minando il loro rapporto. Non ho volutamente riportato punti di vista differenti legati a questioni delicate come la violenza, ma voglio solo testimoniare come a volte ciò che sembra normale non lo è. Semplicemente perché se le donne nel mondo del lavoro sono trattate come signorine, oppure come pungiball in qualche famiglia disfunzionale, o semplicemente ignorate, come accade troppo spesso nella società rispetto ai loro bisogni, allora una giustificazione dell’orrore che ci sta accadendo c’è ed è più chiara. Per questo mi dico che assumere il punto di vista dell’altra possa essere una possibile soluzione all’incomunicabilità che registro, ogni giorno. Che ne pensi? un caro saluto

      • newwhitebear

        giuste osservazioni le tue. Di norma raccolgo i pensieri della controparte proprio per cercare di essere oggettivo nei miei giudizi. Questo non vuol dire nulla ma ci provo. Non è detto, né lo dò per scontato che ci riesca. Hai ragione che spesso coppie in apparenza unite dietro mostrano molte crepe.
        Potrà sembrare maschilista perché ho cambiato molte città, otto contando anche quella di partenza, ma non le ho mai lasciate sole. tempo qualche settimana e loro erano con me. Un’unica eccezione il trasloco da Cesena a Modena ma un motivo c’era. Mia figlia doveva fare la maturità. Oltre il fine settimana, tornavo il venerdì sera e ripartivo il lunedì mattina, tornavo a casa anche il martedì sera.
        Salvo un caso, a Bolzano, le nuove abitazioni le abbiamo scelte sempre insieme. Con questo non voglio dire nulla. Però 49 anni di matrimonio tra pochi mesi e nove di fidanzamento qualcosa vuol dire o sbaglio?

        • Elena

          Felicitazioni Gian per il tuo lungo connubio d’amore. Si, certo che vuole dire qualcosa. Sintonia, affetto, sacrificio. Cambiarne così tante volte dimora non è semplice, adattarsi ogni volta un lavoro. Ma forse unisce ancora di più Che il solito tran tran. Fai bene a sottolineare il problema dell’acquisto solitudine. A volte ci si sente soli anche da un capo all’altro del tavolo. Un saluto caro

  • Sandra

    Grande Brunella! Una donna che mi piace un sacco.
    La strada è ancora lunga se non sei uomo etero e bianco, lunga e in salita verso l’uguaglianza.
    E l’argomento è vasto, ricordo una litigata pazzesca con una zia che rideva e disprezzava gli uomini che stirano (mio marito è bravissimo), esempio banale di guerra tra noi donne.
    A fronte di casi eclatanti di discriminazione, ce ne sono tantissimi come quell’ “Auguri, signorina”, subdoli, e terribili comunque. Come l’elenco dei telefoni aziendali dove lavorava un mio amicol: uomini col cognome, donne col nome.
    Me le mie coetanee che “non posso uscire con le amiche perché ho già usato il bonus di questo mese per la mia uscita senza il marito” detta da chi sembra avere una vita normale, al passo coi tempi ecc. ecco mi manda in bestia, come dover giustificare le spese personali quando si lavora. E comunque se la donna non lavora può essere una scelta condivisa per essere maggiormente presente in casa e quindi non esiste chiedere “la mancia”.
    Ci sono dinamiche mentali di arretratezza anche in situazioni apparentemente tranquille.

    • Elena

      Cara Sandra, intanto grazie per l’entusiasmo con cui accogli questa nostra rubrica! Brunella e io siamo molto emozionate e credo che emergerà, anche nei commenti. E’ stato bellissimo cominciare questo viaggio e sono così curiosa di sapere dove ci porterà. Per il momento, verso una bella discussione, arricchita da questo articolato e condivisibile punto di vista. Porti molti temi nel dibattito importanti, dovremmo scriverci altrettante storie. La “guerra tra le donne” come la chiami tu, come se allontanarsi dal ruolo in cui la società ha sempre relegato le donne (coloro che si prendono cura della casa e della famiglia con tutti gli annessi e connessi) fosse vissuto come un attacco non tanto al ruolo ma alla stessa persona e a come si identifica, si “legge” nella società. Oppure l’elenco aziendale con i cognomi per gli uomini e i nomi per le donne (cosa significa? che essi hanno una dignità di professionisti e le donne di semplici gregarie? C He significa questa distinzione? Sarebbe bello chiederlo!) oppure le serate a bonus. Una sorta di ora d’aria concessa e non conquistata. Accidenti, gli uomini devono fare un passo in avanti, ma se anche noi di tanto in tanto procedessimo non sarebbe affatto male… Io ho scelto sempre di lavorare per rendermi autonoma. Una sorta di fissazione, quella della mia autonomia, che mi ha reso libera. Mi ha fattoi vincere e perdere lo stesso. Ma sempre in nome e per mio conto. Anche l’orgoglio vuole la sua parte 🙂

  • Giulia Lu Dip Mancini

    Molto bella e interessante questa rubrica, complimenti Elena e complimenti Brunella, non si parla mai abbastanza di donne, soprattutto in questi contesti.
    La sorellanza è importante ed è bellissimo quando si realizza perché una donna in difficoltà se trova l’alleanza di un’altra donna può davvero essere più forte e meno sola.
    Le donne spesso sono fragili e insicure a causa di una società che continua a metterle in secondo e terzo piano e finiscono per essere sempre pronte a mettersi da parte per un uomo, così magari non lavorano e rinunciano all’indipendenza…

    • Elena

      Eh sì Giulia, ho appena finito di sostenere la stessa cosa nella risposta al commento di @Sandra. La questione più urgente è la conquista dell’indipendenza economica attraverso il lavoro e non attraverso altre modalità di sopravvivenza a carico di altri. Mia zia, che ha fatto la scelta di fare la casalinga sollecitata dal marito e che ha svolto il suo compito egregiamente fino ad ora che non è più una ragazzina, mi dice sempre che ciò che le ha pesato di più in questi anni è di dover chiedere i soldi a suo marito, l’unico che li portava a casa, sebbene bastassero per tutti. Ecco cosa intendo quando parlo di autonomia: le nostre scelte costano. Dobbiamo essere in grado di farvi fronte e se oggi come oggi il 9’% dei posti di lavoro persi e a rischio è delle donne abbiamo un gigantesco problema che dobbiamo tutti chiedere che sia affrontato. Altrimenti, altro che parità. Di problemi del genere, fammi dire tristemente, vorrei che discutessero, non di stupidaggini inutili. Del segno caratteristico di un Paese in cui le donne non hanno ruoli politici.- Ma questo , forse, è un altro post. Grazie per aver apprezzato il nostro sforzo, Giulia

  • Marina

    Ciao Brunella, piacere di conoscerti e ciao Elena. Una bella idea, anche questa rubrica.
    A te, Brunella, mi lega l’affinità con la professione. Sono avvocatessa non più in esercizio e, nei primi anni, mi sono occupata, al fianco dell’avvocato presso cui avevo fatto pratica, di un paio di casi di violenza domestica, che mi hanno traumatizzata al punto da convincermi di non essere fatta per questa professione. Difendevamo l’accusato di violenza sulla moglie e, credimi, non avrei mai voluto farlo. Non riuscirò mai a giustificare nessuna forma di sopruso ai danni di una donna, mai, anche se di fatto tanti sono i motivi che spingono al crimine, psicologico o fisico, che sia. La pandemia ha acuito certe difficoltà già esistenti dentro alcune realtà familiari ed è terribile anche il solo pensare che non si possa stare chiuse in casa con il proprio marito/compagno senza vivere il costante terrore di subire violenza. Per quanto se ne parli, noi donne non riusciremo mai ad affrancarci dall’inveterato pregiudizio sulla condizione femminile: la sorellanza conta, certo, la solidarietà, lo spirito di comunione di fronte a problemi condivisi, ma resto scettica e pessimista sulla possibilità di ottenere certe “vittorie” nella società.

    • Elena

      Cara Marina grazie per questa tua condivisione. Non entro nel merito della professione, ma mi sento molto affine a te circa le possibilità di rappresentare o non rappresentare determinati clienti. Mi sono sempre chiesta se ci sia la concreta possibilità di scegliere per un professionista senza dover rinunciare. Non ho risposte. Sul cambiamento sociale comprendo ma non mi arrendo. Non posso. Un abbraccio, il resto del commento lo lascio a Brunella…

      • Brunilde

        Ciao a tutti, grazie per i vostri commenti e la vostra accoglienza.
        E un grazie speciale ad Elena per la fiducia e lo spazio che mi ha offerto qui, fra le Volpi!
        Cara Collega Marina, anch’io ho fatto penale soltanto per un po’, all’inzio del mio percorso professionale: giusto il tempo di capire che preferivo fare altro.
        Il diritto di difesa, come tutti sappiamo, è garantito dalla Costituzione, un cittadino – imputato – non può essere lasciato solo di fronte alla magistratura inquirente ( la cosiddetta pubblica accusa ) nel corso delle indagini e a quella giudicante ( i giudici che decideranno o meno la condanna )nel successivo processo: lo squilibrio di forze sarebbe eccessivo e iniquo.
        In una difesa penale l’impatto emotivo e il dilemma etico sono forti: può un avvocato che sia anche una brava persona difendere un violento, un assassino, uno stupratore?
        Un avvocato può rifiutare una difesa, per motivi etici o personali. Oppure garantire il diritto costituzionale svolgendo una semplice difesa ” tecnica”, nel rito e non nel merito: è accaduto, accade. E mi sembra che in certi processi, dinanzi a certe efferratezze, sia l’unica soluzione possibile, almeno per il mio modo di sentire.

  • Luz

    Anzitutto complimenti per questa bellissima idea. Le collaborazioni sono sempre stimolanti, ne sappiamo qualcosa io e Marina. 🙂
    Il tema preso in esame è delicatissimo. Nell’ultimo ventennio è diventato uno dei temi di grande emergenza sociale. È evidente che ci sia una forte spinta verso l’autonomia da parte delle donne, che stanno lasciando il loro consueto abito e considerando una certa autodeterminazione. Io sono nata da una donna che ha mortificato il proprio talento di sarta (cuciva negli anni Sessanta perfino abiti da sposa, ma era davvero bravissima in tutto, in una grande città sarebbe entrata nell’ambiente dell’alta sartoria) per indossare i panni di moglie e madre. Mio padre non era un uomo cui mancava la capacità di capire le persone, ma gli faceva comodo, e fu gioco-forza, che lei non continuasse a esercitare la professione. All’epoca sarebbe potuta diventare anche un’attività part time da svolgere in casa. Se mia madre ne avesse sentito la spinta, mio padre non le avrebbe impedito nulla. È stata lei piuttosto a non sentirne più la voglia, e si è spenta dietro all’accudimento della famiglia. Dico “spenta” perché so che non è mai stata una donna veramente contenta di ciò che fosse e facesse. Le fu naturale abbracciare quel tipo di vita, senza neanche un soldo che fosse prodotto da lei, assecondando la forte personalità di mio padre (neanche a lui fece bene che lei fosse così accomodante). Insomma, era la donna di ieri. Quella che al momento tende a sparire, e per fortuna, dietro a personalità che si accorgono di volere di più, di poter avere di più e vogliono cambiare la loro direzione. Spesso con tragico epilogo.
    Accanto a ciò, questa svalutazione della donna in quanto tale. Me ne accorgo in qualsiasi ambito, perfino in quello teatrale, dove devi usare i denti per farti spazio ed essere credibile.

    • Elena

      Non avevo mai considerato il mondo dello spettacolo come una sorta di ring su cui difenderti e farti spazio, segno che nessun settore è al riparo dagli stereotipi in cui siamo cresciute. Certo molto tempo fa erano uomini a fare tutte le parti in commedia sarà una sorta di karma? La storia di tua madre è la storia di molte donne. La mia ha tanti difetti ma ha sempre avuto la volontà di essere libera anche economicamente e quando mio padre (cosa che ho scoperto solo dopo la sua morte, non ci avrei mai creduto) le chiese di aspettarlo a casa con il grembiulino e la cena pronta sono orgogliosa della risposta di mia madre :”io voglio lavorare”. Ecco così ha fatto
      È stata dura, si è divisa tra casa e negozio ma ce l’ha fatta. Mi ha reso più forte e anche un pò orgogliosa saperlo

  • Brunilde

    Ciao a tutti e bentrovata Collega Marina!
    Grazie di cuore per la condivisione e l’accoglienza. Un ringraziamento speciale a Elena per la sua forte sensibilità a questo tema di cui, stando alle cronache, non si parla abbastanza, e per avermi offerto questo spazio fra le Volpi.
    Sulla questione se un avvocato debba rappresentare o meno chi è accusato di reati particolarmente infamanti occorre riflettere.
    La nostra Costituzione garantisce il diritto di difesa a chi è accusato di aver commesso reati, e che non può essere lasciato solo di fronte alla magistratura inquirente ( la cosiddetta pubblica accusa ) in fase di indagini, e alla magistratura giudicante ( I giudici che decidono o meno la condanna ) nel corso del successivo processo: lo squilibrio di mezzi e di forze sarebbe eccessivo e iniquo, e non sarebbe neppure utile alla ricerca della verità.
    Nelle difese penali, l’impatto etico ed emotivo è forte: può un avvocato che sia anche una brava persona difendere un violento, un assassino, uno stupratore?
    Un avvocato può comunque rifiutare un incarico, oppure può prestarsi a svolgere una semplice difesa tecnica, nel rito e non nel merito, per garantire un equo processo, nulla più. E’ accaduto, accade, e in certe situazione mi sembra l’unica soluzione.
    In ambito civile è diverso ma non troppo: il diritto di famiglia deve tutelare in particolare i soggetti più deboli, i minori e le donne, quasi sempre entra ingioco il fattore economico anche come strumento di pressione e ricatto, a volte non è semplice capire la reale portata delle situazioni.
    Entrano in gioco tante valutazioni: personalmente io mi regolo in base all’intuito e soprattutto ai miei principi.

    • Elena

      Per problemi tecnici, Brunella ha commentato due volte. A meno che non me lo chieda lei stessa, penso di non cancellarne uno per tenere l’altro. Mi pare un pensiero importante e di peso. Grazie Brunella

  • Barbara

    Per fortuna non mi riconosco in queste storie. Mia madre se ne è dovuta andare presto da una famiglia patriarcale e violenta, ma ha lottato duramente per dare alle sue figlie un titolo di laurea e la capacità di reagire con forza a qualsiasi angheria. Mio padre l’hanno sempre preso in giro, dicendogli che è la moglie che porta i pantaloni (e lui è un sarto XD ), solo per dire che le avversità hanno reso lei (e di conseguenza anche me, perché alcuni aspetti del nonno materno ahimè li ho visti) una donna forte.
    Purtroppo però sono anche testimone scomoda di mancanza di sorellanza nel mondo del lavoro. Se devo dirla tutta, le peggiori cattiverie, subdole perché elargite col sorriso, le ho avute da donne in qualità di superiore. Al mio primissimo posto di lavoro, giovanissima ma non stupida, la figlia del capo rivolta ad una collega le disse, in presenza di clienti: “Ma non li fanno i libretti di istruzioni per gli handicappati come te?” Un’arroganza che poi, ho saputo molto tempo dopo, le è costata molto cara, in altri modi. Non è comunque stata l’unica, il periodo peggiore era quando frequentavo troppo gli ospedali, e la cosa non piaceva proprio alle mie colleghe donne, da cui mi aspettavo invece proprio sorellanza.
    Sono rare le donne che arrivate su quel gradino si girano indietro per aiutare, in genere sono persone che hanno sofferto, ma chi ci è arrivato facilmente la fatica proprio non la conosce.
    E comunque sono contenta di vedere il bel viso di Brunella finalmente! 🙂

    • Elena

      La violenza verbale può fare molto male, forse anche più di quella fisica se, come nel tuo caso Barbara, lascia strascichi. L’ignoranza, il senso di inadeguatezza di chi si trova a ricoprire un ruolo senza esserne all’altezza, può generare questi atteggiamenti che sono in realtà profonde debolezze. La storia dimostra questa tesi, come tu stessa ci racconti visto che la signora ha pagato il suo prezzo. Penso però che generalizzare pensando che le donne non sono capaci di sorellanza (forzo un pò il tuo ragionamento sotteso) non sia corretto. Per dimostrarlo personalmente cerco di ogni giorno di osservare gli altri comportamenti ma soprattutto agire i miei nel modo che ritengo più opportuno. Per fortuna siamo in tante. La vita è già abbastanza difficile per dedicare troppo tempo alle gesta ignobili degli o delle altre. Brunella è bellissima ma mi ha fatto sudare sette camicie per sta foto

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