Ci sono due modi di viaggiare: il primo consiste nel correre dritti verso il centro, spuntando i monumenti principali su una lista e scattando la stessa foto che migliaia di persone hanno già scattato prima di noi.
Il secondo, invece, assomiglia molto al nostro modo di stare al mondo qui sul blog: muoversi con passo felpato, come volpi che camminano sul ghiaccio, prestando attenzione a dove si posano i piedi, pronti a cogliere l’increspatura invisibile, il dettaglio nascosto, la storia che vive appena sotto la superficie.
È questo secondo ritmo, quello dell’adagio, che Anna Rowinski racconta con la sua guida tascabile Torino Adagio. Dai margini al centro, lungo i fiumi, per Enrico Damiani Editore.
Se pensate che Torino sia solo l’austera ed elegante città sabauda della Piazza Castello o del Museo Egizio, questo libro vi costringerà a cambiare prospettiva.
Torino Adagio: la città vista dai margini
Anna Rowinski di mestiere fa l’architetta sociale e da anni si occupa di rigenerazione urbana. Meglio svelare subito un dettaglio: io e Anna siamo amiche da una vita come si suol dire e quando mi ha parlato di questa sua nuova avventura ne sono stata sin da subito entusiasta. La conosco bene, sapevo che avrebbe tirato fuori qualcosa di vivo.
E così è stato: la sua guida turistica tascabile ribalta completamente il percorso classico attraverso cui si snocciolano i turisti in città. Per raccontarci la città in cui vive non parte dal suo cuore pulsante per espandersi verso l’esterno, ma fa l’esatto opposto: ci prende per mano e ci guida in un viaggio concentrico e a spirale che parte dalle periferie per arrivare, solo alla fine, al centro.
Mercatini, strade da percorrere a piedi in città, lungo i fiumi e tra i maestosi alberi della collina, centri sociali e spazi urbani occupati dai torinesi con o senza permesso, luoghi ai margini e piste verdi e azzurre.
Torino appare per quella che è la sua principale caratteristica: una città profondamente segnata dall’acqua. È la città dei quattro fiumi: la Dora, il Po, la Stura e il Sangone, ed è proprio seguendo i ghirigori verdi e blu di questi corsi d’acqua che si scopre la Torino più autentica, quella che negli ultimi venticinque anni si è rigenerata grazie alle periferie e all’incrocio di culture diverse.
Rallentare per vedere davvero
La bellezza di questa guida – e il motivo per cui ho sentito il bisogno di raccontarvela – sta nel fatto che non si limita a mappare piazze o palazzi, ma si preoccupa di mappare le persone.
Le reti associative che tengono vivi i quartieri, le storie di community building, la vita reale che pulsa intorno alle Case del Quartiere. Come il progetto di community hub di via Baltea 3 a Barriera di Milano, ideato e gestito dalla cooperativa Sumisura di cui Anna è socia fondatrice.
In un mondo che ci chiede di essere costantemente veloci, performanti e rumorosi, l’approccio di Torino Adagio è un atto di resistenza poetica. Ci invita a muoverci a piedi o in bicicletta (ho conosciuto l’autrice in sella alla sua bicicletta), per ascoltare con più attenzione le voci di chi i luoghi li vive e li trasforma ogni giorno. È un invito a riscoprire la meraviglia nello spazio quotidiano, a ritrovare la pace anche nei contesti urbani più caotici.
Vorrei che sentiste la sua voce sulle tre direttrici che mi hanno colpito di più. Così le ho rivolto tre domande. Ecco le sue risposte.
Tre domande ad Anna Rowinski
La scelta del margine
“Nel tuo lavoro di architetta sociale ti occupi da sempre di periferie e rigenerazione. Nella guida hai scelto di partire proprio dai margini per arrivare al centro. Qual è la lezione più grande o la bellezza più inaspettata che i margini di Torino possono insegnare a chi è abituato a guardare solo il centro vetrina?
I margini sono i luoghi del cambiamento visibile. Sono pezzi di città che si trasformano molto più in fretta rispetto al centro, e se siete in cerca di indizi della città del futuro, è lì che vale la pena andare. E osservare attentamente. Passeggiate a Mirafiori Sud, a Barriera di Milano o lungo la Stura e sentirete che il terreno sotto i piedi è ancora in movimento.
La bellezza inaspettata è che questi luoghi conservano una densità umana e un senso di comunità molto vivi: il riconoscersi tra vicini, la cura collettiva degli spazi, la memoria condivisa. A Falchera il Comitato per lo Sviluppo del quartiere accoglie chiunque passi e regala il libro che racconta la storia del rione — un gesto semplice e generoso, che dice molto di come questi quartieri tengono insieme il proprio passato.
La metafora del passo lento
Il titolo della collana e del libro evoca il ritmo dell’adagio. Sul mio blog parlo spesso di camminare sul ghiaccio sottile, un esercizio che richiede passi felpati, ascolto e grande attenzione. Secondo te, muoversi ‘adagio’ in una città complessa come Torino, cosa ci permette di salvare che altrimenti andrebbe perduto nella fretta quotidiana?
L’adagio non è solo una questione di velocità: è una questione di profondità. Muoversi lentamente in una città complessa come Torino significa smettere di sorvolare i luoghi e cominciare ad affondare in essi — nelle storie stratificate di un luogo e di chi lo abita, nei suoni di un mercato il sabato mattina.
Ciò che si trova, andando adagio, è soprattutto la possibilità dell’incontro e della sorpresa: il Vivilibrôn di Campidoglio, uno scambio di libri in strada nato durante la pandemia come pretesto per stare insieme, la vecchia erboristeria di piazza Foroni aperta da una donna di Comacchio che “ha sempre accolto tutti i passanti”. L’adagio è anche un antidoto alla città consumata: cambiare marciapiede, anche per chi a Torino ci vive da decenni, è un esercizio che rimette in moto lo sguardo. Si scopre che la città che conosciamo è sempre più piccola di quella reale.
Le persone come mappa
La tua guida mappa le comunità, le associazioni e i legami sociali prima ancora dei monumenti. C’è una storia di riscatto o un incontro nato lungo i quattro fiumi che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
C’è un luogo che conoscevo già prima di scrivere la guida, ma che la scrittura mi ha spinto a esplorare più a fondo, a tornarci più volte, in stagioni diverse: gli Orti Generali a Mirafiori, lungo le sponde del Sangone. Un’area abbandonata trasformata in una comunità di orti urbani, con centosessanta appezzamenti coltivati, animali da cortile, amache e altalene.
Ma la storia che ci sta sotto è quella degli orti abusivi nati dalle mani degli operai Fiat arrivati dal Sud, che avevano portato con sé un sapere contadino e lo avevano tenuto vivo in queste terre per decenni. Orti Generali nasce proprio da lì, per non disperdere e per valorizzare quella memoria. È uno di quei luoghi che non ti aspetti — arrivi seguendo uno sterrato, ti accolgono tre mucche scozzesi che brucano placidamente, e la città sparisce. Un posto magico, nel senso più preciso del termine.
Una città che non si capisce dal centro vetrina
In tempi in cui il turismo sembra spesso ridotto a consumo di immagini, questa guida tascabile compie un gesto rivoluzionario: ci invita a rallentare, a cambiare percorso, a guardare dove normalmente non guardiamo. A perdere tempo, che poi è l’unico modo per trovare davvero qualcosa.
E forse vale anche per la vita, non solo per Torino.
Perché le città, come le persone, non si capiscono mai davvero dal centro vetrina. Bisogna avere il coraggio di attraversarne i margini, ascoltarne le crepe, seguire i fiumi nascosti, lasciare che siano gli incontri a orientare la mappa.
Incontrarle è il modo più autentico di godere della bellezza che la storia ci lascia in eredità e che noi siamo chiamate a custodire.
Ora tocca a voi. Quando visitate una città preferite inseguire i luoghi imperdibili oppure perdervi nei quartieri, nei mercati o nelle storie che non compaiono sulle cartoline?
Utility
Per scoprire tutto ciò che può interessare chi sta valutando l’acquisto di una guida turistica a torino, qui trovate tutto ciò che vi serve.
Questo libro fa parte di una collana più ampia curata da Teresa Monestiroli, Gli Adagi, che propone guide d’autore pensate proprio per riscoprire dieci città italiane (tra cui Milano, Bologna, Roma, Napoli e Palermo) a passo lento.




Molto interessante questa guida. Da parte mia quando visito un posto mi piace scoprire la gente che ci abita, amo parlare con loro e respirare l’atmosfera della loro quotidianità.
Ciao @Giulia, sono felice che tu abbia apprezzato! Anche io amo molto stare in mezzo alle persone che quella città abitano, ogni giorno. Mangio il più possibile in localini non turistici, cerco le vie laterali, spio negli usci per capire come si vive. E amo perdermi nelle città. Da questa guida ho imparato posticini che non conoscevo, e vivo a Torino da 57 anni!
Quando visito una città l’affronto camminando a piedi col naso in su. L’ho fatto a Roma, dove ho consumato scarpe senza prendere un mezzo pubblico ma infilando vicoli e vie fuori dalla cerchia del turismo. L’ho fatto in città più piccole dove in mezza giornata la visitavi tutta. Per me è il modo migliore per capire chi ci vive e come ci vive. Il camminare è sempre lento anche se il passo può apparire sostenuto.
Di Torino ho un ricordo di lavoro che mi ha impedito di conoscerla, anche se la mia permanenza è stata di oltre sei mesi. purtroppo il percorso è stato limitato dall’hotel al posto di lavoro e viceversa senza escursioni dal tragitto predefinito. Forse è stata l’unica città che non ho conosciuto e di cui ricordo molto poco.
Adoro viaggiare e conoscere le città proprio come suggerisci tu, col naso all’insù, facendosi guidare solo dall’istinto. Poi però a una certa ora bisogna riprendere in mano la mappa, a meno che non si sia fatto un giro in tondo, e tornare all’albergo quanto meno! Su Torino capisco bene il problema. Vado a Roma molto spesso e non mi viene mai voglia di scoprire nulla di nuovo. Lo so. E’ uno spreco e un peccato. Quando viaggio per lavoro l’unico pensiero è rilassarmi la sera e poi tornare il prima possibile a casa. Sono sciura che ci sia un altro modo di viaggiare per lavoro ma il mio si è ridotto a questo. Però se tu ci dovessi tornare a Torino, prova a viverla adagio ;)