Voci narranti: come crearle?

Care Volpi sono molto orgogliosa di ospitare un nuovo guest post!

Questa volta si tratta dell’intervento di Calogero, lettore recente ma assiduo di questo blog, che durante la discussione nata dalla pubblicazione di questo mio articolo, mi ha convinto a chiedergli di scrivere in un post la sua idea sulle voci narranti e sulla loro caratterizzazione.

Ne è scaturito un articolo molto interessante che con piacere pubblico oggi sul blog.

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

Voci narranti: come crearle?

di Calogero

Lunga vita e prosperità, Volpi! (Così aprirebbe il buon Spock se fossimo a bordo dell’USS Enterprise).

So che visitando il blog ‘Volpi che camminano sul ghiaccio’ vi aspettereste di leggere un articolo di Elena Ferro (e in effetti me lo aspettavo anch’io, immaginate la mia sorpresa :O )

Invece la nostra inappuntabile ospite ha deciso di promuovere un post curato dal sottoscritto (cosa volete farci, anche i ricchi piangono o, se preferite, piccoli commentatori crescono 😀 Ultima citazione: promesso!)

Un post in cui voglio parlare di narrazione e di voci narranti.

Narrazione multipla: quando usarla

Nell’ambito della scrittura creativa, l’autore o l’autrice che decide di adottare la narrazione multipla si troverà di fronte alla necessità di attribuire una voce netta e distinguibile a ciascun narratore/personaggio.

Serve un linguaggio proprio, una serie di caratteristiche che lo rendano inconfondibile all’occhio (o all’orecchio) del lettore e gli consentano di riconoscerlo subito.

Penso sia superfluo sottolineare che (a esclusione delle autobiografie romanzate) autore e narratore non sono figure coincidenti, essendo quest’ultimo un’invenzione letteraria del primo.

Tecnicamente si ricorre al narratore multiplo quando si desidera dare al romanzo un’impronta più coinvolgente pur senza rinunciare ad alcuni dei vantaggi che offre la focalizzazione 0, presumibilmente necessari alla migliore formazione dell’opera.

Ecco che allora l’autore sopperisce al naturale limite informativo del narratore principale (che per forza di cose non sarà onnisciente) facendo in modo che questi condivida il carico narrativo con una o più figure narranti supplementari aventi ciascuna il proprio punto di vista, personaggi che prendendo parte alla storia hanno conoscenza diretta di particolari ignorati dalla voce principale (il protagonista o un altro personaggio).

L’autore dunque conferisce loro la funzione di integrare, tramite una conoscenza dei fatti che potremmo definire “di prima mano”, le informazioni mancanti al narratore principale, le quali non potranno essere omesse in quanto complementi fondamentali della storia.

In virtù della focalizzazione interna narratore e personaggio si fondono in un tutt’uno e come conseguenza di questo espediente letterario il primo sa quanto il secondo.

Riassumendo, avremo: narratore multiplo, focalizzazione interna (in prima o in terza persona – nel secondo caso però si avrà un narratore esterno che mostra gli eventi dal punto di vista del personaggio, come se avesse assistito in diretta allo svolgersi degli eventi o ne avesse acquisito conoscenza dal personaggio stesso –), punto di vista multiplo.

(Quasi) un surrogato del narratore esterno onnisciente.

Proprio il punto di vista multiplo costringe l’autore a caratterizzare le voci narranti il più variamente possibile.

In che modo si caratterizza la voce di un personaggio?

Conferendo al personaggio specifiche peculiarità che andranno sviluppate seguendo criteri ben determinati.

Quindi cominciamo con l’attribuire il giusto peso e la miglior collocazione al solito, generico suggerimento offerto dagli addetti ai lavori: ispirarsi alle persone che si incontrano nella vita di tutti i giorni.

Un esercizio utile ma solo fino a un certo punto. Meglio procedere utilizzando una tecnica studiata.

Le tre tecniche di comunicazione

Parliamo di comunicazione (cara alla padrona di casa, tanto che ci ha scritto su un manuale).

Sappiamo che ne esistono tre tipi:

  • verbale (ciò che il personaggio dice)

  • paraverbale (il modo in cui lo dice)

  • non verbale (come si atteggia mentre lo dice)

È su queste componenti che andremo a impostare il nostro piano di lavoro.

Pensiamo alla comunicazione come a un corpo umano.

La comunicazione verbale (il nostro corpo, la base di partenza) dipenderà in prevalenza da fattori quali l’estrazione sociale del personaggio, la sua età, la professione che svolge e i vari elementi soggettivi che contribuiscono a determinarne il livello culturale (gergo tecnico specifico, slang giovanile, interessi culturali e vari).

Detto in termini spicci, il poliziotto si esprimerà in “poliziottese”, il neurochirurgo appassionato di software in “dottorese hi-tech”, il politico in “demagogichese” (frecciatina) e così via.

Ovviamente la scelta delle parole sarà dettata anche dalle emozioni che il personaggio prova in ogni specifico contesto.

La sola comunicazione verbale tuttavia risulterà nuda e scarna, dunque provvederemo ad “abbigliarla”, a darle un’aria meno asettica. Grazie all’aggiunta di alcuni particolari eviteremo che appaia distaccata, artificiale.

Attraverso la cura della comunicazione paraverbale andremo a confezionarle una veste credibile.

Torniamo al nostro corpo.

A ogni corpo corrisponde un individuo, con la sua natura, la personalità e gusti propri.

A qualcuno piacerà indossare un abito elegante, qualcun altro prediligerà un look sportivo, altri ancora si sentiranno a proprio agio vestendo casual.

Ugualmente ognuno di noi ha un modo di esprimersi che si differenzia in maniera netta da quello di ciascun altro.

Curare la comunicazione paraverbale significa aggiungere alle parole di ciascun narratore difetti di pronuncia, inflessioni dialettali, abitudine a parlare per frasi fatte, pause riflessive, intercalari e quant’altro possa rendere una voce narrante riconoscibile tra le altre.

Il narratore principale, ad esempio, potrebbe avere delle nevrosi e pertanto parlare velocemente (in tal caso andremmo a modulare il ritmo discorsivo attraverso la punteggiatura) ed essere prolisso o ba-ba-balbettare.

Un secondo narratore, magari straniero, potrebbe avere un vocabolario limitato e pronunciare scorrettamente alcune parole. Altra voce narrante, altra caratteristica precipua: il tipo sui generis che si esprime cantilenando e trascina le parole.

Anche in questo caso le emozioni legate al contesto andranno a condizionare la comunicazione (frasi pronunciate con rabbia, rassegnazione, alzando la voce, in tono sommesso…)

Abituiamoci pertanto a descrivere la voce.

Adesso la voce del nostro personaggio sembrerà meno impersonale. Ma non è ancora sufficiente. Bisogna fare di meglio. Bisogna renderla unica. Quindi dopo averla abbigliata aggiungeremo degli accessori per darle un outfit esclusivo.

In che modo?

Ricorrendo alla comunicazione non verbale (mimica facciale e corporale, postura).

Del nostro personaggio dobbiamo sapere (e dire) se ha un’infiammazione cronica al nervo sciatico e quindi ogni volta che sta dritto in piedi ha l’abitudine di caricare il peso del corpo sulla gamba buona, se si schiarisce la voce di continuo perché fuma troppo o è uso toccarsi uno sfregio all’orecchio, se inclina la testa di lato quando ascolta o strizza gli occhi quando fissa il suo interlocutore perché è miope, se inarca un sopracciglio, corruga la fronte, si gratta, ha un tic.

Magari è un tipo vezzoso e quindi gesticola, si liscia il pizzetto, ha sempre una sigaretta accesa o la tiene spenta tra le dita e prende a rotearla al primo accenno di insofferenza.

Qualunque abitudine si possa utilizzare ogni qualvolta il personaggio si esprime è funzionale al completamento del personaggio.

Ancora una volta la costante emotiva influirà sulla comunicazione.

Tenere distinte le voci nell’ambito del romanzo

Potrà sembrare scontato ma il punto di vista di ciascun narratore tende a confondersi con quello degli altri.

Ragion per cui è buona norma evitare il passaggio dall’uno all’altro nell’ambito dello stesso capitolo.

Ricordiamo che il lettore, così come non apprezza spiegazioni calcate e reiterate (ha un cervello di proprietà perfettamente funzionante), non tollera narrazioni confusionarie che ne mettano a dura prova la pazienza (magari dopo una giornata di lavoro lunga e stressante).

Un altro sentimento che il lettore rifugge è la noia: evitiamo di ripresentare scene già raccontate per il solo gusto di mostrarle anche dal punto di vista di un altro personaggio.

Qualora (potrebbe succedere) più narratori prendano parte alla stessa circostanza andremo ad analizzare il momento critico e decideremo, sulla base della componente emotiva, da quale punto di vista sia conveniente raccontare la scena.

Ricordate: la voce narrante non è una persona, bensì un personaggio a tutti gli effetti e in quanto tale va caratterizzato con minuziosa cura.

Questo breve video (60 sec.) vi aiuterà a capire la differenza tra persona e personaggio.

E voi, amiche Volpi, quali tecniche utilizzate per personalizzare la voce narrante?

Commenti

  1. Oh ma che bella sorpresa trovare un post di Calogero!!
    Molto interessante l’argomento, di cui non si parla mai abbastanza, perché di fatto è proprio difficilissimo riuscire a rendere “riconoscibili” le varie voci. Da parte mia l’unico modo che ho per tentare di farlo è sforzarmi di immedesimarmi il più possibile nel personaggio, insomma indossare i suoi panni. L’empatia aiuta ma non è affatto semplice, soprattutto quando la prospettiva è quella di qualcuno molto lontano dal mio modo di essere.
    Bellissimo e divertente il video finale! D’ora in poi disegnerò anche io i miei mostri 😉

    1. Visto che improvvisata? 😀

      Non sei la sola a dire che l’immedesimazione è un buon metodo.
      Purtroppo con me, per quanto mi sforzi di applicare alla scrittura il metodo Stanislavskij, non funziona molto bene 🙁
      Comincio bene, immedesimandomi nel personaggio, e poi chissà com’è che alla fine è sempre il personaggio a immedesimarsi in me… con il risultato che mi escono tutti uguali: piccoli cloni del sottoscritto.

        1. Letteratura monocromatica: personaggio unico, pensiero unico. Sai che diverimento… 🙂
          Da lettore mi auguro che questa “nuova frontiera” resti inesplorata.

          A proposito Elena, non ti ho ancora ringraziata per avermi concesso questo spazio.

  2. Bravo, un piacevolissimo e utile post.
    Rigo dopo rigo, sembra di leggere una serie di regole e osservazioni fondamentali sui dialoghi in ambito drammaturgico. Eh sì, il teatro esige una scrittura assai simile a quella narrativa per far funzionare la “macchina”.

    1. Grazie Luz 🙂
      In effetti i concetti che ho riassunto nel post si adattano al teatro ancor meglio che alla letteratura.
      Le pièce teatrali sono una lunga serie di dialoghi mai interrotti dalla narrazione descrittiva attraverso i quali diversi personaggi, ciascuno con le proprie caratteristiche individuali, interagiscono.
      Vien da sé che l’autore debba carratterizzare con cura quasi maniacale, calcando molto sui particolari, la soggettività di ciascun personaggio, indipendentemente da quanto sarà fedele l’interprete a trasfonderli nella recitazione.

  3. Bellissimo pezzo, Calogero, complimenti! E brava Elena che gli hai dato spazio, merita davvero. Scrivere delle tecniche narrative non è mai scontato o superfluo, aiuta a riflettere su alcuni aspetti importanti quale quello trattato nel post a proposito della comunicazione non verbale del personaggio. Puntare a personaggi di carne e ossa e non di carta è fondamentale affinché il lettore partecipi delle loro vicende.

    1. Ciao Rosalia, ogni volta che mi approccio a un tema che riguarda la scrittura mi rendo conto che non è mai scontato. C’è tanto da dire e da imparare. Calogero ci ha offerto una bella riflessione!

    2. Grazie Rosalia.
      Hai centrato il punto in pieno: il personaggio deve avere carne e sangue da versare per coinvolgere il lettore ed entrargli nel cuore. L’onere che grava sulla penna dell’autore/autrice è rappresentato dalla difficoltà di umanizzare il personaggio, che poi è il solo modo di renderlo immediatamente riconoscibile.
      Di certo non è semplice ma l’esercizio fa miracoli 😉 quindi, buona scrittura 🙂

  4. “L’autore dunque conferisce loro la funzione di integrare, tramite una conoscenza dei fatti che potremmo definire “di prima mano”, le informazioni mancanti al narratore principale, le quali non potranno essere omesse in quanto complementi fondamentali della storia”.

    Più chiaro di così si muore!

    Un gran bel post. Complimenti vivissimi alla padrona di casa e al suo ospite.

    1. Grazie Giuseppe.
      E’ un argomento che tutti conosciamo abbastanza ma che di tanto in tanto abbiamo bisogno di ripassare 😉

  5. Bravo Calogero, che bel post che hai scritto! Davvero molto interessante, mentre leggevo pensavo a come caratterizzo di solito i miei personaggi, io li immagino muoversi nel contesto della storia, in una sorta di visione, hanno un loro modo di fare preciso, un certo modo di vestire e di parlare che li caratterizza, mi concentro molto anche sull’introspezione psicologica…

    1. Grazie Giulia, apprezzo molto il tuo gradimento.
      In questi giorni sto leggendo On Writing (che, sono sicuro, tutti conosciamo) perciò mi sento ispirato 😀

      Perla di Giulia: esercizi di visualizzazione. Aiutano tantissimo 😉

      Se ti riesce naturale hai un talento che ti garantisce una marcia in più.
      Io purtroppo sono un po’ carente da questo punto di vista. I miei personaggi si muovono poco (mi è anche stato fatto notare da più di un beta reader), quindi per raggiungere un buon livello devo esercitarmi ancora.

      La psicologia del personaggio sicuramente è un punto cardine della caratterizzazione. Non so tu ma io preparo una scheda per ogni personaggio principale nella quale annoto caratteristiche fisiche, caratteriali, psicologiche, iter formativo e spunti degli interventi che farà nel corso della storia.

      1. L’idea della scheda la trovi dovunque nei manuali di scrittura e di sicuro sarà utile. Io ci ho provato molte volte, ma oltre a qualche appunto non vado. C’è un perimetro largo nella mia testa dove la razionalizzazione lascia spazi all’immaginazione. E lei cambia e si muove, di continuo. Buona lettura, On Writing é un ottimo spunto di riflessione

        1. Non è necessario redarre schede lunghe e dettagliate, bastano anche pochi appunti.
          Io, per esempio, organizzo le mie in modo schematico, stile appunti presi al volo sul block notes.
          E sono proprio quegli spunti che mi permettono, inoltre, di inventare le trame secondarie.
          C’è da dire che devo imparare a farne un uso più consapevole (- narrazione spiccia + show, don’t tell).

    2. Ciao Giulia, adoro l’introspezione! Calogero è un vero professionista del guest, ha fatto un approfondimento davvero speciale. Ancora grazie!

  6. Wow che guest! E bravo Calogero.
    Mi piace la tua spiegazione chiara e precisa, mi aiuta a tenere presente gli aspetti che devo monitorare quando scrivo dosandoli tutti.

      1. Una buona ginnastica, direi.
        Non posso che porgerti i miei ringraziamenti più sentiti per lo spazio che mi hai offerto, Elena.
        Spero che il post non deluda le tue aspettative né i tuoi lettori che si sono ritrovati con questa sorpresa (gradita?) tra capo e collo 😀

    1. Parole lusinghiere. Ti ringrazio, Nadia.
      Non ti nascondo che ho dovuto approfondire un argomento che non conoscevo fin nei minimi dettagli.
      La tecnica del narratore multiplo l’ho testata l’anno scorso quasi per gioco, ma ammetto di non essere rimasto soddisfatto al cento percento del risultato.
      L’esercizio tuttavia mi ha aiutato a caratterizzare meglio la voce dei moooooolti personaggi del romanzo che sto revisionando.

      1. credo non si finisca mai di imparare, è questo il bello di un mestiere sempre in movimento e di un’arte viva come la scrittura. Comunque bravissimo!

        1. Tolkien mi ha fatto più male che bene.
          Alla luce dei fatti sarebbe stato meglio non leggere mai le sue opere 😀

  7. La mia “tecnica” non esiste. Il personaggio mi si palesa con la sua voce, e io non faccio che seguirlo. Il mio compito è “solo” quello di rispettarla, di mettere a disposizioni i miei mezzi per renderla al meglio.

    1. Credo Marco che tu stia descrivendo una sorta di trance scrittoria. Ti invidio un po’, perché i personaggi che mi ‘appaiono’ richiedono poi molto lavoro per essere affinati. E poi c’è l’uso e l’implementazione della propria dotazione tecnica… Chissà che ne pensa l’autore del post

    2. Concordo con Elena. Un talento invidiabile il tuo, Marco.
      Purtroppo c’è anche chi, come il sottoscritto, per mettere a frutto i propri talenti (grezzi) deve utilizzare ogni supporto, didattico e ausiliare, non trascurando di fare continue revisioni del testo alla luce di nuove competenze acquisite nel tempo.

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