Zero gradi al sole

I racconti non sono il mio forte, me lo ripeto sempre.

Eppure, di tanto in tanto, ne compongo uno, il più delle volte spinta da un’urgenza che deriva da qualcosa che ho visto e che mi ha colpito, nel bene o nel male.

Quell’urgenza che spesso per me significa denuncia, osservazione di una realtà che mi preoccupa o mi perplime.

Da dove nasce l’ispirazione per questo racconto

Zero gradi al sole è un racconto ispirato da un fatto vero. A Carmagnola, nel circondario della città in cui vivo, Torino, qualche tempo fa, un giovane indiano denuncia i suoi caporali per sfruttamento.

Lavorava più di dodici ore al giorno e faceva uso di sostanze per reggere la fatica del .

La sua dipendenza dai caporali era dunque duplice e la sua esistenza senza speranza. Fino a quando non ha incontrato il sindacato, che lo ha aiutato ad uscire dalla spirale del dolore, della fatica e dello sfruttamento.

Tante le cose che mi hanno colpito di quella storia, al punto da ispirare un racconto in cui la protagonista è Malvina, che scoprirà nell’orrore il valore dell’amicizia e della solidarietà.

Nei campi c’è un mondo sotterraneo che nemmeno immaginiamo.

Provate ad affacciarvi leggendo questo racconto dedicato a tutte le donne e agli uomini che subiscono ricatti, sfruttamento e violenze agli ordini dei caporali nelle campagne della nostra bella Italia.

Quando sulle vostre tavole arriveranno i frutti rigogliosi della terra, non dimenticatevi delle gocce di sudore e di vita che li hanno prodotti. Perché, sostanzialmente, 

Il caporalato si ciba della nostra indifferenza

Zero gradi al sole
La storia della migrazione di Malvina e della sua lotta per la sopravvivenza nelle terre dei caporali

 

Zero gradi al sole

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E non dimenticare di dire la tua, come hanno fatto gli altri, qui nei commenti.

Commenti

    1. Buon giorno Massimo e benvenuto nel mio blog! É proprio ciò che volevo comunicare, insieme all’indignazione che non può lasciare spazio alla rassegnazione. Grazie per essere passato e per aver lasciato questo commento. A presto, spero

  1. I sogni sono un patrimonio comune, ma questo é solo un (ottimo) punto di partenza: poi bisogna anche saperli attuare prassicamente….
    E mi sembra che, in questo, la nostra societá é un pochino carente purtroppo….

  2. Credo che oggi domini la compassione, molto più che l’indifferenza. Queste storie ormai emergono, e accade di continuo… Ma alla compassione si accompagna la rassegnazione, purtroppo. Sembra non sia proprio possibile aiutare, rispettare e far rispettare gli esseri umani. Le leggi, la burocrazia, egoistici brutti interessi economici..ingordigia di un mondo che fagocita se stesso in modo stupido e terribilmente cieco.
    Uccidiamo il nostro presente, e con esso un futuro che non sappiamo progettare, e non stiamo costruendo. Ne è testimone – e denuncia al tempo stesso – il fatto che queste storie oggi sono sul web, sono visibili e fanno rumore. Tanto rumore da dover far esplodere reazioni operative. E invece procede tutto indisturbato.
    Depressione, tristezza e tanto disagio: sappiamo, italiano, diffondiamo…ma le istituzioni rimangono immobili…
    Gran brutto paese, il nostro.

  3. il caporalato si ciba della nostra indifferenza ma soprattutto delle negligenze istituzionali….se volessero li fermerebbero tutti e subito!
    ciao Elena, un caro saluto

    1. Ciao Antonio, credo che le ragioni dello sfruttamento stiano proprio nella questione economica. Si scambia il prezzo delle perone non del loro lavoro. Qualcosa di aberrante, una cultura che mi ripropongo ogni giorno di contrastare con tutti i mezzi, compresa la scrittura. Un caro saluto anche a te

  4. Intenso, vero, triste. Come dico sempre io, c’è sempre qualche connazionale a monte di questi sfruttamenti. Quel proprietario del campo che “Io non voglio saperne niente…per me va bene così.” Magari gli stessi che poi gridano che vengono qui per rubarci il lavoro…

    1. Sì Barbara, è esattamente ciò che mi interessava, sul lato della denuncia, significare con questo racconto. Dietro questo sfruttamento, dietro altri tipi di sfruttamento, c’è sempre qualcuno che ci guadagna e che utilizza intermediari per fare “il lavoro sporco”. Non per giustificare nessuno, ma per dire che lo sporco è tra noi, tra le persone che frequentano le funzioni religiose, che hanno ricchezze e che le costruiscono sulla pelle degli altri. Si può sconfiggere il caporalato, basta non foraggiare i caporali. Basterebbe che lo stato presidiasse, facesse liste per la registrazione dei lavoratori agricoli, fosse presente là dove lo sfruttamento si compie. Sì, serve una società che reagisca e insieme ad essa, ovviamente, anche le istituzioni.

    1. Ciao Marina, la storia vera è ancora aperta. Posso dirti che Malvina (nome di fantasia) ha scelto i denunciare. Ma le complicazioni sono molte. Soggiorno, lavoro, avere una casa in cui abitare è il problema più grande insieme a un lavoro dignitoso. Cose che provano ormai troppe persone. Magari scriverò la sua storia, ma questa non voleva avere un lieto fine, perché il lieto fine spesso nella vita non c’è. Per questo penso che sia necessario ribellarci tutti insieme e provare a partire da qualcosa, magari dal superare l’indifferenza…

  5. Bellissimo racconto che delinea e narra una amara verità: quella dello sfruttamento del lavoro di tante donne e uomini. Soprattutto stranieri che arrivano in Italia alla ricerca di un futuro e si ritrovano, purtroppo, a tante ingiustizie. Dalle mie parti si sentono soventi storie di questo genere per la raccolta di pomodori. ma credo sia una piaga diffusa su tutto il territorio nazionale. Per il resto, Elena, un bellissimo racconto-denuncia.

    1. Grazie Giuseppe per questo tuo commento. Quando pubblico racconti o le mie recensioni i commenti sono sempre più radi, come se non ci fosse gran che da dire o da “sindacare”. Personalmente mi sono chiesta come potevo contribuire a smascherare il volto ipocrita di una società per bene che nasconde la polvere sotto il tappeto,così ho deciso di scrivere questo racconto. Ci sarò riuscita? Un abbraccio

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