Non ditemi che non vi è mai capitato. Fare le cose per bene, impegnarsi sul serio, e sentire che costa più di quanto dovrebbe.
Non perché le cose siano difficili in sé, ma perché intorno a noi qualcosa non regge. Così quella che dovrebbe essere cura, attenzione, professionalità, diventa fatica. Sottile, continua. Non fa rumore ma scava dentro e toglie luce.
La fatica di fare le cose per bene
Negli ultimi tempi mi accorgo spesso della fatica di fare bene. Forse perché ascolto di più il mio corpo, forse perché ho meno voglia di ignorarla, quella fatica. Sento che non ha nulla a che fare con il “non farcela”, ma piuttosto con quella vocina che talvolta mi parla per dire devi farcela comunque, anche quando il contesto non mi sostiene. E che barba!
Non voglio rinunciare a ciò che considero giusto, ma perseguirlo è fatica quotidiana; silenziosa, a volte ostinata.
Talvolta questo sentimento peggiora, specie quando agisco in contesti che non reggono questo tipo di lavoro. Non per cattiva volontà, ma per incoerenza, superficialità, disallineamento.
Allora dentro di me si crea uno scarto. Tra come il mondo dovrebbe essere (secondo me) e come il mondo è, nella realtà.
Eccolo qui l’attrito, ciò che genera irritazione, stanchezza mentale, sensazione di svuotamento. Non passa, nemmeno dormendoci sopra.
Reagiamo alla realtà o alla sua rappresentazione?
Quando reagisco a tutto questo, soprattutto per una questione di integrità, osservo questo paradosso:
vorrei dare il meglio, ma non voglio sprecarlo,
vorrei impegnarmi, ma senza fare finta che tutto vada bene,
vorrei essere generosa, ma mi sento incongruente.
E così mi blocco, con il timore di reagire contro gli altri. Ma sto solo proteggendo me stessa!
Ne ho parlato altre volte: la via d’uscita non è forzarsi, né colpevolizzarsi, ma probabilmente porsi una domanda semplice, anche se scomoda:
Sto reagendo alla situazione… o alla distanza tra ciò che è e ciò che vorrei?
Per me questa è una domanda fondamentale. Perché se scopro che si tratta della situazione, capisco che posso intervenire: posso chiarire, chiedere, contrattare :)
Se invece capisco che si tratta di distanza tra realtà e percezione, posso decidere la misura del mio contributo, senza tradire chi sono e per cosa sto lavorando.
E’ una grande liberazione accettare che, anche quando il contesto non è come lo volevamo, possiamo scegliere come esserci. Non per compiacere e nemmeno per inerzia.
Perché siamo fatte così. E non è niente male!
Quando smettiamo di dare il meglio, di “fare bene”, anche solo per un attimo, potremmo sentir nascere dentro di noi i sensi di colpa e questioni esistenziali degne del miglior romanzo russo.
Possibile. Ma spesso si tratta solo di stanchezza. Di sentirsi svuotate, irritate, con solamente le critiche pronte ad uscire allo scoperto.
Allora la prossima domanda giusta da farsi non è “cosa non sto facendo?”, ma “cosa mi sta costando troppo?”.
E qui casca l’asina.
Ma ci aiuta ad evitare la frase di rito in casi come questo: “mi avete rotto le scatole”. Che pensandoci bene, in alcuni frangenti non sta affatto male, dato che a volte, criticare è l’ultimo gesto di cura rimasto, prima di mettere il confine definitivo.
Quando la stanchezza nasce dal disallineamento tra impegno personale e contesto, non è incapacità Si chiama integrità.
Che ne pensate care Volpi? Ci sono momenti in cui fare bene è diventato anche per voi molto, troppo faticoso?
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Il nucleo del tuo discorso sta proprio nella parte finale del post: il disallineamento fra impegno personale e contesto. Fare bene è nelle intenzioni di tutte le persone dotate di un senso di progetto, dotate anche di buonsenso nel calibrare potenziale e realizzazione in atto. A volte si sente di aver sprecato le proprie risorse, proprio perché il contesto non coglie il senso del tuo fare. E nel mio mestiere questo a volte si traduce in termini di riconoscimento del proprio risultato. È durissima.
Il tuo cara @Luz è uno dei mestieri più difficili e più importanti del mondo. L’ho sempre sostenuto e ora lo penso ancora più forte, leggendo i risultati degli invalsi che certificano l’inadeguatezza della scuola pubblica che non è in grado di trasmettere nemmeno la comprensione dei testi. Lo so che le insegnanti fanno di tutto e di più, lavorano senza sosta e senza risparmio, ma il problema sta nel manico. Non investire nella scuola significa uccidere il futuro. Prima o poi dovrebbe diventare una discussione centrale nell’agenda politica! Così comprendo bene il tuo sentirti rappresentata dal mio ragionamento, che nasce dal disallineamento (mi piace!”) tra ciò che faccio e ciò che il sistema mi chiede, tra ciò che faccio e ciò che riesco a produrre e così via. E tuttavia faccio, vado avanti. Spostando un po’ l’asticella dai risultati alla soddisfazione personale che credo dovremmo riconoscerci perché andiamo avanti, nonostante tutto.
Se capisco bene, la sensazione di cui parli mi accompagna da qualche anno, e anche la scrittura ne fa le spese. Sento il bisogno che ci sia una corrispondenza tra me, le mie aspettative e la realtà, una realtà non addolcita né idealizzata, dura o gentile che sia. Quando questa corrispondenza non esiste, oppure non sono in grado di trovarla, la fatica diventa qualcosa con cui non vorrei cercare compromessi, da scrollare via e basta. Non è semplice vivere così, ma non credo di potere e volere vivere diversamente.
Non avevo dubbi, @grazia, che comprendessi appieno, ormai ci conosciamo e ci scriviamo da tempo. Sono in piena sintonia con quanto scrivi. Vivere così non è semplice ma non impossibile. In fondo la ricerca della verità è qualcosa da allenare ogni giorno…
Sì. Con passare del tempo mi accorgo che sono sempre meno paziente e fare le cose per bene diventa un supplizio.
Ah la pazienza! Sai che fino a qualche tempo fa, dopo un lungo periodo di irruente impazienza, mi era parso di averla conquistata. Proprio conquistata, dopo anni di tentativi. Non è durato che qualche anno il periodo fulgido della pazienza; oggi credo manchi anche a me. Più che altro sono insofferente alle cose complicate, che non scorrono, che sono faticose. Perché c’è tanto di fluido in ciò che ci accade. Voglio concentrarmi su quello
Sì, mi capita di sentire la fatica di fare le cose “bene” ed è una fatica che sento sempre di più nel mio contesto lavorativo, ogni tanto capita anche nella vita familiare.
Il fatto è che spesso la fatica di “fare bene” le cose è un sopperire alle mancanze altrui; per esempio mi trovo a sistemare dei passaggi che non sarebbero di mia competenza, ma che, se non metto a posto, tutta la parte successiva del mio lavoro verrebbe danneggiate e non sarebbe fatta bene. Ho sempre più la sensazione di essere circondata da persone che fanno le cose in modo approssimativo, in modo frettoloso e senza cura, anche cose che dovrebbero essere semplici per loro perché rientranti nella loro competenza specifica. Molte volte ho rispedito al mittente pratiche raffazzonate, ma altre volte per sfinimento ho sistemato io le parti mancanti per non dover rimandare all’infinito (e liberarmi di quella incombenza). E non è che sia troppo perfezionista o intransigente, in realtà chiedo il minimo sindacale.
Purtroppo quello che constato nel lavoro lo vedo anche nella vita di tutti i giorni: il familiare rompiscatole che chiama nei momenti più impensati per un suo problema (e ti chiede di risolverlo) tranne farsi di nebbia quando hai bisogno tu. Stessa cosa per alcune amiche. Poi la gente in generale con cui ogni tanto ho a che fare. Eppure basterebbe poco, solo un po’ di cura in più.
Mi riconosco totalmente nella tua esperienza, @Giulia, sia sul lato professionale che familiare. Mi chiedo se sia giusto. Lo è se osservo la questione dal lato dei risultati. Siamo perfezioniste, anzi, siamo professioniste, dunque abbiamo standard elevati e sappiamo come devono essere fatte le cose. Ma se ci confrontiamo con il resto del gruppo, possiamo notare situazioni differenti, talvolta per ragioni “strutturali”, talaltra per inedia o peggio. Il punto è che noi facciamo spesso anche per loro. Ecco, su questo mi interrogo: è giusto? Da qui senza dubbio arriva la mia fatica. Per il resto, ho la fortuna di divertirmi facendo il mio lavoro, lo dico nel modo più rispettoso e autentico possibile. Per quanto riguarda il percorso a ritroso, cioè quando sei tu ad avere bisogno di aiuto, supporto, ecc, ho imparato a non aspettarmelo. Perché davvero la riconoscenza non esiste e forse non è nemmeno giusto aspettarsela. E’ come un regalo. Quando arriva inatteso, è più bello. La migliore cura che possiamo offrirci è la nostra, cara Giulia
In realtà avverto la fatica di fare bene, ovvero di poter raggiungere il risultato, solo quando ho a che fare con strumenti digitali inadeguati, es portali della pubblica amministrazione, delle poste, della sanità e procedure assurde. Per il resto non mi occupo di mille cose: il mio lavoro, la scrittura, la cura delle persone care, l’organizzazione della casa in ogni declinazione, dei viaggi e infine gli hobby creativi. Posso avvertire la stanchezza, anche tanta, a mai che per fare bene sto sprecando una fatica sproporzionata.
Per me fare bene non significa necessariamente raggiungere gli obiettivi. E’ come una pratica che riguarda me e il mio modo di stare al mondo. Mi aspetto molto, da me stessa e dagli altri, ed è precisamente la conseguenza di questa aspettativa che genera fatica. Non sempre, appunto, quando e circostanze sono tali da confliggere con il mio modo di fare, di essere, di praticare i miei obiettivi. Praticarli, appunto. Ma cosa succede quando la gioia di fare le cose bene diventa fatica? Quante volte mi è capitato! Non è spreco di tempo o di energie nella maggior pafrte dei casi. Ma quando il contesto non aiuta, lo diventa. Questo è il tema, per me. La fatica della burocrazia invece è una vera persecuzione, ma per fortuna esistono molti modi per sfuggirle. In questo caso, internet, AI e compagnia bella danno una grossa mano