Parlare di Blade Runner e di Do Androids Dream of Electric Sheep? traduzione italiana Gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, significa toccare una delle icone non solo della letteratura fantascientifica ma della letteratura in generale.
Di solito la discussione tende a imboccare due strade: si sottolinea l’estetica visionaria di Ridley Scott, che ha saputo con le sue intuizioni predire alcuni elementi del nostro presente con grande anticipo, offrendo un prodotto film di cui è impossibile non innamorarsi. O si commenta il romanzo di Philip K. Dick, più sporco, più scomodo, più ossessivamente innamorato delle domande morali, ineguagliabile anche dai migliori registi come Scott. Entrambi sono capolavori. Ma due capolavori che non raccontano esattamente la stessa storia.
E se c’è un punto in cui questa divergenza si fa voragine, è nella scelta del regista di eliminare uno degli elementi più centrali del romanzo: Mercer, la religione collettiva dell’empatia.
Blade Runner e il romanzo di Philip K. Dick: cosa si perde quando si abbandona Mercer
Dick non ha preso Mercer da una religione esistente, ma ha pescato a piene mani da vari immaginari spirituali del Novecento:
- l’idea del martire eterno, simile a un Cristo rovesciato;
- l’esperienza collettiva di condivisione della sofferenza, che ricorda certe pratiche mistiche e persino la fenomenologia delle sette del dopoguerra americano;
- l’ossessione per il rapporto tra tecnologia e trascendenza.
Il Mercerismo è quindi una religione inventata, ma non slegata dal reale: è la versione dickiana di ciò che succede quando il bisogno umano di significato incontra un mondo in rovina e una tecnologia onnipresente.
Il Mercerismo non è invenzione totale, ma eco del mondo reale, quasi il motore etico del romanzo. Quando viene rivelato che Mercer potrebbe essere una messa in scena televisiva, il romanzo non conferma mai definitivamente la sua autenticità. Il punto straordinario è che Mercer continua a funzionare anche se è falso.
Questa è una tipica intuizione dickiana: una cosa può essere artificiale e tuttavia reale nei suoi effetti.
Perché mai Ridley Scott l’ha eliminato?
La domanda sorge spontanea, perlomeno a me quando ho ultimato la lettura del libro. La scelta di Scott infatti non è un semplice “taglio per semplificare”, ma una precisa presa di posizione.
Nel romanzo, l’empatia è un valore politico e spirituale, non solo emotivo. Il Mercerismo serve a mostrare che l’umanità è definita non dalla biologia, ma dalla capacità di condividere il dolore.
Nel film invece, Scott preferisce lavorare su un’altra linea: l’ambiguità, la solitudine, l’individualismo tragico. Rick Deckard, indimenticato e fascinoso protagonista, non è un uomo che si unisce agli altri nel dolore: è un uomo che si isola.
In altre parole, Dick tiene insieme due domande: come restiamo umani insieme e come distinguiamo l’umano dall’artificiale. Scott sceglie quasi esclusivamente la seconda.
Sono entrambe due chiavi di lettura interessantissime che vale la pena percorrere, ma nella logica del regista, il Mercerismo sarebbe stato un elemento dissonante dentro l’estetica cupa e iperindividualista di Blade Runner.
Così Scott fa una scelta artistica: elimina la religione collettiva per dare spazio al noir esistenziale.
Scelta legittima, certo. Ma con un prezzo: perdiamo la domanda etica che tiene insieme il romanzo di Dick.
La frase di Mercer: cosa significa davvero
Nel momento più controverso e discusso del romanzo, Mercer, parlando direttamente a Rick Deckard, dice:
Il lavoro dev’essere fatto, anche quando sai che è sbagliato
È la frase più disturbante dell’intero libro, suona come una giustificazione, ma in realtà è un cortocircuito morale. Talvolta il bene e il male non si lasciano più separare con nettezza, e l’azione resta necessaria anche quando la coscienza vacilla.
Dick non sta dicendo che si deve obbedire agli ordini. Sta mostrando quanto sia fragile la bussola etica di un mondo dove gli androidi provano emozioni, gli uomini si comportano come macchine e ogni certezza può essere ribaltata da un colpo di scena mediatico.
È come se Mercer gli dicesse:
Continua, perché non esiste una versione pulita del mondo.
E non esiste una scelta senza colpa
Una verità amarissima per un blade runner che passa le giornate a “ritirare” esseri sempre più indistinguibili dagli umani.
Senza Mercer, il film perde qualcosa
Blade Runner ci regala atmosfere indimenticabili, personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo, un’estetica che ha plasmato quarant’anni di fantascienza. Ma togliendo Mercer, perde:
a) l’idea che l’empatia sia un dovere sociale
Nel film è un sentimento privato: Rick la scopre quasi per caso. Nel romanzo, invece, è la base dell’ordine morale.
b) il conflitto interiore di Rick
Nel libro Rick non dubita solo perché gli androidi sembrano umani: dubita perché la sua stessa società gli chiede di essere empatico… tranne quando deve uccidere gli androidi, così somiglianti agli esseri umani, anche quando allevano le loro pecore elettriche, come elemento di status simbol e di identità forzata.
È una contraddizione esplosiva.
c) la dimensione collettiva del dolore
Il Mercerismo è la risposta di Dick alla domanda: come si resta umani in un mondo devastato? Domanda che interroga ahimé ciascuna di noi.
Il film sceglie una risposta cinica: non si resta. Al massimo, si resiste.
Blade Runner ci ha insegnato a preoccuparci dei diritti degli androidi. Dick ci chiede invece se siamo ancora capaci di provare empatia per qualcuno che abbiamo già deciso di escludere dalla comunità morale. E questa, nel 2026, è assolutamente una domanda attuale.
Chi è davvero Rick Deckard?
Con Mercer, Rick è un uomo lacerato da un dovere che non riesce più a sostenere. Senza Mercer, Rick è un detective malinconico che scopre di avere un cuore.
La differenza non è poca: Dick scrive un romanzo sulla responsabilità, mentre Scott gira un film sull’isolamento e sull’emarginazione dei diversi.
Due opere sorelle, che però non stanno nella stessa stanza senza discutere.
In conclusione, una piccola provocazione
Se Blade Runner è un capolavoro visivo, Do Androids Dream of Electric Sheep? è un capolavoro concettuale. E forse la ragione per cui li amo entrambi è proprio questa: il film ci mostra un futuro oscuro, il romanzo ci mostra la nostra coscienza mentre ci guarda storto.
Mercer, con la sua frase spiazzante, ci ricorda una cosa che Scott ha scelto di non filmare: che il problema non è mai l’androide.
Il problema è l’umano che non sa più che cosa è giusto fare e, talvolta, lo scopre davvero troppo tardi.
Due opere che dialogano, litigano e si correggono a vicenda. Ed è probabilmente il motivo per cui, a oltre quarant’anni dall’uscita di Blade Runner e a quasi sessant’anni dalla pubblicazione di Do Androids Dream of Electric Sheep?, continuiamo ancora a discuterne.
Avete visto il film o letto il romanzo? Cosa pensate di questa distinzione?
Per chi non conoscesse (ma davvero?) il film, ecco il trailer ufficiale. Per il romanzo, cercate la vostra migliore libreria. Sarà un’estate elettrica.




Ho visto il film molto tempo fa, poi anche il suo sequel, che mi è parsa una forzatura ma che funzione perlomeno nell’estetica. C’è sempre stato qualcosa di ipnotico in questa storia e trovo che la scena in cui il replicante prima di morire dice quelle parole iconiche sia un capolavoro.
Che tenerezza quel “Los Angeles 2019”!!
Sequel? Mai saputo (e mai visto)
Non ho visto il film, anche se è un cult nel suo genere. Di Dick non ho letto nulla. Quindi mi affido a quello che hai scritto.
Ribadisco un concetto che ho espresso più volte. IL film deve mostrare e i dialoghi sono solo comprimari. Il libro deve coinvolgere il lettore che con la sua immaginazione ricostruisce le scene. Sono due mondi diversi per raccontare lo stesso scenario. Anche in questo caso abbiamo, come ha ben scritto, due mondi visti da angolazioni diverse.
A volte capita che il film sia migliore dal romanzo da cui è tratto ma secondo me sono casi rari. Ricordo L’isola della paura di Dennis Lebane. Il libro mediocre, il film, di Martin Scorsese ‘Shutter Islond’, un capolavoro.
Le forme dell’arte completano la bellezza della nostra esistenza, questo è certo @newwhiitebear. Il libro contiene però scenari che il film lascia da parte, come la religione ma anche la cura e la ricerca maniacale di pecore o altri animali meccanici, perché in quel mondo animali vivi se ne trovano solo raramente. Tutto è duplicato, deumanizzato, standardizzato. Un futuro (o un presente?) che fa paura, non credi? Questo secondo me è il senso dello sguardo visionario di Dick. Di lui leggerò altro
Trovo Blade Runner un film struggente che non ho mai compreso fino in fondo, forse dovrei rivederlo dopo aver letto anche il libro. Comunque gli androidi con la loro vita limitata a quattro anni, creati dall’uomo per fare i lavori più ingrati che gli umani non vogliono fare (chissà perché questo mi ricorda qualcosa della nostra attualità), mi fanno provare subito una forte empatia. Poi c’è quella scena struggente finale con l’androide che piange sulla fine della sua vita con le sue lacrime nella pioggia che vale quasi tutto il film.
Cara @Giulia quella scena è meravigliosa, così come la dolcezza del suo ultimo bacio alla sua compagna, androide pure lei. Il libro ha una marcia in più, contiene un numero di contenuti anticipatori di una società che oggi conosciamo bene ma che allora era solo immaginabile. E’ l’impagabile virtù dei grandi artisti, che hanno soprattutto visione, visione di un mondo che ha bisogno di macchine, umane o fatte di circuiti non importa. Hanno un prezzo e questo basta. Se poi la visione si trasforma in arte, cinema, letteratura, pittura che sia, allora ecco che la visione diventa previsione.
Penso che leggerò altro di Dick. C’è molto da scegliere e secondo me sarebbero ottime letture per l’estate
Ho visto il film molti anni fa. Mi era piaciuto, ma parecchie cose sono ormai dimenticate. La fantascienza (come letteratura) non mi ha mai appassionato. Ho letto, credo, 2 libri, ma dopo non ho mai sentito il bisogno di proseguire.
E’ iconica la scena in cui l’androide umanizzato, sul cornicione di un grattacielo cupo e sotto la pioggia battente, pronuncia la fatidica frase “Ho visto cose che voi umani…”. La sento ripetere e la ripeto anche io molto spesso, ma non è l’unica cosa che resta. Personalmente le ambientazioni cupe e umidicce mi piacciono. Però nel libro c’era molta più poesia, come il rapporto del cacciatore di androidi con la sua pecora e sua moglie. Pecora elettrica, perché in carne e ossa non ne esistono più e allora ci si può affezionare a una macchina. Certo deve piacerti la fantascienza, un certo tipo di fantascienza, non è un genere amabile da tutti