Lo specchio di Stendhal
Recensioni in pillole,  Scrittura

Lo specchio di Stendhal: scrivere è riflettere la realtà

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Eh, signori, un romanzo è uno specchio che viene portato su una strada maestra. Ora riflette ai vostri occhi l'azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E voi accuserete d'immoralità l'uomo che porta lo specchio nella sua gerla? Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio!

Il rosso e il nero, 1830, Stendhal

Sto leggendo, anzi, sto ascoltando, Il rosso e il nero di Stendhal, il romanzo che viene salutato come il capolavoro dell’ottocento. Un giudizio che mi pare eccessivo, vista la straordinaria produzione letteraria che caratterizzò il continente europeo in quel secolo. Di sicuro un romanzo importante e imponente, come spesso mi capita di leggere in questi ultimi mesi.

La citazione con cui apro questo articolo è senza dubbio quella che più mi ha fatto riflettere sul valore della scrittura: lo specchio di cui Stendhal parla, in un gustoso dialogo con l’editore in cui inciampiamo mentre seguiamo le avventure di Julien Sorel, il protagonista, serve proprio per ragionare intorno alla capacità della scrittura di riflettere la realtà.

Come parla, oggi, questo grande romanzo alla scrittura?

Il rosso e il nero è il capolavoro di Stendhal, pubblicato nel 1830. Racconta l’ascesa e la caduta di Julien Sorel, un giovane ambizioso e di umili origini, affascinato dalla figura di Napoleone, che cerca il riscatto sociale nella Francia della Restaurazione. L’impeto del giovane oscilla tra il desiderio di gloria militare, che taluni ascrivono al colore rosso del titolo, e il nero degli abiti che la carriera religiosa di Julien lo obbliga a portare.

Ma Il rosso e il nero, scritto in un’epoca dominata da ipocrisia, arrivismo e compromessi, sono anche il colore del sangue e della morte. Ancora una volta in un titolo c’è già tutta la trama, il senso di un romanzo corposo e a tratti davvero difficile da affrontare.

Chi è Julien? Un giovane intelligente, calcolatore, ma anche tormentato da passioni sincere. I suoi amori, prima con Madame de Rênal e poi con Mathilde de La Mole, sono la sua palestra di vita sentimentale priva di autenticità e di trasporto, calcolata, sempre alla ricerca della soddisfazione delle aspettative altrui. Relazioni per lo più clandestine, che solleticano lo spirito avventuroso e di ricerca del giovane protagonista e che lo porteranno a confrontarsi con la società che vuole scalare e con le proprie illusioni. In un mondo dominato dalle convenzioni, Julien si muove come un outsider: lucido, spietato, tragicamente solo.

Con queste premesse, quale potrebbe essere l’epilogo, se non la tragedia?

Il rosso e il nero è un romanzo di formazione, di lotta di classe, ma anche una spietata critica del potere e del conformismo sociale che ci regala autentiche perle letterarie, come la metafora dello specchio che Stendhal assegna alla scrittura.

E non è certo l'amore che fa la fortuna dei giovani dotati di un certo talento come Julien: essi si legano indissolubilmente a una consorteria e, quando questa fa fortuna, piovono su di loro i più ambiti doni della società. Guai all'intellettuale che non appartiene a nessuna consorteria: gli saranno rimproverati anche dei piccoli successi molto incerti e l'alta virtù trionferà derubandolo. Eh, signori, un romanzo è uno specchio che viene portato su una strada maestra. Ora riflette ai vostri occhi l'azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E voi accuserete d'immoralità l'uomo che porta lo specchio nella sua gerla? Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov'è il pantano, e più ancora l'ispettore stradale che lascia imputridire l'acqua e formarsi i pantani!

Il passaggio che contiene la metafora dello specchio è un’invettiva che Stendhal lancia alla società del suo tempo, non un semplice gioco retorico.

È una dichiarazione poetica, un’accusa, una presa di posizione. La considerazione circa la necessità per l’intellettuale di appartenere a una “consorteria”, oggi diremmo un gruppo di pressione sociale, per non essere rimproverato o peggio ostacolato, è l’amara considerazione di un uomo che ha sperimentato la spinta della passione, l’amore, la scrittura, e ne ha considerato i limiti se non supportata da “qualcuno” che la spinga, la condivida, la protegga, la promuova.

Ci vedo le difficoltà degli scrittori di raggiungere obiettivi senza essere spalleggiati da nessuno, ma anche più in generale l’esplicito riconoscimento della tragedia vera che è una condanna alla subalternità, se si vuole procedere verso l’altro.

E la storia di Julien in qualche modo lo attesta. Egli che ha cercato lungo tutta la sua giovane vita di “arrivare” e che si è reso conto che nella sua individualità non era riconosciuto e dunque si avvicina, senza mai legarsi troppo, a consorterie che via via lo utilizzano, lo incensano, lo demoliscono, fino al tragico tradimento.

La grande lezione di Stendhal è che non si scrive per addolcire la realtà, ma per mostrarla così com’è, per denunciarla. E se ciò disturba, la colpa non è certo dello specchio, ma della strada fangosa o dell'”ispettore stradale” che non interviene per bonificarla.

Quante volte, oggi, pretendiamo che la scrittura sia una carezza, che la narrazione ci conforti, ci confermi. Eppure, scrivere – davvero scrivere – è come portare uno specchio in giro per il mondo. Un atto scomodo, a volte pericoloso, per cui si può essere accusate di immoralità o di falso se solo si mostra il fango.

Oppure si può essere additate di eccessiva durezza, suggerendo quanto sia meglio parlare d’amore, di futuro, di positività, bellezza.

Ma la bellezza, se non conosce il fango, è una cartolina. Non trasforma nulla.

Più avanti, nel libro, l’autore scrive ancora, svelando un dialogo muto con l’editore:

Se i vostri personaggi non parlano di politica, non sono francesi del 1830 e il vostro libro non è più uno specchio, come pretendete che sia!

Lo specchio di cui parla Stendhal è uno specchio sociale e politico. Riflette le contraddizioni di chi cammina per quella strada, i privilegi di chi appartiene a una parte politica, quella al potere. E della solitudine, dell’emarginazione, di chi ne è fuori.

Julien Sorel è uno di quei giovani di talento che, per emergere, deve aggrapparsi al potere, alle alleanze, ai favori. Nulla che riguardi l’amore o il merito. È così ieri, è così ancora troppo diffusamente, anche oggi.

Chi scrive si porta appresso uno specchio preoccupandosi che non si infranga, che rifletta correttamente ciò che camminando per la vita incontra.

Non si accontenta del racconto rassicurante, ma usa la parola per prendere posizione. È la narrazione che sporca le mani ma che racconta davvero tutto ciò che altrimenti non vedremmo o non vorremmo vedere.

Il rosso e il nero.


E tu, hai mai avuto il coraggio di mostrare il fango? Quale specchio porti nella tua gerla?

Raccontami se ti va nei commenti cosa significa per te scrivere (o leggere) con onestà

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Luz
1 anno fa

Non credo di aver mai letto niente di Stendhal, e sì che una mia zia possedeva una collezione di classici ben rilegata in cui campeggiava anche questo celebre scrittore. I brani che hai inserito nel post mi piacciono, chissà che non faccia un pensiero ad ascoltarlo.

Sandra
Sandra
1 anno fa

Ma è proprio il libro in lettura per il mio gruppo whatsApp “leggiamo insieme i classici” se qualcuno vuole unirsi, confronto finale il 10 settembre, eccezionalmente senza tappe intermedie che di solito facciamo, ci diamo insomma tutta l’estate. Io lo temo parecchio ma ho anche molta voglia di leggerlo. Solo che ora incomberanno gli acquisti del salone (vado domenica).

Sandra
Sandra
Rispondi  Elena
1 anno fa

9.30/10 è un po’ prestino, ma un’occhiata la butto che non si sa mai.
Incrociamo per i Referendum e ti saprò dire per il libro, no a Torino in effetti non vorrei esagerare, devo vedere un po’ di editori, ma spero di limitarmi.

Brunilde
Brunilde
1 anno fa

Il rosso e il nero:nel mio scaffale, è un piccolo volume rilegato in brossura, con le pagine un po’ ingiallite, un’edizione della De Agostini del 1981. Ricordo benissimo di averlo iniziato e poi piantato lì: forse ero troppo giovane? Il tuo post mi spingerà a riprenderlo in mano, probabilmente quest’estate, e stavolta, forse, riuscirò a leggerlo tutto.
Ciclicamente leggo o rileggo classici, che come tali hanno sempre qualcosa di potente da dire. Leggere, e scrivere, è una sorta di viaggio, non può essere fatto solo di cartoline ma deve avere un taglio reale. E, come ben sappiamo, la realtà non è sempre confortevole.
Grazie per lo spunto!

Giulia Mancini
Giulia Mancini
1 anno fa

Quanti scrittori devo ancora leggere, il tempo non mi basterà mai. Non ho letto nulla di Stendhal, ma concordo con la tua analisi, scrivere è lo specchio della realtà e chi legge ha modo di scoprirla. Molte volte mi sono avvicinata a un libro proprio per capire certe realtà attraverso gli occhi dell’autore, perché un romanzo, anche quando non parla esplicitamente di certe situazioni politiche o sociali, racconta comunque il mondo in cui vivono i personaggi, mondo che è la situazione reale in cui gli autori vivono. Spesso il romanzo è il solo modo che l’autore ha di denunciare la realtà e descrivere il fango. Per esempio ho un ricordo indelebile di un romanzo letto anni fa di Jurij Trifonov, scrittore russo (1925-1981) intitolato Un’altra vita in cui si descriveva la società sovietica di quegli anni, attraverso gli occhi dei protagonisti.
Per rispondere alla tua domanda io cerco spesso di denunciare la realtà nei miei romanzi, spesso ho fatto parlare i miei personaggi di tutto quello che non mi piaceva di certe realtà sociali.

newwhitebear
1 anno fa

Di Stendhal non ho letto nulla, quindi non posso esprimere il mio pensiero.
Da quello che deduco dalla tua lettura Stendhal critica l’apparire che sopprime l’essere. Credo che lo specchio simboleggi proprio questo..

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