Scrittura terapeutica
Scrittura

Scrivi che ti passa

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C’è un momento preciso in cui la testa smette di girare in tondo. Non arriva sempre all’improvviso. a volte si costruisce lentamente, parola dopo parola, finché qualcosa si allenta e prende forma fuori.

Mi è successo qualche giorno fa con una questione di lavoro, apparentemente tecnica, in cui dovevo mettere a terra un po’ di questioni che avevano occupato i miei pensieri, per giorni. Una di quelle situazioni così prevedibili dalle regole da apparire quasi burocratiche, e invece come spesso accade di prevedibile non c’è niente e dentro ci finisce tutto: pensieri, dubbi, responsabilità.

Per giorni ci ho girato intorno. Ogni volta che ci pensavo mi pareva pesante più e più del necessario. Scrivere significava prendere posizione non solo fuori, ma anche dentro di me.

Così ho scritto. Ho preso la mia penna in mano e ho cominciato semplicemente a dare una forma a quello che mi girava per la testa. Dopo averlo fatto è successo qualcosa di molto semplice: è passata.

Non tutto era stato risolto, magari. ma i miei pensieri avevano finalmente una forma solida e stavano lì, quel foglio, a guardarmi mentre io li guardavo e sorridevo, perché sulla carta non solo avevano un bell’aspetto ma ci avevo persino fatto amicizia.

Era uscito dalla testa e si era posato sulla pagina. Non era più un nodo che continuava a stringere, non era più in ombra.

Non intendo quando avete fatto un primo tentativo di racconto, o del vostro quaderno delle ambizioni, progetto che non può avere una fine. La scrittura non inizia da qualcosa di “ufficiale”, ma da un gesto istintivo che ha il solo scopo di svuotare la testa. La mia prima poesia l’ho scritta a quindici anni, si intitolava Gli occhi di Luca. Avevo visto un mio caro amico infognarsi fino al collo nell’eroina e non avendo molti strumenti per capire come, perché e soprattutto, per affrontare la sua scomparsa, scrissi una poesia nel mio diario di scuola.

Il diario mi piaceva perché oltre a compiti e interrogazioni scrivevo i miei pensieri, ragion per cui lo tenevo ben riposto in un cassetto della scrivania, certa che nessuno l’avrebbe mai letto. Non so davvero se sia andata così, ma mi piace crederlo.

In seguito quel diario è diventato un vero e proprio diario di bordo, pieno di pensieri e di riflessioni, di gioie e di paure, di vittorie e di sconfitte. Soprattutto dubbi, dubbi che all’adolescenza mi hanno portata alla giovinezza e che, chissà, conservo ancora in qualche spazio segreto della memoria.

Scrivevo senza sapere che stavo già facendo una cosa precisa: buttare fuori quello che non sapevo contenere, per accorgermi che era buono, davvero buono. Ma senza il coraggio di fare il passo successivo.

Pagine che mi hanno accompagnata per anni e che oggi restituiscono lati di me che non riconosco subito, ma che mi hanno aiutata a capire chi stavo diventando.

In una parola sola: mi hanno tenuta insieme.

La scrittura torna nei momenti in cui qualcosa si stringe dentro. In psicologia esiste una pratica chiamata affect labeling: dare un nome alle emozioni.

Quando succede, qualcosa cambia anche nel modo in cui il cervello le elabora. Le parole non risolvono tutto, ma spostano il punto di osservazione. E da lì, spesso, cambia anche la possibilità di reggere quello che si prova. La scrittura per me fa esattamente questo: prende il caos e lo rende nominabile. Non sempre è capace di eliminare il peso, ma lo rende sopportabile.

Una terapia a costo zero. Quando restiamo nella gioia di scrivere, senza pretendere nulla da noi stesse e dalla nostra scrittura se non il piacere di farlo, allora sì che ci passa ogni turbamento. Forse è per questo che, senza accorgercene, scriviamo proprio quando facciamo più fatica.

Mettiamo ordine. Reggiamo le contraddizioni.

Scriviamo per non restare intrappolate dentro tutto.


E voi care Volpi quando scrivete? Cosa vi spinge? Da quanto tempo?

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Sandra
Sandra
2 mesi fa

Anch’io sono della scuola: ho sempre scritto da che ne ho memoria. Con reale cognizione di causa rispetto a “voler pubblicare” direi dal primo corso di scrittura creativa nel 1999. Magari ecco non passa del tutto, per rifarmi al tuo titolo, ma di sicuro aiuta parecchio a ridimensionare, distrarre durante il processo creativo. Scriviamo per allontanarci dal buio. Perché per chi ama farlo scrivere è sempre luce.

Grazia Gironella
2 mesi fa

Molto vero quello che dici. Io ho provato a scrivere il mio primo romanzo a otto anni. Sì, un romanzo, direttamente! Che ridere… Ma già tenevo un diario, e non ho mai smesso. Qualche mese fa mi sono detta: quando non ci sarò più (tocco di allegria…), c’è qualcosa dei miei diari che vorrei rimanesse ai miei cari? Così ho iniziato a rileggere un diario di qualche anno fa… e l’ho mollato come se mi fossi scottata! Da quando ho iniziato a ricorrere al diario soltanto per sfogarmi, protestare e sentirmi meno sola? Altro che saggezza da trasmettere ai posteri! Devo ancora riprendermi da questa scoperta, ma penso che farò così: sfoghi sul vecchio diario, e nuovo diario per le consapevolezze, le scoperte, le cose importanti per costruire. Speriamo bene… ;)

newwhitebear
2 mesi fa

Non c’è una data precisa ma ricordo che ho scritto la mia prima poesia forse a sedici anni osservando fuori dalla finestra dell’aula un moncone di torre. Poi ne ho scritte delle altre. Racconti o pezzi singoli no, non ci sono mai riuscito. Scrivevo due righe e mi bloccavo.
Poi a un certo punto ho smesso, finché non sono andato in pensione. A questo punto mi sono sbloccato. Per me è stata una terapia d’urto per dar corso ai miei pensieri.

newwhitebear
Rispondi  Elena
1 mese fa

Grazie per le tue parole.

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