Immagina per un attimo di essere in piedi sotto un lampione e per di più nella tua forma migliore. Il tuo volto è illuminato, le tue idee sono chiare e ben formate. Sai chi sei.
Non ti fa sentire forte, sicura, quasi invincibile?
Ma dietro di te, appena fuori dal cono di luce, una sagoma trascina una valigia… dentro ci sono rabbie inespresse, desideri risucchiati, vergogne ereditate, le parti di te che hai nascosto nel tempo, dopo tutti quei “non si fa” o “non si deve”.
La mia ombra ha qualcosa da dire (e devo ringraziare Bly)
Il saggio su cui oggi verte questa mia riflessione è di Robert Bly e si intitola Il piccolo libro dell’ombra. Robert Bly, e prima di lui la psicanalisi junghiana, chiama quel sacco “ombra”. È la parte di noi che non confessiamo volentieri e che tendiamo a rimuovere ma che, pervicacemente, continua a esercitare la sua influenza su di noi: spinge, sussurra, sabota. Ma anche nutre.
Mi piace l’idea di avere un’ombra con la quale dialogare, di tanto in tanto. So che in quella valigia c’è qualcosa di buono, qualcosa che posso ancora usare, e qualcosa che finalmente posso lasciare andare.
Vale per ogni aspetto della mia vita e persino per la scrittura.
Leggere Bly è un lavoro piacevole, molto più accessibile per me che leggere Jung. L’ombra che lui descrive non è “cattiva”, ma materia prima essenziale. Una fonte di energia, intensità e verità a nostra disposizione, da cui è impossibile difenderci. Se non ci avevate mai pensato, qui provo a dire cosa ho capito di questa ombra, di come si forma e come si manifesta nella pratica di chi scrive, e come possiamo farne un’alleata nella scrittura (senza trasformare ogni post in una seduta di terapia di gruppo).
L’ombra non è un’entità morale; è un archivio. È tutto quello che abbiamo messo «fuori scena» per essere accettate, ammirate, ammesse. Da piccole: «stai zitta», «non piangere», «sii carina»; da grandi: ruoli imposti, limiti sociali, aspettative. Quelle mozioni rifiutate non scompaiono: si raggruppano, fanno massa, diventano una forza che lavora nella penombra.
Da bambina ho messo in ombra e infilato in valigia il mio lato affettuoso e bisognoso di affetto, dato che nella mia famiglia l’affettività era considerata una debolezza.
Da adulta mi sono sorpresa a nascondere in valigia la mia voglia di gioco e di leggerezza, forse per continuare a rivestire quell’immagine di me che si era formata molti anni prima, quando, silenziato il bisogno di affetto, mi sono trasformata in una specie di iceberg inaccessibile.
La mia esperienza con l’ombra è stata non solo bisogno o vulnerabilità, ma scintilla di creatività che ha continuato a vivere, da qualche altra parte, dentro di me e che ho ritrovato come risorsa e non come peso.
Mettersi d’accordo con la parte che non obbedisce
L’aspetto che mi interessa sottolineare del lato in ombra riguarda le regole cui siamo destinate a sottostare, o a cui finiamo per conformarci con i nostri comportamenti.
Ci dicono (o ci adattiamo a) certe regole in questo modo: “Non perdere tempo”, “Non essere polemica”, “Non parlare di politica a tavola”, “Non mostrare la stanchezza” eccetera eccetera.
Tutto utile o forse no. Accade, e basta. A queste imposizioni reagiamo e, soprattutto per adattamento, alcune parti di noi vengono messe di lato. Come ho già accennato, e come descrive bene Bly, queste parti non spariscono: vengono rimandate indietro, in attesa; vengono messe in ombra o, nell’esempio dell’inizio di questo articolo, vengono “messe in valigia”.
Col tempo, e con lo scorrere della vita, la “valigia” si riempie, perché quello spazio è di quelli che accoglie tutto e non si libera mai di nulla, fino a quando quel lato in ombra non viene alla luce e ricompare sotto forma di energia.
Mi è capitato spesso di scoprire risorse inaspettate dentro di me con cui ho affrontato situazioni complesse che mi apparivano insuperabili o per le quali mi sentivo inadeguata. E poi, come per magia, saltava fuori un pensiero, un nuovo modo di vedere le cose che mi permetteva di uscire dall’empasse.
Persino quando scrivo mi accorgo che l’ombra entra in mille modi nel mio flusso: a volte è solo un’immagine, magari vecchissima, che scatena pensieri e riflessioni, come è accaduto per questo post. Altre volte è un’omissione, sprazzi di ironia difensiva, o un’intensità sorprendente che irrompe nel testo e lo nutre, lo fertilizza, lo rinforza.
L’ombra nella scrittura: dove si nasconde e come riconoscerla
Questo riflesso dell’ombra sulla mia scrittura mi ha incuriosito al punto da spingermi a provare a riconoscerla e a descriverla, scavando nella memoria e nella valigia.
La scrittura è specchio per la nostra anima, a volte limpido, a volte appannato. Quante cose può dirci di noi stesse che ancora non sappiamo?
Ecco alcune tracce di ombra che ho riconosciuto nella mia scrittura:
I silenzi del testo
Sono gli argomenti che evito, le metafore che uso e che non uso, magari perché “troppo personali”. Dettagli che escludo mentre revisiono, perché “forse non sono abbastanza buoni”; parole chiare che non pronuncio per timore delle conseguenze e che contengono cose che poi vanno a finire nell’ombra e lì crescono, fino a quando non le riporto in luce.
La mania del controllo
Vi capita di ricercare energicamente parole e frasi perfette, di una struttura impeccabile e senza sbavature, soprattutto emotive? A me no.
Considero la mia scrittura come la mia vita, densa di emotività. Ma se avessi iniziato a scrivere a diciotto anni con la stessa intensità di questi ultimi anni, come sarebbe stata la mia scrittura con tutte le ombre della valigia? Sarebbe stata forse più precisa, ma probabilmente priva di calore umano.
Ho imparato a mie spese che la perfezione, oltre a non esistere, è anche una pesantissima compagna di vita. È stata una delle prime cose che ho tirato fuori dall’ombra e messo in luce. La magia è che solo guardando in faccia i limiti puoi superarli.
Gli sfoghi travestiti
Una mia specialità. Un pezzo di ombra che tengo perché non sono del tutto convinta che sia per me un peso o un problema, ma anzi, un vantaggio. Il problema nasce quando un post che sembra neutrale scivola in quello che non è sarcasmo o ironia ma risentimento. Ecco dove l’ombra spinge, senza mostrarsi per intero.
Ripetizioni tematiche
Questa riflessione non nasce da un’osservazione su di me ma su un’amica che ha una grande virtù: è un’ottima regista e un’ottima attrice. I suoi lavori sono tutti legati a un tema, quello della violenza contro le donne, che esplora e declina in molti modi differenti. Un approfondimento prezioso che ci dice qualcosa dell’ombra che diventa come una ferita che non guarisce. Lì c’è qualcosa che aspetta di essere esplorato più a fondo.
L’ombra ha qualcosa da dire: lasciamola parlare nella nostra scrittura
Che ci sia, in tutte le sue contraddizioni, qualcosa di buono? Di estremamente innovativo, ricco e sorprendente? Può l’ombra rendere una vita, un testo, una rappresentazione più viva?
La mia risposta è sì. Ho acquistato questo libro perché avevo paura dell’ombra, paura di ciò che ancora di me non comprendevo e di come scoprirlo mi avrebbe resa più fragile. È accaduto il contrario. In questi anni di riflessione e di rilettura (il tempo serve) ho capito che quelle parti nascoste potevano dare più profondità emotiva alle mie parole, quelle pronunciate ad alta voce e quelle scritte.
Non solo: ciò che con tanta cura negli anni abbiamo nascosto è spesso unico, è la “modulazione” personale che altri non hanno. Siamo noi. La nostra voce più autentica!
E dove c’è autenticità c’è verità, energia, potenza. Ci siamo noi, tutte intere.
Piccole pratiche per scrivere con l’ombra addosso (e non in valigia)
Il brain-dump dell’ombra
Prova a scrivere tutto ciò che senti di non aver detto o fatto nelle ultime settimane, libera la mente da questo tipo di pensieri tossici. Poi sottolinea le frasi più accese o ricorrenti.
Queste potrebbero diventare piccoli semi per articoli, capitoli o metafore potenti. O problemi da risolvere per i tuoi personaggi.
La domanda filtro
Per ogni bozza che scrivi, chiediti: che cosa sto nascondendo in questo pezzo? Se la risposta è “qualcosa”, prova a includere almeno un accenno o un’immagine che lo richiami. Verifica poi se quell’esclusione sabotata ti ha portato a qualcosa di più autentico e vero.
La piccola confessione
Paura della vulnerabilità, eh? Sai che puoi fare a meno della perfezione stilistica? Per rendere la tua scrittura — che ti rappresenta — più vulnerabile, scrivi una frase che mostri una crepa umana. Non serve un epilogo melodrammatico, basta una riga che renda il tono meno stereotipato e mostri un poco di quell’ombra che è lì per nutrire, non per osteggiare.
Revisione mirata all’ombra
Quando rileggi e revisioni il testo, prova a cercare “cosa manca”: se la risposta è emozione, domanda personale o rischio, hai probabilmente rimosso l’ombra. Reinseriscine una traccia e fai che il tuo scritto sia più potente!
Vivere intera, anche dove la luce non arriva
Scrivere e vivere con l’ombra non è certo un obbligo morale; è una scelta e un’opzione creativa potentissima. Se permetti al contenuto della “valigia” di comparire qualche volta, i tuoi testi respireranno aria diversa e così le tue parole.
Personalmente, nei miei comizi o iniziative sindacali, viaggio sempre con la mia valigia e in relazione con la mia ombra. Quante cose mi rimanda di ciò che ho intorno a me — e che vantaggio sapere di possederne una!
Tante volte è stato proprio quel sacco pesante che porto sempre con me a farmi trovare la forza di battere un pugno sul tavolo e le parole giuste per affermare ciò che credo giusto. Non è poco, amiche Volpi.
Quali parti di voi avete lasciato per troppo tempo al buio della vostra valigia?
Cosa nasconde la vostra penna sotto il tappeto?




Conosco le mie ombre, bloggo da docici anni tentando di esorcizzarle tutte in svariati post, siamo amici ormai e l’unica cosa certa è il conoscerle, decifrarne natura e origine, portarsele dietro allora, diventa più leggero, aiuta a sapere per primi quando spesso vogliamo passare per altri, ci rende coscienti delle nostre scelte e dei nostri errori. Siamo complici, io e la mia ombra. Ecco un vantaggio che ritengo utilissimo a combattere quel narcisismo e quell’egoismo che spesso obnubilano.
Questo è interessante @Franco, un punto di vista un po’ diverso dal mio ma mi fa pensare a come persone diverse problematizzino in modo diverso. Sì, il blog è un buon modo per tirarle fuori, appunto mostrarle, mostrandole agli altri anche a sé stessi. Però, come scrivevo a Giulia, penso che le nostre ombre non siano date una volta per tutte. Fino a quando ci sarà una luce che le proietta, esse torneranno e se ne formeranno di nuove, perché ogni luce e ogni parte da cui proviene è differente. Forse non c’è un modo per fare pace definitivamente con le ombre, ma solo per contattarle continuamente, farci i conti, sapere che ci sono e guardarle per imparare qualcosa di nuovo. La complicità è un concetto che i intriga ma cui non riesco a dare forma. Se ti va, puoi parlarne meglio? Grazie per il tuo commento
Cara Elena, molto bello questo post, pieno di spunti interessanti. L’ombra o, se vogliamo chiamarla in altro modo, la parte nascosta di noi. Sai che la parte più nascosta di me é proprio quella che più volte mi ha spinto a scrivere. Mi piace pensare che nei miei libri ci sia di me molto più di quanto mostri al mondo quotidiano che mi circonda. È vero, negli anni impariamo a nasconderci, a non mostrare noi stessi, a limitarci, parlare bene (quando vorremmo mandare tutti al diavolo), essere brave e accomodanti, cercare di rientrare negli schemi socialmente accettabili. Poi c’è la parte più nascosta di noi che freme e, ogni tanto, riemerge. Credimi questo é un tema che ho trattato spesso nei miei gialli, è stato uno strumento per tirare fuori la parte di me che avrebbe “bruciato il mondo” come Cecco Angelieri, portandolo all’estremo per descrivere i sentimenti di un criminale, oppure quella parte di me è venuta fuori nei miei romanzi “rosa” per parlare dei sentimenti e delle scelte sociali che non ci fanno seguire il cuore. La scrittura è molto terapeutica in questo senso, alla fine fa fare pace con la parte nascosta dell’anima.
La scrittura è un lungo dialogo silenzioso con noi stesse cui diamo forma scritta nei nostri romanzi e nei nostri pensieri, forse solo parzialmente, e forse non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo davvero fatto tutti i conti con le nostre ombre? Con qualcuna abbiamo fatto amicizia, la lasciamo emergere, ad esempio, come tu stessa dici, in qualche personaggio o in qualche storia. E questo aiuta, perché descriverla è un modo per conoscerla e vederla meglio. Mi piace pensare piuttosto a un percorso, senz’altro duro e faticoso, ma continuo, perché ciò che non ci piace può essere esorcizzato ma non scompare. L’ombra non è solo una parte nascosta di noi stesse ma ciò su cui non abbiamo fatto ancora luce, con cui non abbiamo fatto ancora i conti. Come se quella valigia fosse in larga parte piena di abiti che non sappiamo di possedere o di poter indossare. L’ombra è ciò che si legge tra le righe, ciò che sottende un pensiero, un comportamento, una modalità di relazione, persino un’idea. Chi ha l’abitudine di farci i conti non è detto che viva meglio ma di sicuro conosce meglio se stessa e questo rafforza. Anche un post come questo, in fondo, è un modo per andare ancora una volta a contattarla. Grazie per questa tua bella e personale riflessione, @Giulia
Ultimamente ho l’impressione di dovere andare oltre le definizioni che implicano un dualismo, perché finché le uso sono sempre nei guai. Ogni caratteristica porta con sé, e nella mia vita, la sua opposta, come un pendolo, che quando oscilla da una parte, dopo deve per forza oscillare dall’altra. Se mi crogiolo nel sentirmi fortunata, in un’altra situazione mi sentirò punita; se coltivo la gratitudine, coltivo senza accorgermene anche la delusione; se mi sforzo di essere ottimista, verrà il momento di essere pessimista. E se riuscissi soltanto a essere, e basta? Tutto insieme, senza giudicare e giudicarmi, senza colorare la mia realtà in una tinta o nell’altra, accettando che ha tante facce da vivere, piacevoli e spiacevoli. E’ un po’ complicato da spiegare…
Ciao Grazia, sicuramente guardare a un lato della luna significa prima o poi doversi confrontare con l’altro, il lato in ombra. La felicità si qualifica anche come opposto della tristezza e così via. Impossibile difendersi da questi poli? Si. Ma perché poi? Solo chi ama può soffrire. L’alternativa è non amare affatto, ma hai idea delle conseguenze? Non so se ho interpretato bene il tuo pensiero, ma le tue parole mi hanno suggerito questa riflessione. Però se hai tempo sarei lieta di capire meglio amica mia
E’ vero, nessuno vorrebbe non amare per non soffrire. Desideriamo – giustamente – tutto ciò che esiste di positivo. Quando però si crea un senso di bisogno, di mancanza, di “diritto” insoddisfatto, l’equilibrio se ne va a ramengo. Veniamo al mondo chissà perché, e ci accadono cose che a volte abbiamo causato, altre volte ci capitano e basta. Alla fine, di fronte alla vita non abbiamo alcun diritto. Spesso quello che detestiamo ci aiuta, e quello che amiamo ci fa da zavorra. La realtà terrena offre quello che offre; se ne esiste una superiore lo scopriremo a tempo debito. Ma possiamo vivere al nostro meglio, qui sulla terra, creando i nostri significati, quelli che nascono da noi e non adottiamo di seconda mano, da una posizione di equanimità che ci renda sereni e integri. Ecco: siamo creatori si significati, quindi creatori di realtà – la nostra. In merito all’ombra: quando cerchiamo di indagarla, di farla emergere, di rivalutarla, non stiamo automaticamente prendendo le distanze? Non penseremmo mai di rivalutare, chessò, il nostro braccio sinistro. Siamo umani, con tutte le nostre caratteristiche, e va bene così. Non c’è niente di male nel sentirsi in colpa, nell’essere incoerenti, possessivi, inadeguati rispetto alle circostanze, eccetera. Siamo noi, siamo umani. Siamo fatti così. Ma possiamo vivere bene con noi stessi, nel nostro mondo.
Sono d’accordo: contattare la nostra ombra può significare prenderne le distanze. Su alcune cose che teniamo nascoste questo va bene ma non su tutte. Ci sono parti di noi ignote che vanno fatte emergere perché diventino legittimamente parti di noi. Sono discorsi complessi che avrebbero bisogno di casi specifici per non cadere nelle generalizzazioni. Devo dire però che questo viaggio nell’ombra ha suscitato molte emozioni differenti, chissà che quel libro non sia arrivato proprio al momento giusto. Per me, questo. Un momento in cui sono così in pace e serena con me stessa da poter accettare l’idea di scoprire di me altro. Non sempre è così perciò mi godo il momento …
Ottima riflessione su se stessi alla ricerca dei punti oscuri della nostra personalità che tendiamo a occultare alla vista degli altri.
Cosa ho occultato di me agli occhi degli altri? Arrivati alla mia età si scopre che sono molti i lati oscuri che ho occultato nella mia valigia. Di certo ho nascosto bene le mie insicurezze attraverso mostrarmi sicuro. Il mio carattere spigoloso nasconde un lato tenero del mio carattere.
Cosa invece ho nascosto nella mia valigia nella scrittura. Non saprei, fatico a giudicarmi da solo anche perché lì sono sempre – almeno ho cercato di esserlo – me stesso.
Ciao Gian, grazie per il commento onesto su di te e la tua apertura. Nascondere le insicurezze è talvolta necessario, una sorta di salvagente per evitare di essere sommersi da un mondo troppo spesso stracolmo di narcisisti e di egotici che sembrano non avere alcun dubbio. Figurati mostrarti con qualche perplessità, o, peggio, chiedere riscontro! Invece questo è mio avviso il modo migliore non solo per stare al mondo, ma per crescere. Vedo ogni giorno persone stupidamente e in modo arrogante sicure di Sé rivelarsi poi non tanto sicure quanto nei fatti impreparate. Non scambiamo la prepotenza per competenza, che talvolta serve a coprire insicurezze e vuoti di conoscenza! Tuttavia mi sento per quanto ti riguarda di escluderlo, semmai a te capiterebbe il contrario: mi dai l’impressione di essere molto competente nel tuo ambito e sufficientemente umile da non sventolarlo continuamente (una vera rarità amico mio). La tua ombra? E’ evidentemente tenera