Marina Abramović Attraversare i muri recensione
Recensioni in pillole

Biografie che ci attraversano: Marina Abramović

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Attraversare i muri è la biografia di Marina Abramović, una delle più importanti artiste della performance contemporanea.

Ho scoperto questo libro per caso. Qualche tempo fa mi sono trovata in una discussione sulla tipologia di letture cui io e l’interlocutore eravamo avvezzi. Personalmente non ho un genere preferito, ma alterno differenti generi narrativi con la saggistica, di cui mi nutro pressoché ininterrottamente da sempre.

C’è un tipo di racconto che ho sempre messo da parte: le biografie. Non c’è una vera ragione, , semplicemente è accaduto.

Il mio interlocutore, che invece ne era abbastanza ghiotto, mi disse che attraverso la vita degli altri si può rileggere la propria. Uno spunto che ha scavato dentro di me a lungo, producendo una scelta: acquistare la mia prima biografia.

Cominciare da Attraversare i muri, Marina Abramović, Bompiani – 2018, è sato un esordio felice nel genere biografico.

Marina Abramović, artista serba pioniera della performance art dagli anni Settanta, è tra le figure più radicali e influenti dell’arte contemporanea.

Qui vi racconto qualcosa di lei e di me, perché il mio amico aveva ragione: ogni biografia ci racconta qualcosa che parla anche alla nostra esistenza.

Di Marina Abramović avevo già scritto e riflettuto sul mio articolo dedicato al rapporto tra polpa, osso e la comicità e su come certi gesti abbiano la capacità di arrivare all’essenziale, senza bisogno delle parole.

Ma leggendo questo libro piacevolissimo, ho capito che c’è una forma di performance che non si limita a mostrare, ma a mettere in gioco tutto ciò che siamo, l’arte di parlare con il corpo.

Molti l’hanno conosciuta attraverso la caricatura di Virginia Raffaele. Ma quella semplificazione non restituisce la radicalità del suo lavoro.

Si perde il significato profondo della sua arte, ovvero l’utilizzo del corpo né come simbolo, né come metafora, ma piuttosto come luogo politico di relazione, rischio, testimonianza.

La mia lettura della sua biografia non mi ha rinviato la cronaca di un’estetica estrema, ma un esercizio di presenza radicale, di disciplina, di dolore reso visibile e condiviso.

Abramović non racconta per spiegarsi. Racconta per restare fedele a una pratica: stare dentro le cose fino in fondo, anche quando fanno male, anche quando non sono conciliabili con l’idea di successo, equilibrio o normalità.

In quella disciplina ho ritrovato qualcosa del mio modo di attraversare il dolore: senza anniversari consolatori, senza rituali rassicuranti.

Il corpo è il primo luogo di questa pratica. Non un mezzo, non un simbolo, non un linguaggio metaforico, ma la materia stessa dell’opera. Un corpo che resiste, che sanguina, che si stanca, che viene spinto oltre la soglia del tollerabile. Non per eroismo, ma per verità.

C’è una frase tra le tante che mi ha colpita nella biografia della Abramović. Può sembrare semplice, quasi spirituale. Invece è durissima:

Il corpo è la casa dove lo spirito vive. Questa casa deve essere pulita


Pulita non significa bella, né sana in senso edulcorato. Significa abitabile. Governata. Allenata.

È una visione che ha poco a che fare con l’idea contemporanea di spontaneità e molto con la disciplina che lei ha rispettato duramente in tutta la sua vita, persino nella relazione con il suo compagno. Un estremo dietro cui non c’è caos, ma rigore, controllo, preparazione quasi monastica.

Un rigore attraversa anche il modo in cui racconta se stessa. La scrittura della biografia è asciutta, diretta, priva di compiacimento. Non cerca empatia, non chiede assoluzioni, non costruisce un personaggio. È una scrittura che somiglia alle sue performance: toglie invece di aggiungere, lascia spazi di silenzio, non accompagna il lettore per mano. Il tipo di scrittura che prediligo.

Il rapporto con il compagno Ulay occupa una parte centrale del libro, ed è impossibile leggerlo come una semplice storia d’amore. È piuttosto un laboratorio radicale, un esperimento di fusione totale tra vita e arte. Amarsi è per lei come compiere un’opera, senza distinzione, senza zone protette. Creare insieme fino a non sapere più dove finisce l’uno e comincia l’altra.

Potrebbe apparire, ma non vi è romanticismo in questo racconto. C’è esposizione che richiede il pagamento di un prezzo altissimo, per aver trasformato una relazione in materia artistica.

Tutto è pubblico, e tutto è politico.

Quando il loro legame si spezza, nel modo che per una donna è il più doloroso possibile, il tradimento, lo fa pubblicamente, simbolicamente, fisicamente. Anche la fine della relazione diventa performance.

La vera posta in gioco della sua arte non è la sofferenza dell’artista: è la posizione di chi guarda. Abramović lo dice senza attenuanti:

Nel momento in cui lo spettatore entra nell’opera, smette di essere innocente

Questa frase non riguarda solo l’arte performativa. Riguarda il nostro modo di stare di fronte a ciò che è scomodo.

Guardare non è mai neutro e restare implica una responsabilità, così come andarsene. Anche accettare e trasformare il dolore diventa una responsabilità.

Il dolore è una porta. Se riesci ad attraversarla, dall’altra parte c’è qualcosa

Non è una promessa di redenzione, ma la possibilità di vedere diversamente ciò che ci ferisce. Il dolore che non nobilita, non salva, ma può aprire nuove strade se siamo capaci di non rimuoverlo, spettacolarizzarlo, negarlo.

È una vita la sua portata fino alle estreme conseguenze, senza mediazioni o compromessi narrativi. È questo che la rende così disturbante e nel contempo, così necessaria.

Marina Abramović non desidera essere un modello da imitare. Non vuole essere una figura rassicurante. Non offre soluzioni, ma domande. E una, più di tutte, mi resta addosso:

Se non hai paura, non stai andando abbastanza lontano

Dove finisce la tua zona di sicurezza? Chi l’ha disegnata? E cosa succederebbe se provassi a oltrepassarla, anche solo di un passo?

Ho molto amato questa mia prima lettura biografica e ringrazio quel mio interlocutore per aver insinuato nella mia testa il pensiero di scoprire questo nuovo genere entrato a far parte della mia routine di lettura.

Questo non è un libro che si chiude davvero, ed è difficile congedarsi da esso. Resta aperto, come fanno certe domande irrisolte.
Quanto di te sei disposta a mettere in gioco?
Quanto del tuo corpo, del tuo tempo, della tua paura?

Lavorare con il corpo o con le parole, la sfida è la stessa: eliminare la polpa di ciò che non conta per raggiungere l’osso della verità. Dire ciò che spesso sfugge alle parole.

Non solo una lezione di arte, ma di vita, di scrittura, di coraggio.


Se questo tipo di lettura ti interessa, puoi riceverla direttamente nella tua casella di posta.


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4 Commenti
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newwhitebear
5 mesi fa

Le biografie non mi hanno mai entusiasmato. Infatti ricordo di averne lette poche e quelle poche le ho scordate :D . Comunque è molto interessante questo pezzo dove tratteggi la vita di questa grande e prolifica artista prendendo lo spunto dalla biografia edita da Bompiani.
Vediamo come si comporta questa nuova piattaforma.

Giulia Mancini
Giulia Mancini
5 mesi fa

Ciao Elena, sto cercando di ricordare se abbia letto delle biografie di recente, forse il romanzo sui libri di Daria Bignardi che è in pratica una autobiografia dell’autrice attraverso i libri letti nel corso della vita. In passato ho letto delle biografie ma è passato parecchio tempo. Credo anch’io che una biografia possa essere di grande insegnamento, noi impariamo molto dalle esperienze degli altri, soprattutto quando decidiamo di approfondire e farle nostre in un certo senso. Mi piace molto il concetto del “corpo che è la casa dove lo spirito vive e quindi la casa deve essere pulita” e anche il senso della paura e sul fatto di provare ad attraversarla, è qualcosa che sto sentendo molto vista la precarietà dei tempi.

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