Il mondo con i miei occhi

Viaggio in Francia alla ricerca delle mie radici

Sono molte le strade che dobbiamo percorrere per elaborare un lutto. Ritrovare equilibrio, riprendersi la vita, prendere atto di ciò che è successo e fare pace con i propri mostri.

Tutte cose che richiedono tempi che spesso non possiamo predeterminare.

Mi prendo i miei, senza fretta. E provo a dare senso a cose che per molto tempo non ne hanno avuto.

Come questo viaggio in Francia alla ricerca delle mie radici. In parte sconosciute e in parte dimenticate, radici che si incrociano con la storia della mia famiglia o, almeno, di una parte di essa. Quella di mia madre.

Storie di immigrazione, povertà e resilienza che mi hanno condotta fino a Mormoiron, provincia di Vaucluse, dove vive la cugina di mia madre. Una instancabile collettrice di storie di legami indissolubili che parlano di uomini e donne a me familiari ma anche (fino ad ora) sconosciuti.

Storie che fanno bene. Un viaggio in Francia deciso una sera triste, a cena con il mio compagno, che mi ha accompagnata.

Una parte di questo viaggio ho voglia di raccontarvela.

Viaggio in Francia alla ricerca delle mie radici

Uscire da Torino, mettere distanza, scoprire altri luoghi: ne avevo proprio bisogno.

Questo viaggio è nato da un’esigenza: ritrovare le mie radici e tornare nella terra in cui è emigrata una parte della famiglia di mia madre, che da Cison di Val Marino si è spostata dapprima a Torino e poi verso le terre della Provenza per cercare una risposta alla miseria e inventarsi un futuro.

Erano i primi anni del dopoguerra. Attilio, fratello di mio nonno Vittorio morto giovane lasciando mia nonna nella disperazione della fame, con due figlie ancora piccole, aveva trovato in quella Francia terra di emigrati italiani un po’ di terra da lavorare e tanta fatica da spendere per farla fruttare.

Una terra che ha dato da mangiare a due generazioni e in cui vive la cugina di mia madre, Marie Noelle, con cui ho passato tutto il fine settimana.

Era stata a Torino l’anno scorso, poco prima che mamma uscisse dalla RSA e in seguito si ammalasse. Siamo state bene noi tre, soprattutto mamma, che adorava ascoltare il lungo elenco di fatti e misfatti di lei piccina, comprese cose che fino a quel momento ignoravo. Hanno completato il dato di conoscenza di una donna, mia madre, che si è sempre svelata poco.

Viaggio alla ricerca delle mie radici: una bella scoperta

Questo viaggio in Francia alla ricerca delle mie radici è stato una bella scoperta.

Ci abbiamo messo più di cinque ore in auto, passando per il Monginevro e scendendo verso Briançon per raggiungere paesi dai nomi evocativi: Gap, Sisteron e il mitico Séderon.

Ricordo quando a bordo della nostra utilitaria, una Fiat 127 – ve la ricordate? – nel nostro primo viaggio leggevamo quei nomi sui cartelli stradali e scoppiavamo a ridere, ogni volta, ripetendoli all’infinito.

Come se fossero scolpiti nella memoria, viaggiando mi pareva di riconoscere la strada e le indicazioni come se le avessi fatte poco tempo prima.

Invece, sono passati quasi trent’anni.

Strade che in quella regione sono quasi deserte, pulite e ordinate con segni ben visibili di una manutenzione ordinaria che le segna con lunghi tratti neri da farle sembrare piene di cerotti, allo scopo di riempire ogni inizio di crcepa per evitare, immagino, le infiltrazioni.

Proprio come le nostre strade di campagna, dove schivare le buche diventa una scommessa da vincere.

Viaggio in Francia (alla ricerca delle mie radici)
Il lago di Serre-Ponçon

Il paesaggio della Vaucluse è meraviglioso: distese di campi di lavanda pronta a sbocciare (che peccato, tra un mese avrei goduto di un profumo e di una vista spettacolare!), laghi, come quello di Serre-Ponçon, la terza grande riserva di acqua artificiale d’Europa, cui mancano almeno sette metri di acqua in altezza (l’immagine, pur spettacolare, rende bene l’idea dell’emergenza che pare non interessi nessuno).

E poi vigneti, uva da tavola e da vino, bianco per lo più, come usa qui, ma anche rosso o rosé. Chic, come la Francia vuole.

C’è stato un tempo, a Mormoiron

La prima volta nel Vauclouse fu circa trent’anni fa, non ricordo. Ci andammo in quattro, io, mio padre, mia madre e mia sorella. Doveva essere estate perché ricordo le scorpacciate di ciliegie, con me appesa a un albero e la bocca piena, come al solito a quei tempi.

Ho ricordi molto vividi di quei giorni e delle immense piantagioni di ciliegi oggi trasformate in vitigni, così bassi da poter raccogliere i frutti con le mani di un bambino, tenuti a misura per le macchine con le quali laggiù ormai da tempo si procede alla vendemmia.

Ricordo anche il vecchio rudere ancora esistente, un tempo adattato a pollaio e conigliera, dove lo zio Attilio nascondeva un pinton de vin cui accedere indisturbato durante le lunghe giornate in campagna o dove la zia Carmela allevava i suoi conigli. Rapporti diversi con gli animali, come mi accorsi l’ultimo giorno di vacanza, quando la zia per farmi piacere mi cucinò il coniglio preferito, quello con cui giocavo ogni giorno. Vi lascio immaginare l’effetto che produsse in me. Posso ancora ricordare il piatto di portata in cui lo servì.

Dal tempo della vecchia casa di campagna nei dintorni di Mormoiron, oggi ceduta ad altri, posso dire che tutto è cambiato eppure qualcosa è rimasta la stessa: ho voluto andare su in collina a salutarla e ho trovato, nonostante le ristrutturazioni, ancora intatta la finestra della stanza da dove io e mia sorella guardavamo l’albero in fiore che salutava ogni nostro risveglio, o la cantina dove conservavano i cibi perché altro modo non c’era, ma si era felici lo stesso.

Oppure le scale ripide che conducevano alla stanza di mia zia, devota e anche un po’ sopra le righe per così dire, che tentava di farmi passare la tosse con improbabili rituali magici in un francese misto veneto di cui capivo solo la frase in cui allontanava Satan dal mio corpo.

Inutile dirvi che la tosse è rimasta così com’era, fortissima, anche se nei giorni successivi al rituale cercavo di nascondermi quando mi attanagliava, per non darle un inutile dispiacere. C’è voluto altro che quello per farmi smettere di fumare.

Coltivare la memoria di un viaggio con le immagini

Chi mi ha permesso di ritrovare cose mai dimenticate e vecchi ricordi è Marie Noelle, mia cugina bis, cugina prima di mia madre. Ha due figli grandi, partiti per altri lidi a seguire la loro strada, vizio di famiglia e tanta voglia di ricordare. La sua casa è così allegra e creativa che vi ho ritrovato subito i tratti artistici caratteristici di mia madre.

Lei a differenza di mia madre ha coltivato con dedizione la memoria: conosce tutto l’albero genealogico della nostra famiglia e ne conserva i segni, raccolti in un album ordinatissimo di fotografie vecchie più di me in cui scorrono i nostri volti.

Tra questi ritrovo una madre giovane e bellissima, e penso che Paola ha passato tutta la vita a pensarsi brutta e a non vedere invece quanto fosse bella e quanto fossero vivaci e pieni di cose da dire i suoi occhi bruni, piccoli ma ficcanti.

Mia madre

Sono gesti, quelli di conservare la memoria, che Marie Noelle evidentemente compie da tempo. Inn ciascuno ho ritrovato l’amore per la nostra storia. Mi sono resa conto che a volte perdiamo le nostre radici anche perché perdiamo le immagini che ce le ricordano. In bianco e nero, ingiallite, con gli angoli sbeccati. Perfette nella descrizione di chi eravamo.

Qualcosa che il digitale ci ha fatto perdere, temo per sempre.


E voi care Volpi, come coltivate la memoria e come innaffiate le vostre radici?

22 Comments

  • Paolo Perlini

    mah…solo ultimamente mi sono affacciato ai libri che riguardano l’autobiografia. A dire il vero sì, in seguito a qualche lutto particolarmente vicino ho letto qualche testo inerente al tema, ma in genere cerco di trovare conforto e ispirazione dai testi di narrativa in generale

        • Elena

          Beh qualche effetto collaterale ce l’ha… Tipo tendinite al polso e occhi stanchi
          Per prima volta l’ultimo libro l’ho scritto su taccuini. Poi però ho dovuto ricopiare tutto una noia mortale

          • Paolo Perlini

            io ho provato a dettare su un app ma va bene solo er cose brevi, per tenere traccia di qualcosa ce si vuole scrivere. In fondo, per me scrivere (ma ormai, soprattutto digitare) è un piacere anche fisico

  • Giulia Lu Mancini

    Pensa che ho fatto anch’io un viaggio in Francia attraversando il passo del Monginevro con la moto, mi hai fatto ripensare a quel viaggio di parecchi anni fa. Credo sia importante ritrovare le proprie radici, credo sia un’esigenza che si sente soprattutto dopo un lutto, è un po’ come riallacciare i fili della propria vita. É molto bello che tu abbia ritrovato la cugina di tua madre che ha potuto raccontare e recuperare pezzi di storia della tua famiglia e quindi anche una parte di te.

    • Elena

      Il Monginevro poi ha un significato per me importante rappresenta la mia libertà, le mie prime sciate da sola, la neve, le prime esperienze all’estero (che emozione!) e i primi amori non dichiarati. Valicarlo con il mio compagno è stato strano. Resto molto legata a quel luogo. Forse anche questo ha fatto del viaggio un’esperienza indimenticabile. In moto o in auto l’iportante sono le imagini che conserviamo dentro di noi, anche quelle che non sono stampate se non nella nostra memoria. Come il volto di mia madre che @Luz ha molto apprezzato e che anche io celebro.

  • Brunilde

    Hai fatto un bellissimo viaggio, nei luoghi e nella memoria. Io credo che noi siamo anche il risultato di tutte le storie di chi ci ha preceduto, e quindi ritrovare qualcuno di loro significa ritrovare una parte di sè. Anche la mia mamma, mancata quando io ero ragazzina, aveva una cugina che le era molto cara. Questa persona due giorni fa ha compiuto ottantanove anni, e nel suo sguardo, in un certo modo di parlare e di sorridere ritrovo la mia mamma e i racconti del loro passato. Forse non è un caso che sua figlia, di poco più giovane di me, porti il mio stesso nome, e che suo figlio viva da quarant’anni in Africa ( la mia fascinazione per l’Africa dev’essere genetica). Quando ci ritroviamo tutti insieme, di solito a Natale, si respira un’atmosfera di allegria e di pace. In quei momenti mi sento a casa, so chi sono e da dove vengo. E spero che anche i nostri figli in futuro si tengano in contatto, sarebbe una grande ricchezza.

    • Elena

      Questo raccolto è un balsamo capace di curare ferite profonde che a volte nelle famiglie accadono. Quando ci siamo salutate ci siamo dette che ci vogliamo bene. E’ una cosa semplice ma importante. Ci lega, ci definisce, mi fa sentire meno sola mentre devo discutere ogni giorno con una sorella che sembra distante molto più di lei..

  • Luz

    La bellezza di tua madre in quella foto… la sua dolcezza, tutto quello che c’è nello sguardo. Che meraviglia, Elena.
    Mi piace questo “progetto” di ritrovo delle tue origini. Quel qualcosa che si sente il bisogno di fare a un certo punto della vita, in particolare per te adesso, dopo la scomparsa di tua madre. Io sentii questa esigenza dopo la scomparsa di mio padre, nel 2011, il desiderio di tornare in Sicilia nel suo paesino, sulle tracce del suo passato allo stesso tempo parte del mio. Poi non feci quel viaggio, ma prima o poi voglio assolutamente farlo.

    • Elena

      La cosa mi suona strana ora rileggendola. Sono sempre stata più legata a mio padre che a mia madre, lo ammetto, eppure alla sua morte non ho sentito alcun bisogno di cercare quelle radici. Forse erano già ben strutturate dentro di me? Possibile, sono assolutamente e ancora in totale simbiosi/sintonia con mio padre. Per mia madre è stato differente. Con lei è stato tutto più difficile, forse è questa la ragione di voler rattoppare qualcosa, come il bisogno di completare un puzzle davvero molto complicato. Succede. No?

  • Grazia Gironella

    Le mie radici sono talmente disperse che non saprei cercarle nemmeno se lo volessi (“se” perché, come sai, mi sento pochissimo legata al passato). Sono sicura che tu hai assecondato un desiderio forte e importante. Sono desideri da non scartare mai.

    • Elena

      Ciao Grazia, ci siamo scambiate alcune esperienze e dunque “so”. Penso che quando siamo in sintonia con noi stesse, qualunque sia il sentimento o l’emozione che ci sospinge, siamo sulla strada giusta. Ma attenta: sono abbastanza convinta che ci sia sempre un momento in cui le radici tornano ad avvilupparci. Anche se immagino che leggendomi tu stia storcendo il naso… 😀

  • Paolo Perlini

    I libri di Duccio Demetrio danno molte indicazioni su come coltivare i propri ricordi, l’album di famiglia. Spesso bisogna indagare a fondo e talvolta si scoprono cose che era meglio non sapere 🙂
    Il digitale da una parte agevola, dall’altra diventa molto dispersivo. DI sicuro toglie un po’ di poesia e per dirla tutta, io nemmeno riguardo le foto degli anni passati. NOn ho voglia di farmi assalire dalla malinconia

    • Elena

      Buona sera Paolo, benvenuto nel blog! Anche io non consulto mai le foto, né stampate né digitali . Ma credimi, questa volta mi hanno fatto bene. Forse a volte servono… Non conoscevo i libri di Duccio Demetrio, ho sbirciato un po’ in rete e ho visto che ci sono titoli davvero molto interessanti, grazie per la segnalazione! Ora non è il momento, forse è troppo presto, ma di solito mi avvalgo di testi di auto aiuto per affrontare questioni che giudico rilevanti. Anche per te è lo stesso?

  • newwhitebear

    A dire il vero ho perso un po’ la cognizione delle mie radici. Ho viaggiato troppo, mi sono spostato troppo. E poi i parenti sono rimasti sempre troppo defilati per poter coltivare un qualcosa che ci possa unire. Poi altro aspetto molti se ne sono andati, ovvero non ci sono più. Quindi i ricordi sono sbiaditi, quasi evanescenti.
    Però quello che hai descritto ha suscitato un po’ di nostalgia perché in effetti sarebbe bello poter ricordare i tempi passati. Però di tutti i cugini, non molti ne sono rimasti solo due in vita e dei loro figli quattro. Quello che mi rammarica di più sarà che nostra figlia in pratica non avrà nessuno quando noi non ci saremo più.

    • Elena

      Non ti biasimo caro Gian, anche io non avevo e forse nemmeno ora ho ricostruito appieno le mie radici. Mancano all’appello interi pezzi di famiglia, non solo dalla parte di mia madre. Forse, per le ragioni che dici tu, non è possibile ritrovarle tutte. Siamo distanti, non sempre in buoni rapporti. Devo dirti che senza aspettarmi nulla da questo viaggio ho recuperato un pezzo della mia storia. Penso davvero che tutto ciò che ci ha preceduti, in termini di esperienze o persone incontrate, anche se non le abbiamo fatte/viste in prima persona o non eravamo ancora nate, in fondo ci definisce. E ci fa scoprire anche quei lati del nostro Karma che abbiamo superato, cambiato o da cui abbiamo serenamente preso le distanze. Molto liberatorio, sai? Quanto a tua figlia, capisco la tua preoccupazione. Ora che sono praticamente sola, con il mio compagno e una sorella con cui non abbiamo mai avuto davvero rapporti, sento anche il il peso di essere “L’ultima”. Però si può reggere se si hanno spalle forti e un cuore sereno. Grazie per la tua condivisione, un abbraccio

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