Speaker's Corner

C’è un altro gioco da inventare

Finalmente il 25 aprile 2022 ci siamo ripresi gli spazi pubblici che la Festa della Liberazione merita, dopo le costrizioni della pandemia.

Siamo tornati e tornate in piazza a Torino per la tradizionale fiaccolata della sera del 24 aprile e, notizia assai incoraggiante, eravamo tante e tanti, ne avevamo bisogno.

Per anni ho celebrato la Resistenza pensando al passato. Ogni 25 aprile è fatto di ricordi, di lotta e di attualizzazione degli insegnamenti del passato.

Non c’è presente senza memoria e la Liberazione è il momento collettivo in cui ricordiamo perché non accada più e festeggiamo il giorno in cui siamo diventate tutte e tutti liberi dal nazifascismo, finalmente. Liberi di pensare e agire secondo le nostre più intime aspirazioni.

Ma è anche il giorno in cui rinnoviamo l’impegno a essere vigilanti, a operare secondo quei valori fondanti la nostra Repubblica nel nostro presente.

Il momento in cui sappiamo che c’è un altro gioco da inventare.

C’è un altro gioco da inventare

Questo 25 aprile è stato per me un momento in cui i valori che ha sempre rappresentato si sono confrontati con la brutalità dell’attualità. La guerra all’Ucraina richiede nelle valutazioni un equilibrio che sento il bisogno di affermare, specie quando si parla di sofferenze sulla pelle di altri.

Essere partigiani significa essere di parte, parteggiare.

Personalmente sono sempre stata una donna di parte, credo lo sarò sempre. Respingo le equidistanze, rifiuto i sillogismi utili a blandire le diverse sponde di pensieri distanti che fanno fatica a comporsi, pur di tenere più porte aperte o di rifiutarsi di fare i conti con il nostro passato e con noi stessi.

Per una sorta di attitudine naturale alla sintesi, tema su cui mi concentrerò la prossima settimana, penso che urgente è vedere le cose dal punto di vista delle condizioni materiali delle persone. Molti civili di entrambe le parti stanno morendo, sotto le bombe o a causa della guerra economica, una forma differente di strategia bellica. Questo abominio va fermato, subito, fermando il conflitto, interrompendo le aggressioni, salvando vite umane.

Penso che serva di più che affermare a ogni costo un’idea sull’altra, anche se lo scopo è positivo.

E le condizioni materiali degli ucraini sono inconcepibili, inaccettabili. L’invasione dev’essere fermata.

Dobbiamo fare ciò di cui non si parla più: affermare i valori della pace rinunciando alla guerra.

Questo valore è il cuore della nostra democrazia, questo credo il messaggio che i padri costituenti hanno inviato fino a noi attraverso la Costituzione.

Il dramma è che in questo momento nessuno sta davvero lavorando per affermarli, nemmeno le istituzioni che abbiamo creato a questo scopo dopo la Seconda Guerra, come l’ONU.

Il mio 25 aprile di denuncia e di lotta sta in questo richiamo all’urgenza di fare ogni cosa possibile per fermare il conflitto, non per alimentarlo, di inviare ogni sorta di protezione per separare i contendenti e costruire le condizioni per il dialogo per la pace. Usare la diplomazia per quel che è, il mezzo principale per la risoluzione dei conflitti.

Questo ruolo va agito dall’Europa, coacervo di nazioni che ha garantito la pace per decenni e che ha ben incardinati nel proprio DNA i valori della pace e della democrazia. Un’Europa che non può che agire fino in fondo il compito che gli ha assegnato la Storia: essere altro dai due schieramenti che attraverso questa guerra si stanno confrontando.

A questa Europa mi appello.

Oggi più che mai un’Europa politica autonoma fondata sulla positiva convivenza dei popoli.

Un unicum che né una parte né l’altra delle forze in campo sono in grado al momento di garantire.

Il sogno dell’Europa oggi si fa più grande e il mio 25 aprile diventa la forza di coltivare un sogno.

C'è un altro gioco da inventare
Papavero davanti a casa

Il 25 aprile con i bambini per coltivare la speranza

Lunedì 25 aprile abbiamo partecipato alle celebrazioni presso il nostro paesello nel biellese. Senza inviti ufficiali né impegni di alcun tipo, mi sono goduta un’immersione nella quotidianità per recepire esperienze, attitudini, pensieri distinti.

La piccola comunità del paese si è raccolta intorno al suo Sindaco, all’ANPI e agli Alpini per celebrare un 25 aprile di resistenza a tutto ciò che ci sta colpendo.

La manifestazione era più raccolta di quella della sera prima, nella bella Piazza Castello a Torino, dove dal palco l’indefesso Bruno Segre ha recitato la sua ennesima orazione ufficiale con la consueta forza e autorevolezza.

Spiccava una novità particolarmente apprezzata; un gruppo di bambini della scuola elementare guidato dalla maestra con partecipazione ed emozione, quella tipica di chi sa di essere grande tra grandi per una volta tanto, ha letto e recitato poesie sul tema della pace.

Una scelta, immagino compiuta dalla loro maestra, che ho profondamente condiviso e che mi ha commosso. Sia per la bellezza delle parole che per l’emozione di quelle bimbe e quei bimbi tra cui anche una ragazzina brasiliana appena arrivata che con questa occasione è stata presentata “ufficialmente” alla piccola comunità.

C’è stata una tra tutte le poesie che mi ha colpito più delle altre e che ho deciso di riportare qui. Non solo per la bellezza dei versi, ma per la partecipazione e l’intenzione del piccolo partigiano che li ha declamati.

“C’è speranza” – ho pensato.

Giudicate voi.

I bambini giocano

I bambini giocano alla guerra.
E’ raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
E’ la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

Bertolt Brecht

C’è un altro gioco da inventare. Facciamolo insieme.

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newwhitebear
newwhitebear
2 anni fa

hai ragione: la pace la vogliono a parole ma in realtà interessa a pochi

Luz
2 anni fa

Sono pessimista a riguardo. Non solo il conflitto sta protraendosi troppo, ma a quanto pare, anche se Zelenski volesse patteggiare con Putin una cessione di Donbass e Crimea, a quanto pare la Nato non lo permetterebbe. In definitiva l’alleanza atlantica fa e disfa. E per meglio dire gli Usa fanno e disfano come sempre è stato. Credono di essere i padroni del mondo, sono preda del solito delirio di onnipotenza.

newwhitebear
newwhitebear
2 anni fa

essere di parte non significa rinunciare alla pace e usare la guerra cpme arma contro chi non sta dalla nostro parte.
La pace è una condizione e non uno slogan. La pace non significa rinunciare a difendersi ma è lo strumento che permette di vivere in una società governata dal basso, dove i popoli, le persone si rispettono a vicenda.
Berthold Brecht… un grande e questa poesia lo dimostra.

Giulia Lu Mancini
2 anni fa

Credo che mai come quest’anno il 25 aprile sia stato importante festeggiarlo, proprio perché c’è la guerra nel cuore dell’Europa. Poteva sembrare un anniversario un po’ retrò, di un tempo ormai lontano, invece il passato può sempre tornare, è questo che non bisogna mai dimenticare e non bisogna mai abbassare la guardia. Una mattina del 24 febbraio 2022 mi sono svegliato e ho trovato l’invasore, oggi la canzone Bella ciao è attuale più che mai. Essere partigiani, vuol dire essere di parte, quindi scegliere da che parte stare, io voglio stare dalla parte della pace. Una pace che é difficile realizzare senza combattere per “difendersi dalla guerra”

franco gabotti
franco gabotti
2 anni fa

Ciao Elena, la descrizione appassionata del tuo 25 Aprile contiene tutto ciò che mi fa dire con ingenuità: ma perché i bambini, crescendo, smettono di giocare e perdono il loro potenziale visionario per assumere quel pragmatismo che li porta poi a tutte le sfumature conflittuali?
E’ colpa dell’educazione, non quella istituzionale (un po’ anche) ma quella strisciante che li vuole adulti consumatori, competitivi, egoisti? E’ colpa del clima sociale?
La scienza ci risponderà che gli ormoni giocano il loro ruolo, che tutto è finalizzato alla protezione della prole, che gli uomini (credo molto meno le donne) sviluppano il desiderio mai appagato di possesso, facendo scattare meccanismi atavici di retaggi bestiali.
Non tutti, perché alcuni si salvano: tra essi molti poeti, musicisti, artisti e intellettuali in genere.
L’arte non esiste, disse Marcel Duchamp, ma serve, come serve la religione (che quasi sempre fa anche danni), serve perseguire una propria spiritualità, in sintesi serve cercare la bellezza in tutto ciò che si fa.
La riflessione si associa con quanto scrivevo nel mio commento al post precedente, a proposito di Marx e Beuys e potrebbe costituire l’argomento del mio primo impegno di saggistica: la fusione complementare tra la filosofia economica di Marx e la spiritualità di Beuys, la visione concettuale della società come un’unica scultura universale. Provo a dire ancora con sintesi brutale e ingenuità infantile, quella di Beuys: se ognuno vivesse la propria normale quotidianità da artista, se si sentisse organico dentro una scultura ci metterebbe tutto l’impegno per farla bella. E aggiungo: per farla bella non potrebbe più costruire armi.

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