Sono nella fase prima della pubblicazione in cui arriva la bozza impaginata dall’editore e tu devi dare l’ultima occhiata. Faccio con calma, dobbiamo uscire in autunno e la scrittura non ha avuto bisogno di aggiustamenti seri, il che mi rende orgogliosissima.
Scrivere un libro è come costruire una casa da zero, ma solo nella sua fase iniziale. Lo so bene, perché le mie fasi durano molto a lungo, il tempo che ho, lo sapete bene, è poco.
Poi però accade che il tipo di lavoro cambia ed è come tornare fare ordine in una soffitta dopo vent’anni. Apri una scatola per sistemarla e trovi qualcosa che ti costringe a fermarti: un appunto dimenticato, un ricordo, una vecchia fotografia.
Nel tempo di costruzione del mio saggio è successo questo. E mi sono resa conto che stavo rispondendo da più punti di vista a una domanda: perché è così difficile cambiare?
Perché è così difficile cambiare?
Stavamo uscendo dal Covid quando ho scritto Il cambiamento è un ponte verso l’infinito. Scopro rileggendolo una solida coerenza con quello che sto proponendovi oggi. Quel ponte infinito lo sto ancora percorrendo, e questo mi fa sentire in piena armonia con me stessa.
Riapro vecchi quaderni, relazioni, interventi, documenti accumulati in anni di lavoro. Cerco un’idea e ne trovo un’altra. Cerco una risposta e mi ritrovo con una domanda.
Questa è stata la genesi del mio libro. Un accumulo di materiali, riflessioni e appunti che nel tempo ha assunto dimensioni quasi sproporzionate. Eppure, a un certo punto, il lavoro della scrittura non è più aggiungere. È togliere. Cercare il filo. Capire che cosa è essenziale e che cosa può restare fuori.
Del resto, anche il cambiamento assomiglia spesso a questo.
Parlare di cambiamento significa guardare in faccia le difficoltà che viviamo, ogni giorno. Le resistenze, i conflitti, la fatica di modificare abitudini consolidate, la tendenza a ripetere schemi che sappiamo non funzionare più. Sono tutte questioni che riguardano la nostra vita personale ma anche quella delle organizzazione, dei luoghi in cui prestiamo la nostra opera professionale, il nostro lavoro.
I due livelli si intrecciano, è impossibile scindere il percorso di cambiamento di cui siamo individualmente responsabili e quello che è in corso o che occorre attivare nei luoghi in cui lavoriamo.
La trappola del cambiamento
Lavorando alla sintesi del mio progetto, una volta riletto l’intero tomo, ho sollevato lo sguardo e sono rimasta qualche minuto a fissare lo schermo. Poi mi è venuto da sorridere.
Perché in tutto quel tempo intorno a me erano cambiate molte cose: il quadro politico-sociale, qualche amicizia, il clima, alcuni aspetti e ruoli nel mio lavoro. Il tutto a pensarci a una velocità impressionante. Perfino il linguaggio che avevo utilizzato all’inizio della stesura era cambiato.
Eppure, stavo ancora confrontandomi con gli stessi problemi. La società stava ancora confrontandosi con gli stessi problemi, perché nonostante le dichiarazioni di cambiamento, spifferate a destra e a manca, alla fine è davvero difficile cambiare e quello che serve davvero, è cercare una strada perché il cambiamento si avvii davvero, al di là delle dichiarazioni.
Perché il cambiamento non avviene? Ciascuno di noi ha la propria risposta. La più semplice è forse la meno utile: perché le persone resistono, nonostante cambino continuamente città, lavoro, compagni di vita.
Forse l’attrito nasce qui: cambiamo spesso perché siamo costretti a farlo. Quando invece troviamo un equilibrio, anche imperfetto, tendiamo a difenderlo. A volte persino quando abbiamo capito che non ci fa più bene.
Ciò che ci ha reso forti ieri può impedirci di esserlo domani
Le persone e le organizzazioni resistono al cambiamento perché custodiscono una memoria, ed è una cosa bellissima. proteggono le loro storie comuni, i valori condivisi, le esperienze che hanno costruito le loro esistenze.
Il punto è che ciò che ci ha reso forti ieri può impedirci di esserlo oggi se non vediamo come saremo domani.
Mi capita di conservare oggetti che mi ricordano viaggi indimenticabili. Restano lì per anni a prendere polvere. Poi un giorno li osservo e mi accorgo che non stanno più raccontando chi sono stata. Stanno raccontando chi ero. E allora capisco che non sto difendendo un ricordo, sto difendendo l’oggetto che lo rappresenta.
Anche le organizzazioni fanno qualcosa di simile. Difendono procedure, linguaggi, rituali e modelli nati per risolvere problemi che non esistono più. Non perché siano stupide o manchino di intelligenza. Ma perché separarsi da ciò che ci ha accompagnato per anni è difficile, anche quando sappiamo che non funziona più.
Il cambiamento non è mai soltanto una questione organizzativa. È una questione profondamente umana. Ecco perché le due dimensioni, individuale e collettiva, sono inscindibili.
Per questo vale la pena di scriverne e di parlarne.
Il rischio non è cambiare troppo, ma restare fermi mentre il ghiaccio sotto i nostri piedi continua lentamente a sciogliersi.
Vi è mai capitato di vedere un’organizzazione continuare a fare le stesse cose, pur sapendo che non funzionavano più?
Succede anche nelle vostre vicende personali?




Il cambiamento nelle organizzazioni viene “venduto” spesso come qualcosa di positivo, ma non è detto che sia davvero così, per esempio nella mia azienda hanno ampliato dei settori inglobando più uffici. L’obiettivo era avere un’organizzazione più efficiente sfruttando le economie di scala, ottimizzando i costi. Tutto molto bello detto così, ma nei fatti mi sono ritrovata a gestire un settore che prima era formato da tre e dopo era formato da cinque uffici (non sono i numeri veri ma un esempio molto concreto di quello che è accaduto).
Quindi, a parità di stipendio, negli ultimi tre anni il mio lavoro è triplicato perché gestire tre uffici è un conto, gestirne cinque con relative attività e magari anche meno risorse umane é un altro. In pratica si risparmia sul personale.
In passato però ho visto anche cambiamenti positivi, quando sono state introdotte delle tecnologie che hanno semplificato il lavoro, sia pure con un passaggio faticoso ma inevitabile. Insomma esistono cambiamenti con lo scopo concreto di migliorare certe dinamiche e quindi positivi, altri invece hanno obiettivi diversi.
Per quanto riguarda i cambiamenti della mia vita personale, ci sono stati anche quelli, alcuni molto profondi. Quando ci sono lutti o grandi dolori o sconvolgimenti emotivi si ridimensiona un po’ tutto, si diventa più concreti o più disincantati. Io ho imparato a dare il giusto peso alle cose, ma credo che avvenga un po’ per tutti, con il tempo.
Si, come hai raccontato tu, @Giulia, il cambiamento non è per sua natura positivo, ma qui torna un punto su cui ho riflettuto molto (e ho scritto anche nel saggio che spero leggerai): il punto è come stiamo dentro il cambiamento. Anche quando tutto sembra scontato o irreversibile, spesso, almeno nella mia esperienza , non lo è. L’esempio dei 5 uffici rispetto ai 3, questione di cui chi ti segue sul blog conosce qualche sfumatura in più, è calzante da questo punto di vista, ma anche esemplificativo di un cambiamento subito, non concordato, non condiviso. nel lavoro spesso accade, nella vita se si tratta di lutti, anche. Ma quanti spazi abbiamo in cui questo può essere capovolto? Sul cambiamento tecnologico certo che ha modificato in meglio le cose che facciamo, spesso velocizzandole. ma di questi miglioramenti, quanti davvero sono ricaduti fruttuosamente su chi li ha vissuti, cioè chi lavoro. Questo è un grande tema, la tecnologia alleata o meno del lavoro, sarebbe bello discuterne dai nostri diversi punti di vista
Il cambiamento è un concetto abbastanza particolare. Quando lo subiamo, adattarsi è una fatica immane, quando lo cerchiamo non fatichiamo di meno ma almeno c’è una leva, una spinta. Io di cambiamenti ne ho in parte subiti e in parte cercati. Intanto tutti gli “emigranti” hanno vissuto un cambiamento enorme, e io che mi sono spostata a 26 anni dal sud al centro ne so qualcosa. Poi c’è un cambiamento ulteriore, quello di cui neanche ti accorgi. O meglio te ne accorgi osservando persone e luoghi che invece sono rimasti fermi, indietro. Io di natura sono “progressista”, quindi il cambiamento per me è proprio una necessità. In questo periodo della mia vita, dopo tanti anni nelle medie e da 11 in una scuola dove ho consolidato la mia posizione, desidero cambiare, andare alle superiori, ben sapendo che ci sono costi e rischi non da poco a lasciare quello in cui ci si è proprio “realizzati”.
Dal sud da cui provengo il cambiamento è praticamente impensabile. Il noto “si è fatto sempre così” è una sorte di principio irrefutabile. Uno dei motivi per cui ne sono letteralmente scappata.
C’è un terzo modo di affrontare il cambiamento, stare nel suo flusso. Non spingere, non subire, ma stare in quello che ci accade. Questo per me è stato un vero punto di svolta, quando ho capito che mentre ero occupata a far accadere le cose, altre semplicemente accadevano senza che io me ne accorgessi. Certo poi occorre avere strumenti per stare in piedi nella corrente, ma persone come te, che hanno scelto di andare via dal sud, dalla propria terra, e che oggi si stanno interrogando se fare un’ulteriore scelta di avanzamento e di spostamento, mettendosi in gioco, questi strumenti li possiedono già, senza magari rendersene perfettamente conto. Quel stare nella corrente ha senso quando guardiamo a chi sceglie traiettorie ben più difficili e rischiose, come i migranti sulle navi o sui Balcani, che si mettono semplicemente in viaggio, sopportando e gestendo al meglio quello che capita. Osservandoli ho imparato molto. Non so se questo cambiamento che ti riguarda partirà già dal prossimo anno scolastico, ma penso che sarà un successo. Considero quella fascia di età la più critica, che ci siano donne come te che si mettono a disposizione è davvero un grande sollievo, cara @Luz
Nessuno, a parer mio, cambia davvero nel profondo, se non quando è molto giovane per cui si sta ancora formando, e lì parlerei piuttosto di evoluzione. Allo stesso tempo però, quasi contraddicendomi, due volte nella mia vita ho avvertito un cambiamento, di cui ho anche parlato nel blog. Dopo la morte di mio padre per cui ho detto di non essere più la stessa e ne sono tutt’ora convinta, e quando mio marito ha perso ingiustamente il lavoro, e scrissi “le cose cambiano, e cambiamo anche noi” fu un adattarsi a uno tsunami imprevedibile.
Basta vedere la burocrazia italiana al motto di finte semplificazioni che rimane un macigno invalidante per cui anche la digitalizzazione non ha apportato benefici, anzi, ha peggiorato le cose.
In realtà penso che siano vere entrambe le affermazioni: c’è un percorso evolutivo (concordo molto sull’uso di questo termine) e ci sono cambiamenti che ne sono i prodromi. Prova ne sia che nonostante ci sia un filo di crescita personale che seguiamo, più o meno consapevolmente, ciascuno di noi poi si trova in condizioni impreviste dove cambiare è sopravvivere. Non apparteniamo a una cultura che valorizza l’instabilità, il dinamismo, anzi: per anni ci hanno convinte che il posto fisso fosse l’obiettivo finale, una famiglia consolidata per tutta la vita e così via. Cose che non hanno molto a che fare con l’evoluzione delle cose e che se ci rimani incastrata non ti è d’aiuto vivere, dato che la vita è un continuo e quotidiano cambiamento delle proprie condizioni. Il punto a mio avviso è se accettiamo, per molte ragioni, di subirli e talvolta di esserne travolti, o se cominciamo a cavalcarli questi cambiamenti, cercando lì dentro qualcosa che non risuonava in noi e che forse può esserci utile per uscirne davvero rinnovate. La morte di un nostro caro è senza dubbio una di queste chiavi di volta. il compito è farci qualcosa di tutto quel dolore (le cose cambiano e cambiamo anche noi mi fa immediatamente venire in mente Vasco)
Spesso si parla di cambiamento per lasciare tutto inalterato. I cambiamenti sono salti nel buio, nell’ignoto e si sa che buio e ignoto atterriscono da sempre l’uomo e fatica ad accettare il nuovo. Basta rileggere la storia per trovare questo.
Si, l’antico adagio del Gattopardo è proprio italiano. Però: cambiare non è sempre un salto nel buio. Quando decidiamo una nuova strada, nel modo di lavorare o di comportarci ad esempio, analizziamo bene come procedere, non approssimiamo e dunque possiamo conoscere, anche se non del tutto, lo scenario in cui ci muoveremo. Forse in questo nuovo che può spaventarci, il ruolo della paura emerge quando capiamo che ci servono nuovi strumenti. Vorrei capire meglio, è il lavoro che sto facendo molto nel concreto, quali possono essere gli strumenti che possiamo mettere in campo. Altrimenti restiamo sempre nel teorico: cambiare va bene, ma farlo… Andiamo oltre, decidiamo cosa ci serve per cambiare
certamente quando decidiamo di cambiare per scelta lo facciamo con razionalità ma comunque dentro di noi rimane un piccolo o piccolissimo dubbio: ‘Farò bene a cambiare?’
Hai toccato un punto decisivo che mi riguarda molto. Personalmente, questa fase è faticosa ma quasi sempre mi restituisce una chiarezza che altrimenti non avrei avuto. Ben venga l’incertezza quando abbandoniamo la nostra presunzione di verità!