Ciò che siamo e ciò che crediamo di essere come scrittori
Crescita personale,  Scrittura

Ciò che siamo e ciò che crediamo di essere come scrittori

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Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e di vedere un’immagine di voi diversa da quella che avete in testa?

Di vedervi come amate ricordarvi, con la fisionomia di un tempo e la figura che somiglia di più alla donna che eravate, piuttosto che a quella che siete ora?

A me ultimamente succede.

Con gli anni il mio corpo è cambiato, ma non la percezione che  di esso ne ho.

Il vantaggio è che mi vedo molto meglio di quello che sono. Facilita la vita quotidiana ma non coglie chi sono io davvero.

Così è per la scrittura.

Ciò che siamo e ciò che crediamo di essere come scrittori è uno iato che se resta inconsapevole produce una sorta di confusione che puo’ produrre effetti nefasti.

Smascherarlo non è semplice. Osservarlo nemmeno. Bisogna provarci.

Che tipo di scrittori crediamo di essere?

La rete è piena di articoli che trattano delle varie tipologie a cui ricondurre gli autori o le autrici. Spesso ci chiedono di riflettere su noi stesse, per indicare a quale di quelle tipologie ci sentiamo più affini.

 :arrow: Siamo creativi, istintivi, scriviamo di getto o ragioniamo su ogni singola sillaba?

 :arrow: Siamo tradizionalisti, seguiamo le regole ferree della narrazione, oppure le stravolgiamo, innovando? E così via.

Il problema va a mio avviso capovolto.

E’ difficile dire che tipo di autori siamo, ma possiamo di certo affermare che tipo di autori pensiamo di essere.

Prima o poi potremmo scoprire che le due cose non coincidono.

A me è capitato di recente. Accorgersi di questa sorta di rifrazione non è certo gioia pura, ma almeno aiuta a capire chi siamo veramente  :lol:

Nella scrittura essere pienamente noi stessi è fondamentale

Ne ha recentemente scritto Chiara Solerio nel suo bel post dedicato all’autenticità nella scrittura. Ne suggerisco a tutti voi la lettura.

Leggendolo sono arrivata alla conclusione che un’autrice non puo’ scrivere in modo autentico se non vive in modo autentico.

Il punto sta proprio qui: vivere in modo autentico significa scoprire quella parte di noi che nello specchio non siamo abituate a guardare.

Dobbiamo cioè cercare quella parte di noi, migliore o peggiore che sia, che puo’ aiutarci a diventare autrici, e quindi persone, autentiche.

La prova dello specchio

E così l’altra sera ho messo di fronte allo specchio la Elena autrice.

Ho guardato a lungo e ho cominciato a descrivere la mia scrittura.

Sceglierò soltanto un aspetto di ciò che fortunatamente è emerso, che è poi ciò che in questi giorni mi “risuona” di continuo: la mia difficoltà a sintetizzare.

Ho sempre pensato di avere un problema con la lunghezza e ridondanza delle cose che scrivo, non per niente una parte considerevole dei suggerimenti per la revisione del romanzo contenuti nel mio ultimo post, Come revisionare un romanzo , è dedicata al lavoro spietato quanto necessario del taglio delle cose inutili.

Poi, ho ricevuto una mail. Giuro, proprio in quel momento.

Una mail graditissima da una lettrice di questo blog (la cui cosa mi onora, perché è anche una autorevole e da me amatissima blogger).

Conteneva le sue opinioni su uno dei miei racconti, Mare di notte, ve lo ricordate? È uscito come feuilletton ad agosto ed è andato molto bene, qui avete la prima partese per caso ve lo siete perso  :-P

Ne riporto una parte e per pudore tralascio i complimenti   :mrgreen:

[…] Il limite che invece ho trovato è forse nella brevità del racconto, ma in questo sono sicuramente condizionata dal discorso che facevamo anche sul blog. I racconti mi lasciano sempre un senso di sospensione, come se l’autore avesse voluto aprire un piccolo varco in una realtà, senza però darne un quadro completo. Questo l’ho avvertito anche nella tua storia, soprattutto alla fine, come se avessi concluso in modo sì piacevole e significativo, ma senza sviscerare proprio tutto quello che avevi da dire. Questo soprattutto riguardo la storia personale di Lisa, i suoi rapporti, il passato. La mia sensazione è che ci sia tanto materiale che avresti potuto usare e che invece è solo accennato. […]

Se aveste la pazienza di rileggere i commenti alla saga estiva di Mare di notte, il racconto in questione, troverete molta sintonia con queste parole.

Dunque ero di nuovo davanti allo specchio. Ma non stavo guardando la mia figura appesantita (dovrò per forza riprendere a correre, anche alla mia veneranda età), bensì la mia scrittura.

Quella stessa scrittura che trovavo prolissa e ridondante era invece vissuta come “mancante” di qualcosa.

Una lezione importante.

Ciò che siamo e ciò che crediamo di essere come scrittori

Se non colmiamo lo scarto tra queste due condizioni, il rischio principale è quello di imboccare una strada che non è giusta per noi.

Una strada sulla quale magari ci siamo incamminate da tempo, senza darci conto di quelle lunghe fermate incomprensibili che forse volevano comunicarci qualcosa.

Per comodità e semplificazione, preferisco farvi un esempio.

Se pensiamo di avere un corpo come quello che ci accompagnava dieci, venti, anni fa, il rischio è molteplice: potremmo arrabattarci a fare tutte le cose che facevamo un tempo, senza contare che non abbiamo più le stesse energie.

O potremmo continuare ad indossare qualcosa che in realtà è divenuto troppo stretto, anche se non vogliamo ammetterlo (il mio armadio è pieno di cose come queste, ahimè).

Integrare i punti di vista

Per provare a migliorare la nostra scrittura, forse possiamo fare qualcosa che, al pari della vita in generale, ci aiuti a crescere come persone e dunque come autrici.

Integrare le varie “parti” di noi in un unicuum che tenga conto del processo di rifrazione e ne indaghi i riflessi e la sostanza.

Così come l’immagine che riflette lo specchio è quella di una donna ferma a dieci anni fa che devo integrare con la me che sono davvero realmente diventata, anche la mia scrittura deve affrontare la distanza tra la mia percezione e quella degli altri.

Non sarà facile, è chiaro. L’unica strada che vedo è il confronto, lo scambio, in definitiva continuare a scrivere e ad accettare le critiche costruttive che arrivano.

Come regali per il mio compleanno, che in effetti per me arriverà a giorni.

E voi misurate una distanza tra ciò che immaginate di essere e ciò che davvero siete?

Come l’avete individuata?

Ha un impatto sul vostro modo di scrivere o di vivere?

Vuoi viaggiare nella tua scrittura attraverso gli Arcani dei Tarocchi?

 

Dai un’occhiata a questi articoli!

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Nuccioracconta
8 anni fa

Credo che sia solo una necessità di vivere altre vite provando altre sensazioni. Spostare, insomma, l’angolo della visuale. Il resto è noia.

Grazia Gironella
8 anni fa

Il divario esiste, è sicuro, nella corporatura ma anche nel resto. Mi basta pensare alla mia reazione quando qualcuno, in passato, ha espresso le sue impressioni sulla mia persona: “ma come, sembro davvero così?”. “Sembro”, naturalmente, perché davo per scontato che la “vera me” fosse quella che io conoscevo dall’interno. E’ cosa recente che le due facce si siano avvicinate fino quasi a sovrapporsi, e lo considero un dono dell’età (già, proprio quella che appesantisce la corporatura!). Comunque credo sia vantaggioso abbandonare l’idea di essere in uno specifico modo, e accettare il fluire di se stessi, oltre che di tutto il resto. Mi accorgo che alcuni aspetti di me che erano già presenti da bambina vivono ancora, mentre altri sono spariti, o tanto cambiati da essere irriconoscibili. Nello scrivere, vedo come unica soluzione per colmare il divario scrivere tanto, e per tanto tempo. Sento che piano piano quello che esce è più autentico, per tornare all’argomento così ben esposto da Chiara.

Barbara
8 anni fa

A livello di immagine fisica, ancora mi danno un quinquennio di meno (eredità di mio padre, che a 65 anni ancora non aveva un capello grigio che fosse uno). Le rughe che avanzano le vedo allo specchio, anche se sono tornata a reindossare vecchi jeans (peccato fossero un po’ a zampa, di almeno 15 anni fa e quindi ci posso solo fare giardinaggio :P ) Resta il fatto che conta lo spirito che uno si porta dentro.
Sulla scrittura non lo so. Io mi sento in continuo allenamento, ogni racconto è una fatica di muscoli, per qualcuno riesco bene, per altri devo allenarmi di più, per altri ancora è meglio se lascio perdere. Ma occorre anche capire chi davvero tifa per te.
Sul racconto, ha ragione newwhitebear: non sempre un racconto può trasformarsi bene in un romanzo. Il racconto è una fotografia, il romanzo è un video. Ed è inevitabile che nel racconto non sia spiegato tutto ma proprio tutto della vita dei personaggi. Qualcosa deve essere spiegato, altro deve essere lasciato al lettore.

Barbara
Rispondi  Elena
8 anni fa

Nessuna invidia. Se ho ereditato tutto da mio padre, un bel mattino mi sveglierò con tutto il conto all’improvviso, come Bilbo Baggins a cui è stato tolto l’anello e di colpo dimostra tutta la sua età. Non so cosa sia meglio sinceramente! :)

newwhitebear
8 anni fa

certo che sì! L’autore deve essere naturale se vuole essere credibile. Poi il genere può aiutare oppure no, La fiction, come dicono gli anglosassoni per indicare un genere attuale, deve riflettere il pensiero dell’autore. Scrivere romanzi non è uno scherzo perché la storia deve tenere per molte pagine. Il racconto è più facile proprio per le sue dimensioni. E’ vero quello che scrive la blogger sulle sensazioni che il racconto suscita ma è anche altrettanto vero che un bel racconto può trasformarsi in un pessimo romanzo.
Comunque guardarsi allo specchio anche in maniera virtuale è utile per capire chi siamo.

newwhitebear
Rispondi  Elena
8 anni fa

“Forse scrivere è la nostra forma di terapia…”
Credo proprio di sì. Un modo per trasmettere un messaggio che sta dentro di noi. Che distorto non lo so ma è la nostra visione della vita che esprimiamo attraverso le parole di carta.

newwhitebear
Rispondi  Elena
8 anni fa

felice serata

mariateresasteri
8 anni fa

Ah, perbacco!! :O :O :O
Non ti consolerà saperlo, ma a me capita in continuazione di scoprire un’enorme differenza tra come mi vedo io e come mi vedono gli altri, nella scrittura e non solo. Forse addirittura, riguardo alla scrittura, il fenomeno è moltiplicato per quanti sono i lettori. Direi che si può andare in crisi per questo. Anzi, a me ha mandato davvero in crisi in passato, soprattutto quando ho avuto diversi beta reader che mi dicevano cose diametralmente opposte tra loro e diverse dal mio stesso punto di vista. Forse il pirandelliano “così è se vi pare” sarebbe molto calzate qui, no?
Mi è piaciuto molto però il discorso di integrare i punti di vista… dovrò imparare a farlo sul serio.

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