Venerdì 12 settembre, insieme a una delegazione del Tavolo Asilo Nazionale, ho varcato la soglia del CPR di Corso Brunelleschi a Torino. Era una visita a sorpresa, non comunicata preventivamente per ovvie ragioni, una “prima volta” per CGIL, ACLI, ASGI e Medici Senza Frontiere, ma non per i due parlamentari che ci hanno permesso di entrare grazie alle prerogative parlamentari, che non richiedono autorizzazioni preventive: l’onorevole Marco Grimaldi e Antonino Iaria.
Ero già entrata quando il centro era chiuso. La mia esperienza l’ho raccontata in questo post: Sono stata al CPR e all’Hub di prima accoglienza dei migranti di Torino. Ecco cosa ho visto.
Ma questa volta era davvero un’altra cosa. Dentro c’erano persone in carne ed ossa, non i loro fantasmi.
Così per me si sono aperti i cancelli di quello che Dante avrebbe chiamato Inferno: Lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Un mondo sospeso, di diritti sospesi, di vite sospese, lontano da qualsiasi idea di giustizia e umanità.
Dentro il CPR di Torino
All’inizio un po’ di numeri. Ce li raccontano Direttore e Vice Direttrice, sotto gli sguardi attenti del personale dell’esercito che presidia l’interno del CPR, non l’unico richiamo alla guerra che proprio in questi giorni mi preoccupa molto.
Nel centro ci sono 62 persone, su una capienza massima di 70 unità che presto potrebbe arrivare a 120, quando il “modulo” che chiamo gabbia cui è stato dato fuoco sarà ripristinato. Ci sono ancora a terra gli esiti di una piccola rivolta sedata come ce ne sono state e ce ne saranno tante: materassi di gommapiuma bruciati, sottratti a letti di ferro e cemento. Sì, avete capito bene, niente rete, né di legno né metallica. Dormono sul duro. Così si ricorda loro dove sono finiti.
I segni del disagio fisico e psicologico sono ovunque: materassi bruciati, muri anneriti, porte ammaccate. Le proteste più comuni sono i tentativi di incendio ma altri eventi critici includono risse e interventi della polizia. Il dolore più grande però è inciso sui loro cuori e parla attraverso i loro corpi: tagli sulle braccia, cicatrici che parlano di tentativi di suicidio non ancora portati a buon fine. per fortuna. Ma per quanto?
I “trattenuti”, tutti uomini, vengono chiamati “ospiti”, ma preferisco definirli detenuti senza giustizia. Sono senza colpa alcuna se non quella di non possedere un atto amministrativo, il titolo di soggiorno, che sia valido e rilasciato a persone che arrivano per richiedere protezione internazionale, asilo, e, certo, anche un lavoro, per pagarsi una casa e una famiglia. Un lavoro vero, che non sappia di sfruttamento.
Spesso hanno alle spalle la galera, che qui rimpiangono tutti. Lì almeno in qualche modo si esiste. Scontata la pena carceraria, se in carcere non sono riusciti a rinnovare il permesso, quando escono sono di nuovo illegali e via, prelevati e intrappolati nel Gorgo del CPR. Arrivano tutti da altre città, così quella minima rete di supporto che si sono costruiti si disfa a causa della lontananza e sono soli, drammaticamente soli.
Per questo la visita, tutte le visite, dovrebbero avere al centro i colloqui con loro: per un gesto di solidarietà e di umanità che non può essere tralasciato, per incoraggiarli a non farla finita, per dimostrare che no, no siamo tutti uguali noi italiani. Alcuni sono rimasti umani.
Sguardi che dicono più di mille parole
Uno di loro ci è rimasto impresso e appena usciti lo abbiamo subito segnalato perché fosse gestito in modo diverso. Si tratta di un giovane tunisino prelevato a Ventimiglia: incapace di parlare, con ferite vecchie e nuove sulle braccia, così tante da non riuscire più a scorgere un solo lembo di pelle intatta.
Ferite che non si rimarginano. Occhi persi nel vuoto che ci raccontavano più di mille parole, testimoniando un disagio profondo. Può una persona in queste condizioni restare internato in questa gabbia da zoo?
Il tempo nel CPR è una condanna indefinita: la legge prevede fino a 18 mesi di trattenimento. Nessuno sa perché è lì, non lo comprende, non dopo essere sopravvissuto alla tratta di terra e via mare, dopo aver dilapidato tutto il patrimonio, e con davanti una speranza in una rotta piena di insidie, violenza, dolore e delusione.
Non possono più tornare indietro. Avanti allora, verso la civiltà. La nostra bella civiltà.
Una volta dentro, l’ospite non sa quando uscirà, né se potrà riabbracciare un figlio, una moglie, una vita.
Paga il pegno di essere venuto nel nostro paese indesiderato. E questo sistema è fatto perché resti tale.
Lavorare in un CPR? Un lavoro come un altro
Così mi risponde l’unico dipendente con cui abbia potuto davvero parlare. I lavoratori del centro sono infatti invisibili, sfuggono agli sguardi e mentre ci muoviamo tra le gabbie se riesci a scorgerli ti accorgi che subito scompaiono nei meandri dei cortili.
Li chiamano “Charlie”. Ancora un linguaggio di guerra*. Il mio amico “Charlie” ha un corpo da pugile e il tono da sorvegliante ma è un addetto alla “logistica”, ovvero porta i pasti, si occupa di tutto ciò che serve lì dentro. Orgoglioso del suo lavoro, mi racconta subito di una mirabolante colazione “abbondante” che viene assegnata agli “ospiti”. Ma davanti ai nostri occhi si palesa uno di questi “ospiti” con un panino gommoso avvolto nella plastica in mano e una piccola marmellata: non ha niente di simile al cornetto e crostatina di cui mi ha parlato Charlie.
Gli chiedo perché ha scelto questo lavoro. Lui mi racconta dei turni, del suo lavoro utile quando qualcuno “perde la testa”. Ma poi mi dice anche che ha fatto qualche cavolata nella sua vita e questo è pur sempre un lavoro. Un lavoro come gli altri.
Frammenti di dignità
In questo universo chiuso, la vita scorre lenta e se c’è qualcosa che può aiutarti a stare tranquillo la prendi, se te la danno.
Mi colpisce il fatto che per queste persone tutto dipende dall’arbitrio di chi gestisce. Ogni cosa, ogni bisogno, anche piccolo e insignificante come una saponetta, va chiesto e atteso con pazienza fino a quando qualcuno non te lo porta. Lo stesso per una telefonata, un pacchetto di sigarette, una bottiglietta d’acqua, tutto è privilegio anche quando è consegnato senza problemi. La rabbia esplode e il Direttore mi mostra l’ennesimo cellulare distrutto. Qualcuno si è stancato anche di telefonare.
Cose che per noi sono scontate, qui diventano piccoli frammenti di dignità da proteggere.
Se questo è un uomo
Ciò che posso raccontare è tutto qui, ma non è in grado di restituire tutto l’orrore che penso di questo, di tutti i CPR.
Guardando quelle sbarre, mentre gli occhi delle persone che incontrato mi salutano umidi e affettuosi, mi tornano in mente le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo, una testimonianza fortissima della sua prigionia nei campi di concentramento.
Qui la domanda riguarda chi è rinchiuso là dentro, ma soprattutto noi, il nostro Paese, la nostra capacità di restare civili, di proteggere l’umanità anche in un sistema che sembra averla dimenticata.
E io mi domando come un paese. una società, quella oggi largamente e inopportunamente definita occidentale, che ha vissuto e pagato duramente le conseguenze di una guerra mondiale che ha portato la tirannia e il nazifascismo nel cuore dell’Europa e da cui siamo usciti solo grazie alla Resistenza e alla Liberazione, possa oggi concepire, accettare, finanziare e giustificare il trattenimento di Persone in condizioni come queste.
Dobbiamo domandarci ogni giorno se siamo donne, uomini che non hanno perso l’orizzonte dell’umanità.
- L’appellativo “Charlie” fu assegnato ai Viet Cong dai soldati americani in Vietnam. E’ l’abbreviazione del codice fonetico “Victor Charlie” nell’alfabeto NATO, che corrispondeva alle iniziali di V-C, cioè Viet Cong, con cui i soldati si riferivano al nemico.




A me sembra sempre più che stiamo andando alla deriva, perdendo ogni barlume di umanità. In Italia (e nel mondo) c’è una politica del tutto errata dei migranti, usati come lo spauracchio e la causa di tutti i mali, invece potrebbero essere una grande risorsa con un adeguato sistema di accoglienza e di integrazione, ma è molto più facile questa politica denigratoria.
In queste ore terribili, questo commento, scritto qualche giorno fa, sembra attualissimo e sembra dire molto di più.
Credo che tutti quanti abbiamo perso sia l’umanità, sia la socialità. Viviamo nel nostro minuscolo orticello come se fosse una fortezza.
Questi sono i frutti malati per creare la paura nei diversi.
E’ così Gian. Quanta tristezza. Toglietemi una curiosità: quanto secondo voi sono consapevoli le persone di come si vive nel CPR? Una domanda rivolta va tutti
Da un paio d’anni insegno italiano agli stranieri, in una scuola gratuita, basata sul volontariato e sulla collaborazione fra il Comune di Bologna, che ci fornisce i locali, e la Diaconia Valdese, che sostiene le spese senza effettuare alcuna ingerenza. Così mi sono affacciata su una realtà dura e distante dalla mia vita comoda e protetta: la realtà di coloro che arrivano nel nostro paese da lontano, lasciando tutto, senza avere certezze, prospettive, orizzonti.
E’ un problema enorme, complesso: politico, perchè riguarda la polis, la nostra comunità sociale, la nostra cosiddetta società civile, e umano, perchè queste persone sono prima di tutto esseri umani.
E’ un problema attuale, e in prospettiva anche futuro. Inutile alzare barriere, difendere privilegi di nascita o di censo: nessuno ha mai potuto fermare le migrazioni dei popoli, non lo faranno i cosiddetti conservatori,non lo farà questo nostro paese ormai vecchio, nell’anagrafe, e infiacchito dallo sfaldamento dei valori e dei principi morali ed etici.
Abbiamo un bel da dire: restiamo umani. Mi sembra che non ci stiamo riuscendo affatto…
Cara @Brunilde, condivido le tue affermazioni, credo che lavorare direttamente con queste persone cambia completamente il nostro punto di vista su di loro. A me è capitato. Forse per superare questo razzismo imperante dovrebbero farlo tutti. Anche se questi timori che portano ad alzare muti, costruire gabbie e prigioni, sono quasi ridicoli. Le migrazioni, come tu stessa affermi, sono così “naturali” e inarrestabili che tra qualche anno dovremo inevitabilmente farci i contri. E’ un tentativo vano di conservazione di qualcosa che non possiamo conservare perché non ci è mai appartenuto: l’esclusiva sulla proprietà delle terra e dei suoi frutti. Non dobbiamo restare umani, ma tornare umani. Troppa cattiveria di Stato diventa un boomerang