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Sono stata al CPR e all’Hub di prima accoglienza dei migranti di Torino. Ecco cosa ho visto

Il cuore è forte e fragile allo stesso tempo. 
È capace di qualunque battaglia ma anche di profonda compassione e sofferenza. 
Le caratteristiche del cuore ci rendono persona. 
Chiunque non possieda entrambe è perso, arido e infecondo.

Venerdì 29 settembre sono stata al CPR e all’Hub di prima accoglienza dei migranti di Torino. In questo post vi racconto cosa ho visto e cosa ho potuto solo immaginare. Una visita che ha lasciato il segno.

CPR e Hub di prima accoglienza dei migranti a Torino. Ecco cosa ho visto

Non era previsto. Intendo fare un sopralluogo al CPR chiuso di Torino prima e poi, nel pomeriggio, all’Hub di prima accoglienza allestito in fretta alcuni mesi fa, là dove di solito la Città ospita i senza fissa dimora, alla periferia nord di Torino.

Diciamo che ho colto al volo l’occasione di potermi accodare a una visita programmata da un onorevole, Marco Grimaldi, da sempre contrario ai sistemi di privazione della libertà personale che i CPR rappresentano, anche se in questi giorni questo aspetto è brutalmente trascurato.

A Torino da questa estate non si parla d’altro. Tra giugno, luglio e agosto, l’ondata migratoria è diventata più significativa e impattante, anche a causa di una incapacità e di una mancata volontà di programmazione dei flussi e dallo spostamento delle risorse un tempo destinate all’accoglienza diffusa all’esternalizzazione delle frontiere.

La ricetta ripetuta per gestire l’immigrazione sono i respingimenti in mare, le ricerche per il globo terraqueo degli scafisti, il pizzo di cinquemila euro per evitare di essere trattenuti e i sempre verdi CPR, centri per il rimpatrio, che alla lunga sono diventati vere e proprie zone franche del diritto.

Quello di Torino è stato chiuso nel marzo di quest’anno. Non per i suicidi, ripetuti, avvenuti, ma per le rivolte che sono scoppiate all’interno. Almeno così leggiamo sui giornali. E siccome c’è aria di riapertura, mi sono detta, andiamo a vederlo questo gioiello di democrazia, che le cose bisogna poterle toccare con mano, perché il fuoco brucia e lascia i segni e in certi casi è giusto così.

Cosa resta dell’umanità che ha abitato il CPR di Torino

Dunque al mattino mi presento davanti al CPR di Corso Brunelleschi, a Torino. Arrivo un po’ prima dell’orario stabilito ed entra una volante di agenti in borghese che, scoprirò dopo, sono quelli che ci accompagneranno tra i gironi di quell’inferno.

Il CPR è zona militare e si entra solo autorizzati. Un tempo, quando il CPR era attivo, non si poteva entrare né filmare le persone, si diceva per rispetto della loro privacy. Quando Piazza Pulita ha pubblicato la sua terribile inchiesta, tutti quanti ci siamo fatti un’idea più chiara delle ragioni di questo vincolo.

Per chi se la fosse persa, in un video l’inchiesta di Chiara Proietti D’Ambra che racconta l’orrore del CPR di Gradisca.

Se questo è un uomo

Il titolo del più celebre libro di Primo Levi, che ho amato e letto almeno quattro volte, rimbomba nella testa a ogni passo dentro l’orrore.

Comincia soft il viaggio: nell’area verde che circonda il vecchio muro di cinta, tra le sterpaglie, uno scoiattolo manifesta quella vita che più avanti stenteremo a credere sia mai esistita.

Entriamo nel primo, vero girone, attraverso la struttura fatiscente in cui gli operatori del CPR erano collocati. La prima stanza è la matricola, dove i migranti venivano in qualche modo identificati e “catalogati” per poi essere trasferiti dentro, sotto sorveglianza dei militari. Qui infatti non si entra e non si esce. Nemmeno il sindacato può fare un’assemblea o recepire le istanze dei lavoratori coinvolti e “gli ospiti” sono affidati agli operatori, troppo pochi, che vigilano sui loro bisogni.

Per farmi un’idea sbircio sulla tabella degli orari affissa alla porta. Nessuno, da marzo scorso, l’ha gettata via. E’ una tabella a matrice: in orizzontale gli orari degli operatori, in verticale i giorni della settimana.

Una psicologa, un infermiere e un mediatore culturale fanno orario di ufficio dalle 9 alle 17 e ci sono dal lunedì al venerdì. Poi c’è un operatore che fa il turno di notte, moderno Cerbero e forse, due o tre di giorno, per distribuire i pasti. Ma le informazioni che ci danno non sono chiare. In chiaro però ci sono le caselle dedicate all’avvocato. Sono vuote. Negli ultimi anni le ore destinate alla tutela legale sono state dimezzate.

Tutto questo per una capienza che era di circa 120/130 persone. Il Centro ha raggiunto anche tre volte tanto quei numeri.

Ci addentriamo in uno spazio che è un “non luogo”, un corridoio in cemento difeso da due alte grate sorvegliate dai militari, che delimitano lo spazio dei moduli, il modo in cui chiamano le aree abitative, per così dire. A ciascuna è assegnato un colore. Anche questo mi obbliga a ricordare altri campi di detenzione, altri mondi, altro orrore.

Visitiamo i moduli coinvolti nell’incendio, sono ancora anneriti, i soffitti divelti con tracce di calce sui pavimenti, anch’essi distrutti. A terra, tra i letti in ferro, senza molle, con materassini di schiuma di bassa qualità, abiti, cuscini e materassi bruciati, in mezzo ai rifiuti e a tracce della vita che fu. Qualche mazzo di carte spaiato, bustine di antibiotici a terra, una buccia di arancia magistralmente pelata, qualche libro, in italiano e in arabo.

E poi scarpe spaiate, dimenticate, come le vite degli uomini che sono passati di lì. Fantasmi.

I bagni sono da campo, anche questi privi di qualunque comodità. Nei lavandini scorre acqua da marzo, i tubi sono rotti e non c’è nessuno che pensa a ripararli. Probabilmente gli impianti sono collassati a causa del fuoco e delle rivolte, che in un luogo del genere non dovevano essere eventi rari.

Sui muri disegni che non riesco a dimenticare. Uno tra tutti che vorrei mostrarvi ma non posso, perché non ho il permesso di pubblicarle. Proverò a raccontarlo.

Il disegno raffigura la lama di un pugnale stretta da una mano il cui polso è strizzato da un laccio. Ciò che lascia basiti è che è rivolta verso l’uomo che l’ha dipinta. Ecco la firma di tanti suicidi.

Più in là il reparto denominato ospedaletti. Già molto prima di marzo era stato chiuso, perché i pazienti, ricoverati blindati all’interno, non avevano alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, nemmeno in caso di malore improvviso, per la totale mancanza di cicalini funzionanti. Erano murati vivi, con la sola differenza che i muri sono a griglia e le porte sono blindate. Poi qualcuno ha denunciato la cosa e i reparti sono stati chiusi. Alla mia domanda: e i malati che fine hanno fatto? Nessuna risposta. Imbarazzo. Volti chini.

Entriamo nelle sale comuni, in cui tavoli e panche sono di cemento vivo. Questi uomini, mentre si scambiavano speranze e racconti dolorosi, scrivevano sui muri frasi che urlano contro ogni indifferenza: “Siamo umani”.

Loro sì sono umani.

E’ su tutti gli altri che sorgono legittimi dubbi.

Esco dal CPR e penso una cosa soltanto: mai più. E magari, prima di decretare, toccare con mano.

Hub e CPR di Torino

Via Traves, l’Hub che sorge accanto al mondo fatato della Juventus

Visto che non era abbastanza, nel pomeriggio, con una delegazione più ampia di compagni della CGIL, entriamo all’Hub di Via Traves, dove i migranti ci sono e sono liberi di entrare e uscire.

Si trova in una zona periferica della città, accanto al Carcere Le Vallette e al Juventus Stadium. Poco più avanti palazzine nuove di pacca contendono la prospettiva alle tende allestite alla bene e meglio, attorniate di uomini in ciabatte disorientati che si attardano alle porte di una struttura comunale che la Città utilizza come riparo dal freddo per i senza fissa dimora. E’ poco più che un cortile pieno di oggetti che nessuno userebbe più.

Dovrebbe essere temporaneo.

La struttura è gestita dalla Croce Rossa i cui splendidi volontari, dopo il lavoro, da settimane si trasferiscono qui per “far andare avanti la baracca”.

La capienza è di solito anche qui di 120/130 persone, in specie di bungalow che non bastano però ad accogliere tutti. Il giorno del nostro sopralluogo i migranti sono circa 350, ma l’indomani saranno una cinquantina in meno. Li stanno spostando in Sardegna o altrove, lo spazio deve essere sgomberato. Ci sono altri poveri che spingono per utilizzarlo.

Qui le foto possiamo farle, ma non ai volti. Le ho pubblicate in un collage, ma potete anche dare un’occhiata a questo post.

Solo noi vediamo il disagio, loro lo percepiscono attraverso i nostri sguardi. Sono occhi splendenti, pieni di speranza, uomini e ragazzini sollevati per essere qui, a dormire nelle tende con le ciabatte addosso, ma vivi.

Migranti economici, rifugiati, richiedenti asilo. C’è davvero differenza davanti alla tragedia che hanno alle spalle?

Una ragazzina, una delle poche donne del campo, siede accanto a un uomo di poco più grande di lei. La sorveglia. Dice di essere il suo compagno. Lei ha gli occhi bassi e un’espressione timida, poi si passa una mano sul ventre e io capisco che è in cinta.

Amore? Violenza? Se quella donna provenisse da un paese considerato dall’Italia sicuro non sarebbe trattata come una potenziale vittima e sistemata nei Cas. Sarebbe rimpatriata se priva delle famose cinquemila euro per la sua libertà. Viene da un paese “sicuro” e rischia le prigioni libiche o il deserto tunisino, oppure l’illegalità, preda di vecchi e nuovi carcerieri, in qualche casa a fare soldi con il proprio corpo. Lo so è cinico. Ma questo è ciò che capita alla maggior parte di loro. Bisogna saperlo. C’è sempre qualcuno che ci guadagna da tutta questa narrazione dell’invasione e della sostituzione etnica. Solo che ci rifiutiamo di vederlo.

In mezzo a loro abbiamo i volti sorridenti. Lo so, è strano, ma siamo stati bene incontrandoli. Con loro e con i volontari, splendidi, che ci raccontano dei loro mille sforzi e di tutte le capriole che fanno per scrivere cartelli multi lingue in cui è segnalata la possibilità di usare un telefono per le prime informazioni alle famiglie, distribuire libri e insegnare qualche parola in italiano, tanto per orientarsi. Quando l’Hub è meno frequentato l’area che oggi è piena di tende di Decathlon sistemate su brandine per accogliere gli ospiti, diventa una specie di scuola, un luogo in cui socializzare, parlare, conoscere.

Si formano capannelli intorno a noi, tutti con ciabatte e abiti rimediati; hanno fame di informazioni, sorridono, vogliono parlare, raccontare, confidarsi. Una quarantina di loro sono minori. Sono lì, senza tutele speciali, da luglio.

Si avvicinano tre ragazzi, uno di loro, in centro, fa fatica a camminare, sembra abbia mal di schiena. Ci chiede aiuto. Scopriamo che è già stato in ospedale, due volte, ma non ha capito cos’ha perché non c’era un mediatore culturale in grado di tradurre. Sa solo che ha male e che non può camminare. Lo sviluppo psico sociale di questi ragazzi compromesso, forse per sempre.

Ci mescoliamo a loro, ma a un certo punto le emozioni sono troppo forti per poter essere contenute. Scoppio a piangere.

Chiediamo di cosa hanno bisogno, gli ospiti e chi ci lavora. Ci guardano attoniti, non si aspettavano una domanda come questa. non sanno rispondere, fanno una battuta su qualche birra, poi una risata scioglie la tensione.

Continuo a domandarmi come posso essere utile?

Posso esserlo, eccome, come sindacalista, come blogger, come essere umano.

Ed eccomi qui a raccontare questa giornata speciale che non dimenticherò mai.


Quali sentimenti suscita in voi questo racconto?


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10 Comments

  • Luz

    Non avevo fatto in tempo a commentare, ma giorni fa ho visto quel video, tutto. Sono rimasta scioccata e anche molto arrabbiata per tutto ciò. Quanta disorganizzazione e disumanità. Ne ho parlato con gli alunni, ci sono realtà di cui non vogliono far sapere nulla perché è molto più comodo far credere che siano un peso e niente altro.

  • Giulia Mancini

    Questo tuo post mi suscita un profondo senso di impotenza, questi centri-lager, come il CPR che hai descritto, sono inaccettabili e fanno orrore, mi chiedo spesso cosa sia possibile fare per questa situazione, e se trasformassimo i migranti in una risorsa? Io credo che più che respingerli bisogna accoglierli, tempo fa seguii un programma sulle modalità di gestione dei flussi migratori del Canada dove i migranti sono considerati una vera risorsa (ora lo so bene che la densità abitativa del Canada è ben diversa da quella italiana ed europea, ma forse qualcosa potremmo imparare dalla politica di questo paese). Queste persone scappano da situazioni insostenibili nel loro paese e non smetteranno, quindi è necessario gestire la situazione diversamente, certo non è semplice ma cominciare a cambiare il punto di vista può essere un inizio.

    • Elena

      Ciao Giulia, le politiche migratorie del Canada sono da sempre molto più selettive. Hanno programmi di ingressi contingentati, sottoposti a test e domande precise perché poi a loro è offerto un percorso vero. Qui non c’è nulla di tutto questo. Si fa propaganda sulla pelle delle persone e si evita di realizzare qualunque forma di supporto o integrazione. Il risultato? Le persone sono lasciate nei fiumi carsici dell’illegalità per generare quel sentimento di insicurezza che poi la destra cavalca. Tutto si tiene amica mia. Delle situazioni da cui fuggono importa poco o niente a nessuno. Forse a qualcuno importa ma ha armi spuntate. Eppure come dicevo la mia città senza migranti non esisterebbe. Quelli di ieri (nel dopoguerra, dal sud) e quelli di oggi. Credo non sia molto diverso per altre città…

  • newwhitebear

    Cosa mi suscita il tuo post? Delle sensazioni di essere un fortunato egoista, perché tutto sommato non mi sono mai trovato in quelle situazioni. È vero che sono tanti, forse troppi ma è anche vero che abbiamo molte colpe nella gestione di questi flussi migratori, che ci sono stati nel passato, che ci saranno anche nel futuro. I muri si abbattono, vedi quello di Berlino, i valli rallentano ma non fermano, vedi quello di Adriano. Però per motivi prettamente politici si preferisce pensare ai respingimenti piuttosto che accogliere.

    • Elena

      I respingimenti costano circa 4 mila euro a migrante solo di volo e accompagnamento. L risorse che diamo a Tunisia e LIbia per massacrarli sono molte di più e sono sporche di sangue. Questa Europa non è sufficiente. Essere fortunati non è una dote né una caratteristica che dura per sempre. Come dire, bisogna un po’ meritarselo. E non sei egoista. Se tu lo fossi non lo ammetteresti mai, @Gian

  • Sandra

    Si continua a trattare come emergenziale una situazione che è da anni ordinaria. Con crudeltà per cui basta – e lo sanno tutti – sapere che in una struttura da 400 posti vengono stipate 2000 persone per avere la misura della tragedia che si consumerà lì dentro. Il popolo viene aizzato di continuo all’odio verso i migranti. Chi in campagna elettorale ha sfoderato soluzioni adesso si ritrova nel caos più totale e a 10 anni oggi dalla tragedia immane di Lampedusa siamo nella stessa identica situazione, se non peggio. Non ho formule ma non mi sono manco fatta eleggere dicendo di averle. Mi ha colpito tutto di questo post per cui ti ringrazio, ma la mancanza di un mediatore culturale, quando semplicemente basterebbe andare, la faccio facile ma davvero almeno su questo potrebbe esserlo, in una pizzeria milanese gestita da egiziani (immagini ce ne siano anche a Torino) e cercare un traduttore. C’è una fetta integrata che è a Milano da anni (sabato e domenica in una di queste pizzerie ho mangiato davvero bene con un servizio eccellente) che potrebbe servire per fare rete per comunicare. Ma in Italia su un dramma simile si fa campagna elettorale, si cavalcano le difficoltà quotidiane dell’italiano medio per cui i migranti sono la causa, anzi la colpa di tutto, anche dell’alto tasso dei mutui.

    • Elena

      Sono sollevata Sandra dal leggere sul mio blog commenti come i vostri. Non siamo sole! Sono convinta che l’integrazione sia possibile, con poco, e che c’è molto bisogno di contro-narrazioni come questa discussione contribuisce a fare perché al di là delel campagne elettorali e dei disastri o incapacità che devono essere coperti in qualche modo, il problema resta. Abbiamo bisogno di contaminarci e di persone che qui arrivino e restino. Naturalmente nella legalità Ma non è forse meglio accogliere e inquadrare, legittimare, piuttosto che respingere? Quale ipocrisia nelle parole di un Governo che non ha idee né prospettive e che spara cose a vanvera come il Ponte o altre amenità? Coraggio. Dobbiamo mettercelo tutte e tutti. Non è finita, possiamo ancora farci chiamare umani, siamo in tempo

  • Brunilde

    A Bologna c’è una villa ottocentesca meravigliosa, in posizione dominante, su un colle prospicente il centro della città, con una grande parco e una vista spettacolare. Da anni è in stato di abbandono, da anni si parla di progetti di recupero. Da anni, essendo un luogo degradato, si è pensato andasse bene per ospitare migranti che, innegabilmente, hanno contribuito a peggiornarne la situazione.
    Data la vicinanza al centro, gli ospiti con una breve camminata scendono in centro, con disappunto dei residenti della zona ( signorile ) che osservano con ostilità come questi migranti siano benvestiti, con scarpe sportive fiammanti e smarphone.
    Ora la villa accoglie minori non accompagnati, adolescenti per lo più nordafricani accomunati ai loro coetanei indigeni dallo spirito di ribellione e da un rabbioso istinto di trasgressione.
    Pare che compiano piccoli furti nei negozi della zona, che molestino e intimidiscano i negozianti. Purtroppo, infastidiscono e talvolta aggrediscono persone, preferibilmente donne. Pochi giorni fa, in pieno centro una ragazza è sfuggita, grazie all’interveto di un passante richiamato dalle sue urla, a un tentativo di violeza ad opera di due minori ospiti del centro.

    Il giornale locale titola ” babygang”. La sottosegretaria Lucia Borgonzoni ( ex candidata leghista a governatore regionale, pubblicamente convinta che l’Emilia confini con il Trentino) strepita contro le coop che lavorano nella gestione di accoglienza, di fatto prima accoglienza.

    Entro fine anno dovrebbero sgombrare la villa, in quanto partiranno i lavori di recupero grazie a 6 mln del PNR.
    Dove metteranno i minori non si sa, i residenti della zona sono comunque sollevati ( non nel mio cortile…).

    Io vivo ai piedi di quel colle. Non è merito mio se sono nata nella parte fortunata del mondo, se vivo nella zona signorile della città dove quei ragazzi, più o meno scuri di pelle, sono un pugno nell’occhio.
    Pazienza la movida dei numerosi locali che animano le alcoliche serate bolognesi, con contorno di macchine lasciate in mezzo alla strada, schiamazzi e ubriachi fino a tarda ora: quei giovani sono tutti autoctoni, quindi non è un problema, anche se io il venerdì sera non dormo prima delle 2 di notte.
    Al sicuro nella mia casa confortevole ai piedi del colle, dall’alto dei miei privilegi mi chiedo : come posso essere utile? Non so fare niente, se non usare le parole, allora tenterò – se riesco – di insegnare italiano in una scuola per stranieri, su base volontaria. Sto definendo ora la fase di tirocinio, ancora non so se sarò in grado di “essere utile”.

    Quindi il tuo racconto mi risuona dentro, fra vergogna, sensi di colpa e cuore pesante. Restiamo umani, proviamoci, almeno.
    Scusa se sono stata troppo invadente con il mio intervento. Un grande abbraccio e grazie per il tuo post, la tua sensibilità e il coraggio di affrontare certi temi scomodi.

    • Elena

      Cara Brunilde, grazie per il tuo pensiero, questo commento, il progetto di insegnare italiano per “fare qualcosa” di utile. Donne come te hanno mille risorse. E’ straordinario aver voglia di metterle a disposizione degli ultimi del mondo. Ti sono vicina, ti abbraccio e ti ringrazio per abitare in quella zona ed essere così una testimonianza vivente che Bergonzoni & co non hanno fatto piazza pulita di intelligenze e coscienza.

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