Ho sempre amato gli sport e molti ne ho praticati nel corso della mia vita. Per me è difficile dire a quale di questi sono più legata, perché ognuno di essi ha rappresentato o rappresenta un lato di me che aveva bisogno di esprimersi o di essere curato. Che ho amato.
Uno in particolare ha suggerito questa riflessione dedicata al gioco di copertura, una modalità appresa giocando a pallavolo e che ho applicato, giorno dopo giorno, nella mia sempre sfidante vita.
I miei sport, la mia vita
La vela l’ho scoperta da adulta, segno che le cose belle arrivano prima o poi, bisogna solo farvi spazio. In questo blog ne ho parlato così tanto (ma se mi segui da poco tempo, puoi recuperare tutto su questa mia passione qui) che oggi voglio concentrarmi su tutti gli altri e in particolare sulla pallavolo, tra i miei ricordi più belli.
Il primo palleggio l’ho praticato alle scuole medie, in cortile, senza capire esattamente come e dove dirigere la palla. Osservavo le altre e mi chiedevo come e se sarei riuscita a dirigere la palla verso la mia compagna più lontana, che a quella più vicina la palla arrivava lo stesso, cadendo, magari.
E’ stato soltanto nel periodo del Liceo che ho trovato una squadra con cui condividere questa grande passione e lì ho costruito le mie amicizie più belle di quegli anni. Amicizie vere fatte di solidarietà e autentica alleanza, che mi facevano sentire forte e sicura, anche quando non lo ero affatto. Preziose.
In allora il mio metro e sessantacinque era un’altezza interessante e mi collocava tra le più alte della squadra. Più avanti sarei diventata un metro e settantadue, il che favorì la mia crescita in squadra, anche se ho sempre pensato che le doti migliori, che si potevano allenare, erano l’elevazione, la precisione, la visione del campo.
A sedici anni ero magra e scattante, portavo i capelli a spazzola e i miei compagni di classe mi chiamavano “spazzolino”.
Da piccola avevo praticato atletica, uno sport che aveva provato a insegnarmi la grazia, invano, ma che mi aveva resa veloce, flessibile e resistente. Durò poco. Amavo la trave, meno nastri, cerchi e i fiocchetti con cui adornavano i capelli delle mie compagne. Non facevano proprio per me.
La mia energia aveva bisogno di altro, così venne il judo, uno sport che ha cambiato la mia vita e da cui ho appreso il valore della disciplina e della cedevolezza, concetti che molti anni dopo avrei approfondito, studiando e ristudiando i grandi classici cinesi e giapponesi, alla scoperta di una cultura e di un senso che mi apparteneva, nonostante l’enorme distanza, geografica e culturale.
Il judo mi insegnò a usare la forza dell’altro per vincere, o semplicemente per sferrare una difesa efficace, senza mai agire per prima. Mi aiutò a costruire il fisico forte e possente che giocando a pallavolo mi sarebbe tornato molto utile.
Giocavo così bene che a un certo punto ho persino pensato di poter fare il grande salto con la pallavolo. Ero brava, a palleggiare, a schiacciare e soprattutto a coprire la difesa di palle imprendibili. Ma salire di livello significava anche cambiare il mio modo di giocare, di vivere lo sport, di competere con gentilezza.
Quando entrai in C2 non riuscivo nemmeno a trovare una compagna che si allenasse con me, tanta era la competizione per entrare in campo da titolare. Ho capito che quello sport stava virando al di fuori del campo dei miei valori e ho continuato a giocare, ma ad altri livelli, anche in squadre miste, dove la mia forza mi venne in aiuto molte volte.
Che bordate le schiacciate degli uomini! Anche le mie però non scherzavano.
Gioco di copertura
Il mio ruolo come pallavolista è stato quasi subito quello della centrale. Il mio era un gioco di copertura.
Sotto rete mettevo a frutto la flessibilità che mi aveva insegnato il judo, che non era solo fisica ma soprattutto mentale. Sapevo fare di tutto.
Il primo fondamentale che ho sperimentato in quel ruolo è il muro. Avevo sviluppato in modo del tutto inconsapevole un’espressione sotto rete, quando attendevo il gioco delle altre, che mi confessarono molte avversarie essere così dura e quasi feroce da mettere a disagio. In qualche modo mi serviva, perché nella pallavolo, come in ogni sport, la concentrazione è tutto. Toglierla alle mie avversarie mi tornava utile sotto rete.
Ma il mio gioco preferito era la copertura a fondo campo, contro le schiacciate dell’avversario che il muro davanti non poteva fermare. E poi recuperare le palle, soprattutto quelle sporche, per metterle al centro della rete pulite, così che la palleggiatrice potesse giocarle davanti, come meglio credeva. E poi qualche “veloce”, per la quale ero sempre pronta.
Il gioco di copertura ammetto è una dinamica fondamentale della mia esistenza di persona, nella vita come nel lavoro.
E’ come se giocassi ancora a pallavolo, mi occupassi di pulire le palle, recuperare gli errori, giocarle al meglio e fare il punto decisivo quando serve, anche con una “veloce”.
Questo concetto del gioco di copertura, su cui mi sono trovata a riflettere in questo periodo, è in qualche modo fondante nella mia vita e non mi sorprende. Lo è stato nello sport, lo è nel quotidiano.
Ho fatto molte volte la capitano in campo, ho avuto molte volte la responsabilità di gruppi di persone da coordinare.
Come nella pallavolo così nella vita è fondamentale conoscere i punti deboli e i punti di forza di ciascun giocatore per valorizzarli al meglio ma anche per “coprire” eventuali debolezze o saper svolgere ruoli differenti, quando ce n’è bisogno.
In fondo gioco ancora da centrale. Mi assumo le mie responsabilità, mi capita di stare in panchina e anche di giocare da titolare. Si può fare gioco di copertura da qualunque posizione ci si trovi.
Anzi. Spostarsi per un attimo dal campo di gioco permette di osservare la squadra da un altro punto di vista.
E di tanto in tanto, sedersi in panchina è addirittura auspicabile. Non sempre la squadra merita un paio di ginocchia sbucciate.
Così tengo ancora la mano in alto per battere un punto al primo colpo nell’altro campo, con tutta la forza, l’entusiasmo, l’energia che ho. A fondo campo, sotto rete, in panchina.
Lo sport in fondo è solo un altro modo di vivere me stessa nel mondo.
Che ne pensate? Avete mai praticato uno sport che abbia influenzato il vostro modo di essere? Vi va di raccontarlo?




A me è capitato di sfiorare lo sport agonistico negli anni di liceo praticando la pallavolo. Ero una grande appassionata, succube dei cartoni di Mimi Ayuhara, m’era venuta una specie di ossessione. Frequentai per un certo periodo la squadra comunale e poi quella del liceo. C’è da dire che dai miei genitori non avevo appoggio alcuno, me la vivevo da sola, e a un certo punto dovetti mollare perché hai bisogno di essere accompagnata, soldi per l’uniforme, ecc. Fu una delle mie esperienze da sfigata, ahimè. Ecco perché ripiegai su disegno e scrittura.
Mimi Ayuhara, grazie per averla ricordata! Era un’ossessione per tutte, altroché, aveva un’elevazione sovrumana! :D Una cosa simile a ciò che capitò a te con la pallavolo, per via del mancato supporto dei tuoi genitori, mi capitò con il mio primo e indimenticabile maestro di judo: trasferì la sua attività da una palestra vicino a casa che raggiungevo a piedi a un comune dell’area metropolitana, impossibile per me da raggiungere senza che mio padre mi ci accompagnasse. Si rifiutò, ricordo bene che non c’era nessuna particolare ragione se non che non ne aveva voglia, o almeno a me così apparve. Quella fu in effetti una delle delusioni più grandi della mia vita. Ti capisco bene. Per fortuna con disegno e scrittura non è poi così andata male.. Oggi puoi aggiungere anche un’altra passione:; il teatro! Grande Luz
Eccomi qua, creatura mitologica metà donna e metà sofà: sedentaria per eccellenza, lo sport mi affatica…al solo pensiero!
Unico sport praticato nella vita, a parte il pattinaggio a rotelle da bambinetta ( e non ero neanche male) è stato il nuoto. Le immersioni subacquee, fatte per trent’anni in giro per i mari più belli del mondo, più che sport sono stati emozione, passione, amore profondo – in tutti i sensi – per il mare e per tutto ciò che lo abita. Mi hanno insegnato l’amore per la natura, il rispetto per un elemento che non è il proprio, l’umiltà e la freddezza: quando sei a trenta o quaranta metri di profondità, qualsiasi cosa ti succeda non devi perdere la testa, ma rimanere lucida e ragionare.
Poi, ci sono stati i cinque anni di Tai chi: ancora, non lo consideravo uno sport, ma meditazione con il corpo, mi ha inseganto a fluire, non opporre forza alla forza, a lasciar andare.
Ed ora, scusami, ma devo tornare al mio divano…
Cara Brunella, il commento della “creatura mitologica” ha suscitato in me più si un sorriso leggendolo. Grazie, hai rallegrato la serata! Superato il vincolo del divano, ecco che anche tu appartieni alla schiera delle praticanti discipline orientali cui bene o male qui apparteniamo tutte e tutti. 5 ani di Thai chi devono essere stati un’esperienza meravigliosa. Ho in mente i parchi cittadini dove osservo spesso persone, di solito cinesi, che praticano movimenti lenti e molto precisi, che al solo guardarli generano in me un profondo relax e concentrazione. Conosco i 5 tibetani ma non ho mai avuto la costanza di praticarli, quindi hai la mia stima, sorella. E visto che da quel divano a cui fingi di restare attaccata ti alzi spesso, perlomeno per viaggiare, non mi stupisce che il nuoto sia uno sport a te congeniale. Permette di osservare il mondo dal largo e di guardare sotto la superficie. Un esercizio sempre molto efficace. Buon divano, comunque!
Come sai ho raccontato, in un mio recente post, quali sport ho praticato, ma l’ho fatto sempre in modo amatoriale (tennis, nuoto, corsi vari in palestra, pilates e yoga) non ho mai praticato uno sport di squadra e questo mi manca un po’ perché credo aiuti lo sviluppo delle relazioni oltre che imparare a gestirle in vista di un obiettivo comune. Il tuo gioco di copertura è il tipico esempio di come uno sport aiuti a sviluppare una certa visione. Anche imparare la disciplina attraverso lo sport (come tu hai fatto con lo judo) é molto importante. E comunque il fatto che tutte e due abbiamo scritto di sport significa che le nostre scritture si influenzano e influenzano. Insomma, c’è vita sul web! Grazie
Sinceramente @Giulia questa riflessione sul gioco di copertura non mi era affatto venuta in mente quando giocavo. Ero troppo impegnata appunto a giocare, a divertirmi, a migliorare, non mi sono mai fermata a pensare. Accade con il tempo, specie quando non pratichi più (immagino che sia stato un percorso simile al tuo, ricordo quel post). La distanza ci permette di osservarci e osservare con maggior chiarezza e anche di riconoscere come certe determinate esperienze ci hanno cambiate. Mi viene da pensare, proprio mentre ti rispondo, che sarebbe bello poter riconoscere il contributo di tutti gli sport che ho praticato al mio cambiamento. Chissà che non mi decida.
Ho sempre praticato sport da amatore. Quindi con un certo distacco mentale. Al liceo ho praticato l’atletica leggera, quella delle distanze lunghe. Mi piaceva il basket, che ancor oggi seguo da spettatore, ma l’altezza non aiutava. Poi all’università il tennis e lo sci.
Allora Gian, sci ok, fino allo sfinimento, letterale, sia del fisico che del portafoglio. Basket non fa per me, in una sorta di dialettica degli opposti, tra basket e pallavolo ho preferito la seconda. Il tennis non l’ho mai praticato e so di dire un’eresia nell’era di Sinner ma tant’è. Hai detto una cosa importante: sport è agonismo ma non solo. Poterlo praticare per il solo beneficio che porta permette maggiore rilassatezza.
Ho sempre praticato sport, iniziando con la ginnastica ritmica per proseguire con la danza, e poi con wu-shu, tai-chi, yoga, e ora Pilates, ma non ho un’impressione così chiara della traccia che queste attività hanno lasciato nella mia vita. Anche se forse i miei approfondimenti sulle filosofie orientali e sull’Oriente in generale sono iniziati proprio con le arti marziali, ora che ci penso, con tutto quello che è seguito… perciò altroché, lo “sport” in senso lato mi ha cambiato la vita, eccome!
Non appena ho letto wu-shu sono corsa a googolarne il significato e ho scoperto un’arte marziale meravigliosa che non avevo ancora intercettato! Ma credo che il senso profondo di questa arte non sia difforme da quelle che ho praticato io e che sono capaci davvero di cambiare la vita, dirigerla, quasi darle forma. Sono molto grata come avrai capito e ho un rapporto con lo sport che nonostante si sia affievolito negli ultimi anni, e forse proprio per questo, molto stretto ed emotivo. Ho sempre riflettuto su cosa ogni pratica avesse da insegnarmi e leggendoti mi sono accorta che nella scrittura del post ho tralasciato un elemento molto importante nella pratica sportiva, ovvero lo sport individuale o di squadra. Non ho una preferenza, è dipeso molto dalle fasi della mia vita. Vedo che anche tu hai una prevalenza di sport o discipline praticabili individualmente. Per me in questo momento più che una scelta una necessità. Ahimè non ho più la piena padronanza della mia agenda come un tempo! Non lo dici, ma mi sembra che l’oriente e il suo “sport” siano al momento ciò che ti affascina di più… Un’altra cosa in comune?