Il mondo con i miei occhi

In marcia per la pace

Scrivo all’indomani di una giornata ricchissima, che mi ha riempito il cuore.

Sabato 5 novembre 2022 donne e uomini che hanno a cuore la pace, il diritto e la giustizia, si sono incontrate a Roma non per operare distinzioni ma per segnare convergenze. Finalmente.

Anche io come loro ho raccolto l’invito di Europe for Peace, la rete italiana per la pace e il disarmo cui aderisce anche la CGIL, presente in modo massiccio in una piazza che abbiamo percorso con allegria e consapevolezza. Un lunghissimo e rosso corteo che ci ha portate a Piazza San Giovanni, davanti a un palco multicolore insieme a una larga parte di società civile che da tempo aspettava di far sentire la propria voce.

Ecco il racconto di una giornata vissuta da protagonisti con una voce sola a chiedere la fine dell’invasione, il cessate il fuoco e un ruolo più forte dell’Europa per costruire la pace, subito.

In marcia per la pace

In marcia per la pace
La statua di San Francesco in Piazza San Giovanni a Roma ha ispirato e vigilato sulla nostra speranza

Sono le 4.30 di sabato 5 novembre.

La sveglia suonerebbe tra mezz’ora ma sono già sveglia. Come al solito, aggiungo. Quando si tratta di prendere un treno o un aereo, il timore è sempre lo stesso: fare tardi e poi perderlo.

Questa volta però c’è altro: oltre all’ansia di infilare il varco giusto nel parcheggio sotto la Stazione, onde evitare errori e ritardi ulteriori, c’è la gioia di un’adesione che è andata oltre le aspettative.

La certezza di non essere soli e dell’esistenza nel corpo del paese di una ampia convergenza sui temi della pace, del lavoro, della democrazia. Un buon inizio per cui vale la pena di esserci, sacrificando un po’ di tempo libero e accettando qualche mal di schiena previsto e prevedibile.

Sto con la CGIL, come sempre. E questa volta con noi saranno in piazza molti soggetti di quella sinistra diffusa che era silente da tempo: quella oggi in cerca d’autore, quella che non ha mai abbandonato la speranza di poter capovolgere il sotto con il sopra, di poter affermare le ragioni della dignità del lavoro, delle comunità di base che reagiscono all’indifferenza portando aiuto, ascolto, sostegno alle persone più fragili. Giustizia, Uguaglianza e naturalmente Pace e Disarmo.

Eravamo più di 50. E non stavamo facendo un rave. Ma soprattutto, eravamo tante e tanti, già lo vedo dalla presenza in stazione. A Porta Susa prendo un caffè con le compagne che partono con noi e poi via, per quasi cinque ore di viaggio in treno. Ferma dappertutto, un simpatico regalo della pandemia.

Saremo a Roma alle 11.25, ma nonostante la levataccia l’atmosfera è allegra, la voglia di vederci, di contarci, di incidere è sopra la possibilità di ciascuno soltanto.

Per fortuna, siamo tante e tanti, non solo dal Piemonte.

Sul treno si mangia, si scherza, si approfitta per parlare di lavoro in una situazione più tranquilla. Si dormicchia. Si legge (un testo di cui credo parlerò qui, parla di fiabe e di storie di donne).

Dopo un lungo viaggio ho voglia solo di un buon caffè. Ma Termini ci accoglie con una certa freddezza: Digos ai binari, in borghese, ma ormai li riconosci subito, con i loro jeans anonimi, i muscoli torniti, la taglia media e gli auricolari o il telefono in mano. Lo sguardo scazzato ma vigile.

So che sai chi sono, ti tengo d’occhio

sembrano dirmi. Non ci bado nemmeno più. Sorrido e vado oltre.

Fuori la città è già colma di bandiere, rosse, azzurre, bianche, multicolori e zainetti sul dorso pieni di panini e altri generi di conforto per una giornata lunga ma piena, bellissima.

I baristi romani sono infastiditi, come se il caffè dovessero offrirtelo loro. Ma noi ce ne freghiamo e siamo gentili lo stesso, oggi si parla di pace, non c’è spazio per litigi, ma per colazioni doppie o triple e sorrisi larghi, in ogni direzione. E il cielo che mostra qualche nuvola che presto sparirà per merito di un vento che sa di primavera. Aria pulita. Quasi un presagio di ciò di cui avremmo bisogno più in generale nel paese.

Alle 12 piazza della Repubblica è già in fermento, manca un’ora alla partenza, ci può stare un’insalata veloce e un caffè con le compagne e i compagni della categoria in cui milito, la SLC CGIL: Ivan, Carlotta e Gabriella. Cinque posti avevamo sul treno, cinque saremo. Michele ci raggiungerà dopo, all’inizio del corteo.

Alle 13.10 la partenza è già cominciata. In piazza generazioni diverse, colori, musiche, gioia (la parola guida di questa manifestazione, la gioia di esserci ritrovati, dopo molto tempo) e noi felici cerchiamo uno spazio in quella moltitudine.

Mi sento piena. La sinistra è qui e si sente, finalmente, unita da un minimo comun denominatore: il cessate il fuoco e la condanna dell’invasione.

Il resto è tutto da costruire: il disarmo, la richiesta di fermare la corsa al nucleare, un ruolo diverso per l’Europa, troppo assente e afasica in un momento in cui servirebbe un protagonismo di pace, negoziazione. Ma serve anche una scossa per un’Italia che chiede più armi e lascia persone inermi fuori dai propri confini come carichi residui, come fossero merci.

Le parole d’ordine

La pandemia non ci ha fiaccati. Questo il segnale che arriva a chiunque voglia ascoltarlo. Questo il motivo per cui hanno provato a tacciare la piazza di equidistanza. Depotenziare per indebolire. Ma non attacca.

Equidistanti da che? Siamo contro l’invasione Russa e al fianco degli ucraini. E nello stesso tempo contestiamo la guerra come strumento per la composizione dei conflitti.

Qualcosa che vive nella nostra Costituzione.

Collettiva, il sito della CGIL, ci regala le immagini più belle della manifestazione e le parole dei leader e delle organizzazioni che l’hanno resa così grande.

I tre tenori, come li ha definiti Marco Damilano sul Domani di ieri, don Luigi Ciotti, Andrea Riccardi, Maurizio Landini, nell’ordine in cui sono intervenuti a chiusura dell’evento, hanno parlato di pace come antidoto per la guerra.

“Non siamo equidistanti ma schierati contro la guerra”, dice Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio, “Ammalatevi di pace” rintuzza don Ciotti, in un lungo e appassionato comizio.

Maurizio Landini, con la sua cravatta rossa, l’icona dei momenti di piazza più straordinari della nostra storia, dice alla fine della manifestazione: “Non so come chiamarvi, se amici, fratelli, compagni. Ma so che non ci fermeremo”.

Trovate tutto qui.

Il corteo

Non c’è spazio per le polemiche: né nei confronti di leader politici più o meno acclamati, perché sono stati tutti i benvenuti, né contro la piazza milanese, che strappa a noi militanti un commento di mestizia. Distinguersi a ogni costo può risultare ridicolo se non c’è altro che la visibilità personale ad essere urgente. E una campagna elettorale che non smette mai.

In piazza ci sentiamo tutti uguali. Nessuno di noi si distingue, siamo insieme, questo è quello che conta.

ARCI, ACLI, Comunità di Sant’Egidio, Libera, Emergency, ANPI , Beati Costruttori, CISL, UIL e naturalmente la CGIL. Anche Gino Strada sarebbe al nostro fianco se solo fosse ancora fisicamente con noi. C’è tuttavia nelle parole, nella testimonianza, nelle bandiere che sventolano. C’è nei cuori, dove si sono fatti spazio gli altri leader che ci hanno creduto e messo la faccia.

E hanno vinto. La diffidenza. L’ignoranza. La strumentalità. Eravamo tante e tanti, centomila, dice la questura. Non succedeva da anni.

Per me è stato come chiudere il cerchio della mia esistenza

Per me è stata una giornata speciale, come chiudere il cerchio della mia esistenza.

La mia militanza per la pace è antica, le prime manifestazioni contro le bombe le ricordo negli anni ’80, al Liceo, in cui militavo già nella sinistra studentesca.

Ma avevo una caratteristica che ieri ho ritrovato: la spiritualità che è il carattere fondamentale della mia costituzione personale.

Nel messaggio cristiano e marxista leninista mi sono formata e dopo aver approfondito e “militato” nel solco del cristianesimo (ieri rivedere i miei amici scout è stato davvero bello). E’ stato possibile fino a quando il mio orientamento politico è diventato un problema per una Chiesa sempre troppo schierata per il conservatorismo e, in allora, la Democrazia Cristiana.

Mi ci sono allontanata da quella Chiesa che non comprendevo, volontariamente e in polemica politica per l’impossibilità di avere risorse per i giovani figli di famiglie disagiate del Borgo perché impiegate nella costruzione della vetrata del Nuovo Santuario.

La mia spiritualità e la mia ideologia politica hanno trovato spazio nella militanza prima politica e poi istituzionale. E poi, finalmente, in quella sindacale.

Da vent’anni questo afflato per la giustizia soffia dentro di me e non si spegne, mai.

Ieri questa iperbole di crescita personale che mi è accaduta si è chiusa, facendomi ritrovare in quella piazza tutti i valori in cui credo e ho creduto.

Sotto la statua di San Francesco al fondo della piazza San Giovanni che vedete in foto mi sono sentita viva.

Mi è parso che in tutte le peripezie che pure questi passaggi stretti della vita hanno richiesto, non tutti felici, ci fosse un fattore comune che mi sosteneva e mi faceva da bussola. Ho avuto la conferma che pur percorrendo strade differenti avevo sempre mantenuto un’identica meta: la giustizia sociale.

Forse anche per questo ieri sera, tornando con il treno che ci ha riportati a Torino alla mezzanotte, la mia carrozza non si è trasformata in una zucca ma bensì in un albatros le cui ali, grandi e potenti, sapranno ancora guidarmi in voli più o meno lontani, più o meno in quota, ma sempre nelle correnti giuste, quelle che nutrono in molti modi differenti la mia anima inquieta ma salda.

La pace è in marcia e non si ferma più.

E’ appena cominciata. Non vedo l’ora di scoprire dove ci porta.


Quali di questi messaggi vi ha colpito di più?

C’è un momento in cui avete avuto l’impressione che il cerchio della vostra vita si chiudesse?

Se avete voglia di dire la vostra, lo spazio dei commenti è qui sotto pronto ad ospitarvi.

6 Comments

  • franco gabotti

    A certi post, questo compreso, forse farei meglio non dare il mio contributo per lo scarso contenuto consolatorio che esso potrebbe recare, ma per assecondare la discussione oggi trasgredisco.
    Il cerchio, quello che dici tu Elena, si chiude, certo che a volte l’ho sentito chiudere anch’io. Ora non più. Ancora una volta forse centrano gli ormoni e quelli che mi rimangono non bastano a sollecitare endorfine perché lo slancio emotivo ha la gittata corta, sopravvengono riflessioni che remano contro e valutazioni che raccolgono dati poco confortanti, ancorché accettati serenamente e con pacatezza.
    I movimenti positivi nascono bene e proliferano, ma non abbastanza da creare una massa critica capace di incidere. Oggi abbiamo molti esempi generati da questioni legate alla pace, all’ambiente, alla solidarietà, ma l’inerzia del sistema sociale alla fine li asfalta tutti. Il sistema sociale degli umani pare abbia un destino segnato: non è un’idea mia originale ma una previsione già formulata da fior di menti abilitate e capaci di studiare per bene gli scenari chiamati in causa.
    La gente, e soprattutto coloro che hanno potere decisionale che, guarda caso vengono scelti dalle comunità, dopo la parola pace mette un ma, dopo la parola ambiente ci mette un altro ma, a valle della parola solidarietà pone dei distinguo.
    La pace, per esempio, chiude il cerchio universalmente ma poi si assiste alle sfilate militari, al bullismo di stato delle frecce tricolori, e pure si prova il brivido commosso di memoria futurista, si omaggiano ridicoli burattini con il petto pesante di medaglie, si declama il fatturato di Leonardo (meglio dire di Finmeccanica con la foglia di fico della tecnologia aereo spaziale), si baciano bandiere, si celebra il milite ignoto dopo averlo mandato al macello per tumularlo poi in un orribile monumento alla tristezza (anche architettonica). E tutto sembra normale.

    • Elena

      Grazie @Franco per questa trasgressione, come al solito utile e apprezzabile. Si può vedere così il mondo, come un cerchio che si chiude verso sé stesso. Oppure come un cerchio che si apre al futuro come in una spirale espansa. La storia è piena di eventi che si chiudono come racconti tu, ahimè, l’umanità non è migliore delle parole bestie, lo sappiamo bene, ma anche di cerchi aperti che generano profondi cambiamenti. Non so se questa sarà l’occasione, di certo lavorerò perché lo diventi, nel mio piccolo impegno quotidiano. Non sono ancora stanca né abbastanza delusa da smettere. Perché in ogni caso la gioia che si prova nel crederci è impagabile. Ti abbraccio

  • Giulia Lu Mancini

    É bello che tu ti sia sentita gratificata dalla marcia per la pace, momento in cui hai ritrovato te stessa e la fede nei valori in cui hai sempre creduto, compresa l’importanza del perseguire la giustizia sociale. Pace e giustizia sociale, due traguardi che sembrano sempre più un’utopia, ma forse proprio per questo bisogna crederci e manifestare perché si realizzino almeno in parte, magari a piccoli passi. Un abbraccio

    • Elena

      Ciao Giulia grazie per l’abbraccio che ricambio. Viva le utopie che ci fanno uscire dal grigiore del quotidiano e ci fanno sentire pienamente donne e uomini su quest’anno terra con lo sguardo più oltre di noi

  • newwhitebear

    Bello è sentirsi gratificati e in particolare ritrovare quei valori che dentro di noi non sono mai morti ma all’esterno si sono sbiaditi.
    Io non ho mai fatto militanza non perché non abbia idee e valori ma perché mi sembra essere in una gabbia. Di certo è sbagliato ma sono così.
    Il mio concetto di pace non è quello che scaturisce alla fine di un conflitto perché è la pace del vincitore sul vinto. Per me è quella che si ha con le armi che tacciono, seduti intorno al tavolo alla pari per trovare un punto d’incontro tra le varie idee. Concetto difficile da raggiungere perché ognuno vuol negoziare da una posizione di forza per imporre le proprie idee.

    • Elena

      Caro Gian la tua definizione di pace mi trova perfettamente d’accordo, ciò testimonia i tuoi vividi valori. Quand’è dici che ti senti in gabbia però non riesco a comprenderti: per me la militanza è apertura. Cosa intendi? Un caro saluto

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